La questione meridionale

Verranno a dirvi che il calcio giocato è tutta una questione di egemonie e subordinazioni territoriali. Credeteci. E poi dimenticatelo.

Sono cresciuta nel profondo Sud, accanto a persone che hanno sempre tentato di convincermi, più o meno direttamente, che 11 giocatori di calcio con addosso la maglia della squadra della tua città non sono altro che combattenti in pantaloncini che una volta a settimana si battono per vendicare quei soprusi che noi meridionali subiamo da anni dagli Altri, quelli che nell’immaginario popolare meridionale non solo riescono a sopravvivere senza mare e senza sole, ma cenano pure alle 18:30.  Che affronto!

Io, contemporaneamente, secondo le ferree leggi domestiche, ero costretta a guardare le giocate di Del Piero, Zidane, Trezeguet, Nedved, e mi innamoravo ogni giorno di più non solo di questo gioco, ma soprattutto di quei colori che poco avevano a che vedere con quelli della mia città, compromettendomi per sempre. Insomma, i miei concittadini mi indicavano il dito e io stupidamente guardavo la luna. Non era fare la guerra, semmai era fare l’amore, ma una bambina che poteva saperne. Capite bene, quindi, la difficoltà di adattamento di una ragazzina che non solo veniva da una famiglia che aveva tradito le proprie origini, ma che si compiaceva pure di strizzare l’occhiolino ai sabaudi, il Nemico numero uno. Dapprima eravamo semplici traditori, quelli che meritavano di camminare per strada con la lettera scarlatta J sulla fronte, poi dei furbi che sceglievano di stare dalla parte del più forte, ché così la vita era più facile. Infine, servi del padrone. Guardavamo le partite nel buio e ne silenzio delle nostre case, evitando accuratamente di essere scoperti, altrimenti partiva il pippone. Un giorno mio padre, frequentatore sporadico di stadi, galvanizzato della promozione della sua squadra in seria A – no, non era il Catania, era proprio la Juve – decise di guardare la partita insieme ad alcuni parenti nel covo degli ultras catanesi. Essendo poco pratico, o forse proprio ingenuo o addirittura pazzo, chiese ai quegli energumeni, lui, altro 1.68 per 70 kg, se avessero avuto intenzione di sedersi durante la partita. Chiaramente, lo sgamarono immediatamente, ma era la sua giornata fortunata e fu graziato. Non sfidò più la benevolenza degli Dei e non mise più piede al Massimino.

Ogni tanto lo dimentico anche io, nonostante sguazzi in mezzo a queste dinamiche da anni, che nel paese in cui tutto è politica, anche il calcio diventa pura politica, e quindi la lotta scudetto si trasforma in scontro politico. Era così quando erano le squadre del nord a contendersi il titolo ed è così soprattutto adesso con il baricentro degli sfidanti che è sceso notevolmente. E mica solo perché il tuo vicino di casa o il tuo macellaio di fiducia continuano ad inveire contro il nord usurpatore, ma perché c’è sempre un punto della stagione, puntuale come la morte, in cui persino le istituzioni perdono la testa. Ed è la regola, non l’eccezione. Abbiamo quindi sindaci che strillano di ingiustizie e promettono di prendere e conquistare «quello che ci spetta», di Procure che minacciano di aprire fascicoli, di prime pagine di giornali nazionali con titoli sensazionali e di giornalisti professionisti che inneggiano alla rivoluzione, alla violazione delle regole e alla presa dei Palazzi. Ha dell’incredibile, ma Dybala che vince da solo la partita di ritorno contro la Lazio è politica, Higuain che si smarca da Santon al 90esimo è politica, Allegri che osa Cuadrado terzino è politica. D’altre parte anche Mastandrea, durante un’intervista dedicata alla Roma, ammetteva che per un romanista vincere significa sostanzialmente ottenere giustizia. Se scendiamo ancora dal punto di vista geografico, invece, vincere diventa sostanzialmente riscatto sociale. Non per me, però, o per quelli come, quelli che a casa propria scelgono il settore ospiti quando decidono di guardare una partita. Per quelli come noi, che somigliamo, visti dagli altri, al Samuel L. Jackson di Django, è già pronto un girone dell’inferno. E quando gli altri si cuciranno gli scudetti sul petto violando regole e regolamenti, invaderanno i Palazzi e occuperanno Vinovo con bandierine azzurre e le maschere di Maradona,  per noi ci sarà solo la crocifissione in sala mensa.

Puntualmente mi dimentico di tutto questo, soprattutto per deformazione familiare, fino a quando non mi affaccio dalla finestra o cammino per strada e vedo bandiere del Napoli sventolare, caroselli, tute azzurre su motorini che sfrecciano, clacson, esattamente come due settimane fa. Guardo il vulcano, mi rendo conto che non è il Vesuvio e capisco un’altra volta che è la cavalleria che è venuta a salvarci e liberarci dall’assedio. Non me, naturalmente, gli altri, ché io sono già bella che compromessa, schiava del sabaudo usurpatore.

Penso «passerà, come passa sempre», anche se è complicato spiegare a un meridionale dolente, quello afflitto e impedito da mille meccanismi ostili che chissà come metterebbe tutte le cose a posto, che qualche peccatuccio lo ha commesso anche lui nonostante abbia il sole, il mare, il cibo e il calcio più bello del mondo.