La “partita della vita” non esiste più

di Claudio Pellecchia |

Oggi è il giorno ideale per raccontare di come il vittorioso trittico Verona-Brescia-Spal abbia definitivamente smontato uno dei miei luoghi comuni preferiti, quello della “partita della vita”. Che, nella visione errata del tifoso della big di turno (spesso diretta conseguenza di un approccio troppo morbido e supponente della big stessa), è quella partita che la medio-piccola di turno disputa – o non disputa nel paragone con l’avversario diretto – andando oltre i propri limiti fisici, tecnici e psicologici: strappando, magari, qualche punto insperato, facendo comunque soffrire più del dovuto il blasonato avversario e alimentando quella sensazione di “solo con noi” che, in ogni caso, non corrisponde alla realtà delle cose. O, meglio,  che corrisponde a una realtà di alibi e scuse che non dovrebbe più avere diritto di cittadinanza nello sport professionistico del XXI secolo.

Oggi è il giorno ideale, dicevamo, non perché il vittorioso trittico di cui sopra è ormai alle spalle quanto, piuttosto, perché si è alla vigilia della settimana più importante di questo inizio di stagione. La settimana in cui le prime risposte sulla prima Juve di Sarri passeranno da due gare in cui, presumibilmente, il diverso approccio iniziale, dimostrerà come la locuzione “partita della vita” sia assolutamente priva di senso. Almeno per la Juventus, almeno per la Juventus 2019/2020. La Juventus cui basta aumentare un minimo la velocità della manovra per vanificare la corsa e l’impegno dei volenterosi veronesi, bresciani e spallini. La Juventus che arriva agli impegni contro Leverkusen e Inter con una rinnovata fiducia nel sistema che si sta cercando di implementare. La Juventus che si sta convincendo che un’identità di gioco riconosciuta e riconoscibile sia la soluzione più semplice per aver ragione di quelle partite storicamente “facili” e che, altrettanto storicamente, si sono rivelate più ostiche del previsto.

E se l’impegno contro i ragazzi di Leonardo Semplici può fare testo fino a un certo punto, i 180′ contro Verona e Brescia ci consegnano una squadra che, oltre a non vivere più come una tragedia una rete subita in maniera più o meno casuale, riesce ad ovviare ai vecchi difetti nell’approccio con i nuovi pregi nel gioco. E, quindi, a risalire da uno svantaggio iniziale con una facilità che viene compresa solo nell’analisi “a freddo”, quella che esula dal punteggio e dalle aspettative di goleada che puntualmente vengono disattese: talvolta per imprecisione degli attaccanti, talvolta per il Berisha di turno, ma non più per l’incapacità di creare un numero congruo di occasioni sulle quali poi, eventualmente, recriminare e/o accontentandosi del minimo sindacale.

Che sia accaduto in misura minore (contro il Verona allo Stadium) o maggiore (al Rigamonti), la Juventus sta dimostrando, soprattutto a se stessa, che di certe partite non bisogna più avere timore. Perché che gli avversari provino ad andare oltre quello che il destino ha previsto per loro – spoiler: non possono fare diversamente, in Italia come in qualsiasi altro campionato – è previsto e prevedibile; che una squadra (più) forte e conscia dei propri mezzi trovi nella propria identità e nel proprio modo d’essere il modo di ovviare alla narrazione del “Davide contro Golia” lo è altrettanto. Poi, certo, il pareggio o addirittura il ko simil Napoli-Cagliari può sempre capitare: è la natura (e la bellezza) stessa dello sport. Ma, se capita, non è certo per una o più “partite della vita” del Cagliari, del Verona e del Brescia, ma per la mancanza di quel qualcosa che, normalmente, rende una squadra una grande squadra. O, più banalmente, per una semplice giornata storta.

Nel nostro caso: se la Juventus, se questa Juventus persegue questo suo nuovo modo di essere, saranno poche le “partite della vita” degli altri di cui dolersi, al netto del margine con cui la vittoria può arrivare (o non arrivare). E questo è il segnale migliore possibile per entrare nella settimana che dovrebbe cominciare a raccontare cos’è e dove può arrivare la Juventus. Senza che, per una volta, debba preoccuparsi della “partita della vita” degli altri dimenticandosi di se stessa.