La sindrome del giorno dopo

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Edoardo Orlandi

Non sono uno psicanalista, (forse mi servirebbe dopo gli ultimi 120 minuti) ma penso che, anche per chi guarda dall’esterno, analizzare la mente di uno juventino è diventato facile. Arriva un pareggio o una sconfitta e, a caldo, siamo pronti a mettere in atto una rivoluzione. Una serie di lamentele senza senso, urla sconnesse e non siamo felici finché non saltano teste. A caso. Figuriamoci dopo una eliminazione dalla Champions col Porto. Passata la notte, insonne, è ancora più dura. Entra in gioco la “sindrome del giorno dopo”, ognuno la gestisce diversamente, ma tutti ce l’abbiamo. Dentro di me le urla e le lamentele lasciano spazio a una “desolazione ragionata”. Lo sconforto di una stagione che sta andando buttata via prende il sopravvento. Gli scorsi anni avevamo quasi la certezza di vincere lo scudetto, lo davamo per scontato (e per questo mai festeggiato a dovere).
Quest’anno questa stupida e dolorosa eliminazione ha un sapore peggiore. Ci sta sfuggendo anche il campionato e non avremo più il tricolore a farci da dessert, ad addolcirci. Ripensandoci faceva digerire persino le eliminazioni europee, pensa te…
All’improvviso sta per calare il sipario su 9 anni pazzeschi, 9 anni che ci hanno portato su un’altra dimensione e non siamo pronti. Il problema è questo, NON SIAMO MENTALMENTE PRONTI A NON VINCERE.
Dentro di noi questo momento lo vedevamo lontano. Come uno spettro di cui non hai veramente paura, tanto non arriva. In qualche modo la stagione la raddrizziamo sempre, pensavamo. Boom. Arrivato.
Finiremo una stagione a bocca asciutta o quasi, probabilmente vedremo cadere il nostro regno per mano del più odiato nemico, guidato dal più “detestato” degli avversari. Qui però voglio trovare la forza per andare avanti. Quando cadi ci sono solo due modi per proseguire, stare per terra o rialzarsi. Questo è il momento di sollevarsi, di ritrovare la lucidità, prendere coscienza di aver fatto 9 anni che hanno cambiato la visione del calcio italiano a tutti i tifosi, Juventini e non. (Prima del 2012 vincere uno scudetto sì e uno no andava bene a tutti, ora perderlo dopo 9 di fila no.) Abbiamo scritto la storia. Non è facile usare la ragione, lo so, soprattutto quando di mezzo c’è il tifo passionale. La “desolazione ragionata” del giorno dopo deve portarci a realizzare che siamo caduti e quindi rimbocchiamoci le maniche, ripartiamo dalle cose buone, non invochiamo rivoluzioni senza senso di Morattiana memoria. Abbiamo 3 mesi di tempo per metabolizzare e cercare poi di tornare alla conquista di tutto. Un passo alla volta. Con Agnelli, con Pirlo.

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