La rivoluzione Spallettiana

di Massimo Zampini |

Negli anni bui della Juve cobolliana, quando si cambiava un allenatore (o più) all’anno, speravo praticamente tutte le estati che il tecnico prescelto per l’anno seguente fosse Spalletti.

Mi aveva colpito, nella sua prima esperienza romana, la capacità di allontanare gli alibi. Che fossero le assenze, i mercati estivi non proprio entusiasmanti, gli avversari ben più ricchi, alcuni arbitraggi piuttosto sfortunati. Non importava: si andava con mille infortunati contro l’Arsenal, e Marco Motta pareva Maicon.

In questo sito – chi ci legge lo sa – discutiamo praticamente su tutto, dalla tattica ai giocatori da comprare, da quelli da vendere alla bravura dell’allenatore: c’è perfino uno dei fondatori che tifa per l’allenatore della Fiorentina e un esterno offensivo del Bayern, figuratevi.

Su un aspetto, però, non esistono divergenze: gli alibi sono dannosi. Non hanno niente di positivo (se si esclude potersi divertire a dare dei ladri agli avversari, ovviamente), e producono inevitabilmente conseguenze negative nella squadra, che si sente deresponsabilizzata ancor prima di scendere in campo. Una lezione ce l’ha data Velasco, e l’abbiamo raccontata qui.

Gli alibi, lo abbiamo ricordato in apertura, non riguardano solo gli errori arbitrali, che pure sono il refugium peccatorum di mezzo calcio italiano: per fare un esempio caro a noi juventini, non ci piacque molto l’approccio di Antonio Conte – tecnico che dovremo ringraziare eternamente – prima del doppio confronto col Bayern. Sono più forti, benissimo, e non c’è nulla di male a farlo presente. Ma quella rassegnazione ostentata già nelle dichiarazioni pre partita, quelle battute poco fortunate sul ristorante da 10 euro, sono l’unico vero “peccato” che ricorderemo della sua trionfale esperienza in bianconero. E’ un alibi anche quello, perché se so che gli altri sono di un’altra categoria, perdo nettamente e non ho neanche rimpianti, tanto lo sapevo già. Per il resto, si tratta del miglior motivatore che io ricordi, e proprio per questo brucia quell’approccio così a testa bassa.

Gli esempi potrebbero essere infiniti: Garcia, per riferirci invece al predecessore di Spalletti, fa una prima stagione fantastica, sorprendente, che frena solo alla fine, quando comincia a pensare che forse il Sassuolo non si impegnerà con la Juve, visto che qualcuno aveva già escluso il proprio super bomber (Paulinho) dalla sfida contro i bianconeri. L’anno successivo parte bene, le vince tutte, fa bella figura anche in Champions, fino a quando non perde 3-2 a Torino e comincia quella serie infinita di interviste, tweet, riferimenti – ben supportato da diversi suoi giocatori e da un ambiente particolarmente predisposto – alla partita che ha fatto male al calcio italiano. Non sapremo mai come sarebbe andata a finire, ma di certo ci avrebbe spaventato di più un Garcia arrabbiato per le disattenzioni della sua squadra (che negli ultimi 15 minuti concede una traversa a Morata, una grande occasione di Tevez e il tiro al volo di Bonucci dal limite), piuttosto che un novello paladino dei deboli contro i forti, dei buoni contro i cattivi.

Da lì, invece, in un’ondivaga alternanza di lagne e proclami (dal violino ai tweet polemici fino all’improvviso“ho capito che vinceremo lo scudetto”), il carisma esibito in oltre un anno di conferenze stampa svanisce, la squadra ha il suo alibi, anche se perde 1-7 ha il pubblico dalla sua parte, e per diversi mesi si ferma lì, esce dalla Champions, mettendo quasi a repentaglio il secondo posto. Non si riprenderà più del tutto, nonostante alcuni lampi (la squadra è forte, e alla decima della nuova stagione è prima).

Spalletti torna alla Roma, a gennaio 2016, quando l’ambiente è a terra, la squadra è quinta, e il gioco e la determinazione sono ormai un lontano ricordo. Subito, prima ancora di ottenere qualche giocatore sul mercato, va a Torino contro la Juve lanciatissima. Molti tifosi temono l’imbarcata, lui dà già un ordine visibile alla squadra, che non crea pericoli ma rischia poco e perde a 10 minuti dalla fine. Alla fine, senza dare colpe alla situazione ereditata o al mercato che langue, afferma che si aspettava “qualcosa di più” e pensava “di poter fare meglio”. Invece di coccolare i suoi, ricorda a Florenzi che “diventerà un campionissimo se smette di andare a protestare. Le proteste non contano nulla, non bisogna perdere di vista gli obiettivi fondamentali”.

Quando pochi giorni fa gli hanno chiesto della Juventus, avversario storico che a Roma talvolta è bastato denigrare per diventare eterni, lui ha risposto che “la Juve è forte di testa, oltre che cattiva e tosta, e la società ha sempre trasmesso questo ai giocatori. E chi veste quella maglia lo dimostra puntualmente”. Complimenti al carattere dei giocatori, alla società, all’importanza di quella maglia: un altro mondo, rispetto a come siamo abituati.

Se alla vigilia di una partita si parla di un’intervista che potrebbe creare dei danni alla squadra,allontana dal campo chi l’ha rilasciata. E non importa se si tratta di Totti o di un ragazzino, perché – afferma di fronte a una platea attonita già pronta ad accusarlo di lesa maestà – “io devo rispetto alla squadra, non solo a uno”.

Poche regole, semplici, rivoluzionarie: non si protesta, non si cercano alibi, non ci sono totem, rispetto per gli avversari, il gruppo viene prima dei singoli.

E intanto 7 vittorie di fila, la squadra al terzo posto, ancora a 8 punti dalla Juve solo perché i bianconeri per ora non hanno mai rallentato, altrimenti chissà.

Fino a Madrid, dove senza mezzo centrocampo gioca alla pari contro Modric Kroos & co e perde perché gli avversari segnano mentre i suoi attaccanti sbagliano almeno 3 gol fatti. Mentre gran parte dei media comincia a compiacersi della prestazione, degli applausi a Totti che entra, della sfortuna che “fa tanto Roma”, lui spezza la retorica del “grazie lo stesso” e spiazza l’intervistatore che gli fa i complimenti: “complimenti di che?”. E poi “Quando in spogliatoio vedo i volti tranquilli dei giocatori che aspettano di farsi fare i complimenti per la buona prestazione, mi viene un malessere difficile da spiegare”. Ancora: “Non ci rendiamo conto dell’occasione che abbiamo avuto questa sera: queste partite sono scorciatoie per importi all’attenzione mondiale, occasioni che ti danno più di 38 partite in campionato, e dovevamo giocarcele diversamente. Ora zitti, e torniamocene a casa”.

Ok, bravo Spalletti, dirà qualcuno, ma cosa c’entrano queste cose con un sito sulla Juve?

Molto, ma molto di più di quanto si possa pensare.