La Sindrome del Barcellona

di Giulio Gori |

Dopo Madrid erano in pochissimi a crederci.

Ora, dopo il clamoroso 3-0 allo Stadium, i tifosi della Juventus sono tornati in blocco a ritenere la Champions un obiettivo alla portata. E lo è. Ma non facciamo l’errore di darla per scontata, vincere la Coppa delle Nostre Ossessioni sarà comunque difficilissimo. Ci sono molte avversarie di rango, ci saranno sliding doors dappertutto, ci vorrà talento, intuizione, carattere, spensieratezza e tanta tanta fortuna.

La Juventus vista contro l’Atletico nella partita di ritorno è stata spettacolare, efficace, solidissima, con tre gol fatti, molte occasioni e un’unica vera chance concessa a un avversario che con un solo gol avrebbe
conquistato la qualificazione. Ma, dopo aver trascorso venti giorni a sentir ripetere tutti i difetti dei bianconeri, non possiamo dimenticarceli adesso: il più importante è la difficoltà a riconquistare palla una volta che la squadra è stata costretta a ripiegare indietro, un elemento che rischia di diventare più rilevante contro squadre che fanno del possesso e dell’occupazione della metà campo altrui la propria caratteristica principale.

Poi c’è il fattore Allegri: come avevamo scritto prima della partita di ritorno, il tecnico della Juventus è di quella scuola di pensiero che si caratterizza, più che per una struttura tattica imponente, per studiare soluzioni ad hoc per la singola partita. E questo modo di allenare, a seconda della bontà delle scelte, può di volta in volta partorire risultati fecondi o meno. Di solito, per fortuna nostra ci prende.

L’aspetto mentale poi sarà decisivo. Chi dopo il Wanda Metropolitano reclamava «gli attributi» non aveva colto il cuore del problema: alla Juventus a Madrid non era mancata la determinazione, al contrario ad un occhio attento era stata evidentissima una paura da responsabilità, ovvero un eccesso di stimoli, tanto è vero che nella conferenza stampa prima della partita di ritorno sia Allegri sia il capitano Chiellini hanno usato entrambi una parola chiarissima: «spensieratezza». Giocare, specie giocare ai massimi livelli, richiede un equilibrio sottilissimo tra lucidità, grinta e incoscienza, basta che uno di questi tre elementi scarseggi o ecceda per far crollare anche una grande squadra. E ogni giorno gli stimoli esterni cambiano e quindi cambia il lavoro mentale del mister che deve spostare il joystick in una direzione o nell’altra.

Proprio per questo, dopo l’eccesso di responsabilità pre-Atletico, occhio all’eccesso di entusiasmo post-Atletico. La sindrome Barça è in agguato. Ricordate la leggendaria rimonta dei blaugrana contro il Psg? 4-0 a Parigi, 6-1 a Barcellona. Ebbene, nella partita successiva i catalani, convinti di avere il vento in poppa dopo aver superato l’ostacolo più difficile, presero un triplo schiaffo a Torino proprio contro la Juventus. Per questo, psicologicamente, l’andata dei quarti per noi sarà delicatissima.

Vincere la Champions, con la sua formula a eliminazione diretta, dipende molto anche dalla sorte, da un
palo interno o esterno, da una deviazione, un infortunio, un cartellino rosso, un anticipo fatto o bucato. Per questo, il vecchio adagio secondo cui il sorteggio non conta perché bisogna comunque affrontarle tutte è sbagliato. Per arrivare in fondo serve anche un po’ di fortuna nell’urna perché è difficile – anche se non impossibile – pensare di giocare quattro sfide tiratissime e di avere la bravura e la fortuna di vincerle tutte.

Anche perché spesso le cose si risolvono con una rete di differenza. A ben vedere, quando la Juve è arrivata in finale da quando esiste la formula della Champions, nelle eliminazioni dirette ha affrontato squadre fortissime ma anche squadre lievemente (si parla di piccole differenze, sia chiaro) più deboli: dal Nantes al Rosenborg, dalla Dinamo Kiev al Monaco, fino al Porto.

La Champions è bellissima, la raccomandazione è anche per noi tifosi: viviamola senza dare nulla per
scontato, senza pensare che qualcosa ci sia dovuto, senza trasformarla in un’ossessione. Come ha magistralmente scritto qui Minima Moralia: «Questa coppa abbiamo soprattutto il terrore infantile di
perderla, e non la sana voglia di vincerla». Godiamocela, invece.