La partita che non vorrei

di Massimo Zampini |

La partita che non vorrei, innanzitutto, a quanto pare è già stata evitata: è quella in cui una curva non canta, l’altra ci prova, si beccano a vicenda, in cui la squadra fantastica di questi anni viene supportata da una cornice non all’altezza. Vince sempre in Italia, batte praticamente sempre le nostre rivali da un periodo di tempo che, rapportato a un ciclo sportivo, è un’era geologica; quest’anno si è aggiunta una delle due leggende mondiali di questo decennio. Potrà andare male, probabile, o magari bene, ma questa squadra merita un supporto totale: a quanto si legge, canteranno tutti, niente scioperi, solo voce e incitamento. Ero a Madrid, è stato un inferno per 95 minuti.

Sarà così anche martedì, sarà un inferno anche da noi.

Questa, per cominciare, è la partita che volevo.

La partita che non vorrei, restando a noi spettatori, è quella dei mugugni e dei borbottii, sin da subito, se le cose non dovessero andare per il verso giusto: ovvio, ognuno fa come gli pare (mica dovrò specificarlo?), è solo il desiderio di uno dei 41mila presenti di martedì.

Penso da sempre che i mugugni a partita in corso non servano, quel lasso di tempo è fatto per supportare. Il sacro diritto di critica, come sappiamo bene, viene esaustivamente esercitato appena finita la partita in ogni luogo, reale o virtuale. E serve per sfogarsi, per analizzare gli errori e pensare a come migliorarsi in futuro: quindi non solo è legittimo, ma anche utile.

In corso di partita, dopo un passaggio sbagliato o una fase critica, invece, no. Non serve proprio a niente.

La partita che non vorrei, in campo, è quella in cui il sogno finisce subito, certo, perché Griezmann e Morata sanno essere micidiali, quindi ci vuole attenzione a non prendere gol.

Ok.

Però, la partita che proprio non vorrei, è soprattutto quella del “si può anche arrivare sullo 0-0 al settantesimo: certo, può andare così, ma non deve essere certamente un nostro auspicio.

Lo ricordo bene quel ritorno col Benfica, in cui avremmo potuto giocare 200 minuti senza mai segnare; figuriamoci realizzarne almeno due nei minuti finali contro l’Atletico, forse la peggior squadra d’Europa cui dover fare due o tre gol, perché si chiude lì al centro, sa come non farti giocare, riparte veloce con due grandi attaccanti molto rapidi, è duro quando serve (e proprio per tutto questo bisognava pensarci all’andata, queste cose le sapevamo già!), ma il vero punto fondamentale è che, se sei 0-0 al settantesimo, dei venti minuti che mancano, l’Atletico, tra falli, cambi, sceneggiate e compagnia, te ne fa giocare cinque in tutto, altro che rimonta con due o tre gol in pochi minuti. Intelligenza, certo, ma unita al coraggio. Una sola di queste due componenti, senza l’altra, non basterà.

E non vorrei sentire, a fine partita, quel mio amico (ce lo abbiamo tutti, in ogni gruppo o chat di tifosi juventini) che ce l’ha con chiunque da tempo e mi rinfaccia le sue ragioni sia quando la Juve perde a Madrid, sia quando vince ma gioca male e, ho scoperto venerdì, pure quando vince e gioca bene (“lo avevo detto che Kean doveva giocare di più”), insomma ha ragione sempre lui, e io gliela concedo volentieri, piuttosto che continuare a dividerci su tutto, però gli faccio notare che io, più banalmente, senza rivendicare chissà quali ragioni, sono incazzato quando perdiamo, felice anche se perplesso quando vinciamo giocando male, felice e basta quando vinciamo e giochiamo bene.

Avrà ragione lui anche stavolta, già lo so, ma martedì notte preferirei non sentirlo.

La partita che non vorrei è quella dei rimpianti, di non averci provato abbastanza, di esserci distratti troppo presto, di avere mollato prima del dovuto.

Di non avere spinto la squadra con tutta la passione possibile, noi tifosi.

Di non avere dato il 100% e pure qualcosa di più, loro in campo.

E magari non ce la faremo, perché l’avversario è forte e il risultato complicato.

Ma eliminiamo pure tutte le righe scritte qui sopra.

Perché la Juve, con tutto la stadio al suo fianco, farà esattamente la partita che vorrei.