La notte in cui la Juve si liberò di Antonio Conte

di Valeria Arena |

Forse bisognava guardare in faccia i fantasmi, dialogarci, litigarci pure, per fare finalmente pace con il passato.

Se è vero che questa Inter-Juve era una partita che valeva un numero vicino allo zero per la lotta scudetto, come bene aveva detto Sarri, concedendosi una piccola e innocente bugia, è altrettanto vero che questa sfida valeva molto sul piano emotivo. Era infatti il confronto che ci avrebbe suggerito, tra le altre cose, chi fosse ancora bloccato dalle catene di vecchie acredini e chi invece fosse riuscito ad andare oltre sublimando il passato in altro.

Che la Juve fosse già un passo avanti era evidente dalla scelta di voler costruire un nuovo ciclo ricominciando da zero e non pescando da un mazzo di jolly ormai utilizzati e arcinoti, seppur di prestigio, e dalla riconoscenza con cui ancora oggi si fa riferimento agli anni di Conte alle Juve, nonostante quella porta sbattuta violentemente mentre avevamo ancora in mezzo la mano. Che l’ex, invece, stia ancora digerendo male gli ultimi anni passati lontano da casa è altrettanto evidente da quell’espressione tirata che gli spunta in volto ogni qual volta si trova costretto a parlare della Juve e del suo passato bianconero, e cioè quasi sempre.

Voglio dire, se n’è accorto pure Mazzola: “Conte non mi convince, mi sembra ancora juventino”. Tutto in una serata, in una notte, che se fosse andata diversamente, avrebbe consegnato gran parte della tifoseria juventina in mano alla nostalgia canaglia e gran parte della tifoseria interista, se non tutta, all’entusiasmo di una luna di miele che tardava a finire.

Certo, è divertente e suggestivo continuare a raccontarci la storia di un Conte che, come ogni ex egocentrico che non è stato rincorso in pianerottolo quando intimava di andare via che si rispetti, mal sopporta il fatto che la Juve sia riuscita a fare a meno di lui o, peggio, abbia continuato ad accumulare vittorie, coppe e scudetti nonostante la sua fuga; ed è ancora più attraente, almeno dal punto di vista narrativo, credere che Conte abbia scelto l’Inter perché se proprio non possiamo continuare ad amarci alla luce del sole, almeno detestiamoci davanti al mondo intero. Raccontiamoci tante cose, ma non dimentichiamoci che in questi anni, così come ancora oggi, l’idea di averlo come avversario non ci ha fatto dormire – sì, pure a noi – sogni tranquilli.

Era la prima volta, dal divorzio, che la Juve di Agnelli si scontrava con Conte ed era la prima volta che la Juve di Agnelli era chiamata ad arrestare una cavalcata che conosceva molto bene. Più che un Kramer contro Kramer, sembra di stare di fronte a un Eva contro Eva: il passato e il nuovo presente chiamati a confrontarsi.

A questo punto, la questione non è quanto sopravvalutiamo Conte, che, vabbè, è bravissimo e ci farà penare per tutto il campionato, ma quanto spesso sottovalutiamo la Juve e continuiamo a sottostimare Sarri, lo stesso che, mentre in campo andava in scena il tanto atteso confronto tra ex neanche fossimo stati dentro una puntata di Temptation Island, continuava a ruotare i riflettori su stesso imponendo a tutti la sua presenza.

Siamo diventati altro, o meglio, siamo diventati di Sarri, nel momento in cui abbiamo smesso di mitizzare Antonio Conte, nel momento in cui, sfidandolo, abbiamo finalmente preso coscienza del fatto che è umano tanto quanto noi, anzi, forse di più. Ci eravamo liberati di Allegri ancora prima che andasse via, ma di Antonio no, vuoi per il modo in cui ha deciso di andarsene, vuoi per la sua carriera da Re Mida degli allenatori; di lui eravamo succubi.

Forse bisognava guardare in faccia i fantasmi per farci pace e liberarcene.

Forse bisognava sfidare a viso aperto Conte per capire che essere terrorizzati era un tantino eccessivo.

E adesso che siamo liberi dagli anni d’oro, Antonio, passa quando vuoi, così ci beviamo un caffè in tranquillità e senza nessun rancore.


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