La notte in cui a Parigi arrivò la Juve Campione del Mondo

Parigi, Parigi, Parigi.

Suadente e magica Parigi.

Parigi seducente e infingarda, maliarda e torbida, 6 volte Parigi.

Ambita da molti, conquistata da pochi. Quand’era Lutezia merovingia fu di Giulio Cesare. Poi, divenuta Paris, fu bramata da Attila e salvata dalla vergine Genevieve, che convinse i parigini a resistere alla furia distruttrice degli Unni. Attaccata dai vichinghi, resistette con orgoglio, ma offrì ricchezze in cambio della libertà. Per un altro millennio tanta fu la gloria, e travolgente la storia: la nascita della Sorbona centro del sapere, la peste nera, la ricchezza infinita dell’Impero coloniale, il Re Sole, il primo volo dei Montgolfier, la presa della Bastiglia, Hugo e Balzac, Napoleone, gli assedi respinti e quelli riusciti, Parigi che resiste e si rigenera, la grande esposizione universale, Baudelaire, i fratelli Lumiere, l’Art Nouveau, le Olimpiadi, il Roland Garros, i primi semafori, l’occupazione crucca e la libération, De Gaulle, l’era moderna  l’alta moda, il maggio francese, Truffaut, la bellezza sublime e la fama, la magia e la vertigine d’immortalità… e poi… e poi ci fu la notte in cui Parigi non fu più la stessa. La notte in cui fu ridotta a provincia. A nebbia. A città fantasma. A polvere d’oro.

 

15 gennaio 1997.

A Parigi arriva la Juventus Campione del mondo. Cinquanta giorni prima, a Tokyo, un missile di Del Piero aveva affossato il River Plate, e l’attitudine alla vittoria era in piena metamorfosi, stava diventando abitudine, un gran bel calcio, 16 punti su 18 nel girone di Champions, i Fergie Boys battuti 2 volte, a Manchester e a Torino, e così gli ottomani del Fenerbache, per non parlare del 5-0 ai ferrovieri austriaci del Rapid Vienna, tutto fisico ed estro latitante, circostanza che non impedì una bella lotta in finale in Coppa delle Coppe l’anno prima. Per di più, proprio il Rapid è stata l unica compagine in grado di fermare i bianconeri sull’1-1, al Prater, stadio dedicato all’immortale Ernst Happel, che molti considerano il vero inventore del calcio totale.

La Juve è un drago saggio e si sente forte. È all’apice di un grande ciclo, anche se anti degli eroi dell’Olimpico di Roma sono andati via. Il capitano della rinascita Gianluca Vialli, corpo muscoloso e anima da leader, finito a gigioneggiare al Chelsea. Il gregario del tridente Ravanelli che ci credeva sempre fino alla fine, anche sotto la pioggia di Middlesbrough. Il fiorettista lusitano Paulo Sousa, con i suoi lanci cosmogonici d’esterno, rinnegato a Dortmund per troppo sex-appeal, e infine la roccia vetusta Vierchowod che desiderò il tepore della provincia dopo essere stato scoglio di granito per un’ultima notte. Altrettanti gli arrivi, di rango diseguale. Alcuni fascinosi altri più linfatici, ma tutti quanti utili.  Nick Amoruso “piede caldo”, dal talento capriccioso, la bestia Vieri, purosangue brado e passeggero, Zinedine il silenzioso, indimenticabile come un’aurora boreale, il paladino Montero, che sarebbe piaciuto a Simon Bolivar, petto in fuori, cuore impavido e fronte alta, e poi l’alieno Boksic che frantumava le linee avversarie amando poco l’essenzialità del gol. C’era perfino una serpe in pectore, futuro traditore e rinnegatore, Morgan De Sanctis, che alla Juve deve molto, se non tutto, di certo le uniche vittorie.

La sera è gelida, l’attesa è molta. La notte parigina è una fata morgana, può illudere e dissolversi sul più bello con i suoi sogni a occhi aperti e i suoi fiori del male. La Tour Eiffel è una cuspide illuminata, sotto cui innamorarsi o piangere. I respiri in tribuna si fanno nebulosa, l’aria rarefatta richiama gli inverni di antichi assedi e di battaglie epocali, qualcuno, sente riecheggiare l’urlo di battaglia terrorizzante degli Unni, altri avvertono sferragliare le spade antiche d’acciaio. Ma i sensitivi, quelli che vedono il futuro e lo temono, sono in pochissimi.

Il Parco dei Principi, gremito nonostante tutto, gonfio di 30 mila francesi affamati di vittoria, già si prodiga negli ululati, forse alla luna o a falsi dei, ma solo il campo deciderà l’identità dei veri monarchi. Turno secco, andato e ritorno. Nulla di più simile all’ordalia.

Il Paris Saint Germain è una squadra senza passato glorioso, e ciò lo rende famelico. L’occasione è irripetibile. Battere i campioni d’Europa e disarcionarli, abbattere le certezze dei più forti e rubare lo scettro. Il suo stadio, tempio del football di Francia, sorge sui terreni della vecchia Passy, dove visse Balzac. I padroni di casa arrivano al match più importante della loro storia con una bacheca abbastanza vuota, un paio di campionati, una manciata di Coppe di Francia e la prima Coppa delle Coppe vinta al Re Baldovino (che fu l’Heysel).

George Weah, che da queste parti è come Maradona a Fuorigrotta, come Pelé a Rio, è un lontano ricordo (gioca nel Milan), qualcuno sogna di vederlo almeno in tribuna, ma nemmeno lui era bastato a sconfiggere la Juventus nell’unico precedente: stagione 1992-93, semifinale di Coppa Uefa. Roberto Baggio aveva annichilito tutti, Il Paris e Weah, 3 gol a 1 tra andata e ritorno, tutto il repertorio divino: destro in controbalzo da fuori area all’angolino basso, punizione all’incrocio dei pali, gol di classe in a pochi metri dalla porta, un tocco felino, tutta astuzia e rapina. Anche per questo, per il ricordo vivo e bruciante dell’ultima sfida, la sete di vendetta è vorace ed è selvaggia, vibra e furoreggia sugli spalti, e contagia gli idoli locali nel bene e nel male.

 

Supercoppa UEFA 1996 Wikipedia

 

In campo, è ancora il calcio delle scuole nazionali. 9 francesi da un lato, 9 italiani dall’altro. In panchina, sono consentiti appena 5 uomini.

Nel PSG, i leader sono Bernard Lama tra i pali, pantera nera dai balzi felini, Bruno N’Gotty, l’eroe della finale contro il Rapid, l’altro centrale Paul Le Guen e Laurent Fournier, il mastino picchiatore. Sono loro gli ufficiali in campo: sono loro a sentire la pressione e a martellare i compagni sui ritmi e le interpretazioni. Raí, il brasileiro, fratello minore di Sócrates, è il capobranco che ha libertà di movimento, deve fare paura e nascondersi, deve annichilire il suo alter ego Zidane, brasiliano di Francia, farsi ombra ed emanare luce solare, per colpire in prima persona o liberare la mira degli artiglieri, due. Il primo è una faccia nota, che altre volte aveva ferito la Juventus: è un diamante nero di Panama e si chiama Julio César Dely Valdes; l’altro è Patrice Loko, dribblatore tutto estro e tiro immediato, che i giornali locali preconizzano come il possibile uomo del match. Leroy, Guerìn, Domi e Algerino, sono i 4 gregari di complemento. Stupisce, e non poco, la panchina per l’altro brasileiro, il futuro milanista Leonardo, che contro la Juventus correrà molte volte ancora.

I bianconeri non schierano Montero, relegato in panchina. Così, davanti a Peruzzi, in coppia con l’insuperabile Ciro Ferrara, Lippi schiera Sergio Porrini. È una mossa che stupisce ma non troppo. Porrini emana fiducia, per molto tempo ha subito il peso degli 11 miliardi pagati all’Atalanta per il suo cartellino, uomo umile e saggio, ma a Tokyo in campo c’era anche lui, titolarissimo, così come nell’ultima Coppa Italia vinta con i suoi gol. A centrocampo, con i francesi più forti in campo, Deschamps e Zidane, ci sono Di Livio e Tacchinardi, in posizione inedita, mentre in avanti ad accompagnare il Golden Boy, l’uomo di Tokyo, il predestinato, c’è una cobra sinistro, rapidissimo e velenoso, un cacciatore velocissimo che si esalta soprattutto di notte: Michele Padovano.

Si parte, e c’è bisogno di scaldarsi. Il fondo verde è coperto per metà da un filo di brina ghiacciata, secondo gli incroci tra il sole tiepido del giorno e le linee squadrate delle coperture. I tacchetti dei ventidue rompono il tenue velo bianco, e i piedi più freddi dei muscoli sconsigliano sciabolate. Il pallone emana un po’ rotola e un po’ scivola, induce a passaggi semplici e corti, ma il tempo per passeggiare è poco.

Al terzo minuto Tacchinardi esce sul centro-sinistra, intercetta con tempismo su un passaggio troppo lungo e di prima serve Del Piero, qualche passo prima della metà campo. Alex si gira fulmineo e punta la porta, ma è costretto ad allargarsi tutto a sinistra dopo trenta metri palla al piede. Pressato, riceve uno spintone, e pattina via sui cartelloni. Punizione netta, affidata a Pessotto. Traiettoria a sciabola, controllabile all’apparenza, ma sulla respinta corta di testa di un compagno Guerìn svirgola male, alza una palombella a effetto, che cade in zona Porrini: ci si potrebbe aspettare un tentativo di controllo, un tuffo goffo, un rinvio: e invece Parigi val bene una scommessa. Girata alla Gerd Muller, perfetta. Torsione di 180° gradi al volo, poi l’urlo e le braccia al cielo. Il pallone si insacca tra il palo e Lama, totalmente sorpreso, nonostante un tuffo istintivo, al buio.

Pronti via e 0-1 di Porrini in girata volante, i segni sono chiari: sarà una serata particolare.

Reazione nervosa dei parigini. Leroy e Loko triangolano stretto, un orpello che ricorda le braccia che s’incrociano per uno champagne. Il colored controlla e fionda di destro, ma il tiro è troppo angolato. Fuori. Ha la potenza giusta ma sfila via e si perde nel nulla, come un sogno troppo ambizioso. È una scarica isolata, quella dei bleu. Perché il tempo passa e la Juventus si appropria del campo centimetro dopo centimetro. Zidane disegna qualche bella traiettoria ma è bene non eccedere con gli affondi, ci sarà tempo.

Al ventesimo un calcio d’angolo: tira Pessotto, con i suoi fendenti che si abbassano all’improvviso. In aria parigina c’è un certo terrore, il Moulin Rouge non è lontano, con le sue distrazioni e le gonne alte, e infatti tra i corazzieri francesi inflessibili come colonne sbuca Padovano, un metro e settantasette ma cosce esplosive, tornite, da scatti fulminei e stacchi infiniti, con una chioma al vento da moschettiere. N’Gotty il ciclope è più alto d lui, ma è sovrastato. Il cobra anticipa tutti e lascia una ferita mortale, 0-2.

Parigi è zittita, il colpo è pesante, quasi un knock-out. Ma l’orgoglio di Francia lascia ancora speranze: settanta da giocare son tanti e poi c’è Raí, il faro, che non è ancora entrato in partita. S’illumina di colpo, pochi istanti dopo. Sulla trequarti raccoglie un pallone e alza la testa, il carioca è uno di quelli che vede tutto il campo a occhi chiusi, sempre, anche se lo scatto non è quello del giaguaro. Il tocco si sa, è vellutato, e Leroy di petto raccoglie il pallonetto al bacio che scavalca tutti i guardiani bianconeri. Stop di petto e tiro secco ma centrale, troppo poco per freddare Peruzzi che respinge.

La Juventus si rimette in ordine e si va e a cercare i piazzati. Le palle spioventi in area del Paris sono come bombe a grappolo, sembrano poter eludere ogni tenuta difensiva. Al trentacinquesimo arriva un nuovo corner ma cambia il tiratore: è Zizou Zidane, che cerca il primo palo, traiettoria secca e respinta frontale, ancora sul francese dai piedi fatati. Zidane avanza sulle punte come un ballerino classico, poi carica il quadricipite, col suo solito stile. Un tiro? Un cross? Entrambe le cose. Il colpo sembra uscito da una stecca di biliardo, fendente potente e diretto, e tutti s’immobilizzano, come per schivarlo. Tutti, tranne uno: Ciro Ferrara lo scugnizzo ha la fronte dura e l’intuito infallibile, e i due passi di danza di Zizou sono la guida per i suoi, un marsigliese e un napoletano si capiscono a un battito di ciglia. Tuffo a volo d’angelo, lì nel punto perfetto dove il gol non si può sbagliare: 0-3, e Parigi è pronta a capitolare.

Tutto è perduto, il Paris accusa il colpo. Notre-Dame, è dimenticata. L’ilè de France, è fredda, buia e silenziosa. Il Louvre, chiuso. Su Montmartre scende la nebbia. Qualcuno vede il fantasma di Balzac, pronto a gustarsi il finale di un’incredibile commedia, la più tragica.

Sugli spalti, incredulità, anche perché gli eroi locali sono in ginocchio. Ogni palla che arriva in area dalle fasce può trasformarsi in gol. Del Piero lo sa e ingaggia irridenti uno contro uno con Fournier già ammonito. Il mastino francese è nervoso, spinge, scalcia, ringhia, usa la violenza per arrivare dove non può con l’abilità. Prima un fallo duro, poi, l’istante dopo, un calcio cattivo, non lontano dalla bandierina, il punto da dove sono arrivati tutti gli altri gol, come una serie di calci di rigore. E difatti, quarto tiro, quarto gol. Zidane sceglie un cross basso, che Guerìn, ancora lui, svirgola malamente verso il primo palo. Lama è fulmineo ed evita l’autogol, ma il cobra è lì, sempre più velenoso: tocco di sinistro e 0-4, ancora lui, ancora Michele Padovano.

Gli Unni sono tornati, distruttori feroci. Parigi ancora una volta è sotto assedio. Pigalle è un ricordo di tempi passati, i suoi vicoli ora trasudano silenzio. Alla Sorbona, nessuno sa più leggere, e i colori vivaci delle brasserie, così come i neon dei locali notturni, si perdono immateriali nell’oscurità.

Dopo il riposo, la ripresa. Poco meno di una formalità. Raì segna un rigore che non emoziona nessuno, palla da una parte, Peruzzi dall’altra, 1-4, ma l’onore non è slavo. Il suo unico atto di presenza, quando alla Juve va bene che respiri. Fournier, che ha dispensato cruda brutalità per tutto il match riesce a farsi espellere come piccola rivalsa personale. Entra Leonardo, nel ruolo di defibrillatore. Al momento di entrare in campo chiama all’ordine i compagni e li rassicura. Dice una frase che suona come un déjà-vu: “restate concentrati che il dominio Juventus sta per interrompersi”. Non è così. Del Piero gigioneggia col pallone come un moschettiere del Re, e fa viaggiare Pessotto con un tocco sotto, persino irridente. Falcata e palla al centro per Attilio Lombardo, anche lui subentrato. Il pelato stoppa con un passo di corsa fintando il tiro, movenze da atelier, e batte Lama rasoterra per l’1-5. Non è finita. I francesi sembrano aver rotto le fila, in piena ritirata. La Juve spadroneggia. È un torello, anzi no, è uomo in mezzo, anzi no, è calcio champagne nella città dove lo champagne scorre a fiumi. Ma c’è chi lo beve per festeggiare, e chi per dimenticare. Del Piero non è sazio. A pochi secondi dal gong dribbla uno, due, poi tre parigini stanchi, obnubilati, ubriacati, e nell’allungo l’unico che sembra poter rubargli palla è Nick Amoruso, da poco in campo, pronto a cogliere la sua chance di entrare nella storia. È fresco, è lucido, è cattivo. Tocco di destro per aggiustarsi la palla al meglio e botta di sinistro, imparabile.

L’1-6 è servito. La Senna, spirale che ispira amori e poesia, è di colpo solo un ruscello torbido. Napoleone e l’impero che aveva sfidato la grande Russia un ricordo sbiadito. Restano gli spalti svuotati mentre il pallone rotola ancora, e restano ancora 90 minuti per assegnare formalmente una coppa già assegnata.

Parigi, per una notte, non è più la stessa, è una città conquistata.

Per le sue strade, nella notte più scura, mancano i colori.

Manca il blu, e manca il rosso.

Come in un film d’essai, restano solo il bianco, e il nero.