La malizia di Allegri

di Vittorio Aversano |

Non inganni il titolo, non si tratta di una caratteristica tutta italiana. Anche Simeone o Guardiola ne sono maestri; per non parlare del Pibe de Oro, con buona pace dei tanti “onesti” che non perdono occasione per ribadire la propria, autoreferenziale, immacolata rettitudine. La malizia, o furbizia, o scaltrezza, o “esperienza” (termine usato di frequente nel calcio), non ha per forza un connotato negativo, né tantomeno dispregiativo, per indicare chi sceglie la strada meno difficile o, al contrario, ricorre a più o meno raffinati trucchi e stratagemmi per aggirare un ostacolo o raggiungere un risultato desiderato.

La malizia implica, intanto, un secondo fine, significato o allusione: espressioni comuni come “parlavo senza malizia” o lo stesso titolo del film “Malizia” (1973) stanno a indicare un elemento seduttivo e misterioso, espediente utilizzato tipicamente da chi ritiene di poter attingere a risorse ulteriori e di stampo diverso rispetto a quelle tradizionali o attese dall’avversario. L’opposto dell’ingenuità e della semplicità, in sostanza. Il gol di mano, che diventa leggenda.

E così Allegri, nel post partita del quarto di finale di andata di CL contro l’Ajax, ha lamentato la mancanza di “malizia”, da parte dei suoi giocatori, nel non aver approfittato delle diffide pendenti su ben cinque avversari che, se opportunamente stimolati, sarebbero magari caduti nella trappola della squalifica posticipata, così fornendoci un sicuro vantaggio per la gara di ritorno. La malizia come decorazione principale di una condotta che molti ipocriti definirebbero “eticamente anti-sportiva”, pur consistendo nella minima accentuazione degli effetti di un comportamento (scorretto) altrui: a risultare scorretto è colui che ricorre alla malizia e non chi ha commesso il fallo. Allo stesso modo, chi ricorre alla malizia per ottenere un vantaggio viene ritenuto furbo ma, in difetto, un ingenuo.

“Doveva mettere la gamba e cadere! Così de Jong sarebbe stato espulso, forse. Le partite si chiudono anche così, non bisogna essere per forza puliti”, ha ammesso ai microfoni di Sky il nostro tecnico – in verità, anche imbeccato da quel “volpone” di Fabio Capello  riferendosi all’azione in cui, al 79′, Douglas Costa resiste alla pressione avversaria e prosegue verso l’area di rigore, anziché capitolare sull’erba (col senno di poi, dico io, perché se avessimo segnato…). Immagino che questa espressione verrà accolta con somma gioia dai più strenui detrattori del tecnico livornese e, soprattutto, dagli anti-juventini, che avranno così avuto ulteriore materiale per sostenere le proprie tesi complottiste.

Ma la malizia, nel calcio, ricorre anche quando si mettono in atto accorgimenti tattici per limitare i punti di forza altrui: una marcatura preventiva, una certa disposizione in campo, volta più a impedire di creare, che a creare. Con Max lo vediamo spesso: il posizionamento polivalente di Emre Can nel ritorno contro l’Atletico Madrid; Cancelo a volte sistemato un po’ più alto; lo stesso Dybala ‘tuttocampista’ e, pertanto, sottratto al pressing avversario; i famigerati cambi con cui si vincono le partite nel finale (che, d’altro canto, possono anche sottendere a errori iniziali di formazione).

Applicando queste premesse alla sfida di ieri, troviamo, quantomeno per lunghi tratti, l’abituale Juve da trasferta: squadra bassa, coperta, disposta a subire il possesso palla avversario e, quando possibile, in cerca di ripartenze. La malizia sarebbe consistita nella giornalistica “allegrata”, ma ieri non c’è stata; la squadra ha giocato, ancora una volta, con quell’approccio da “mezza” provinciale adottato dalle avversarie di campionato meno attrezzate in visita a Torino (tendenza che, invero, si sta diluendo) e questo, se ha comunque prodotto un prezioso goal in trasferta, lascia aperti i giochi per la gara dello Stadium.

Al cospetto, un avversario che, di contro, tutto ha mostrato fuorché malizia. Erik ten Hag non ha rinunciato neanche in minima parte al proprio credo calcistico, né è stato in alcun modo tradito dai propri giocatori, che hanno disputato una gara fantastica, intensa, spregiudicata, ma attenta; “spensierata”, com’era nelle previsioni, per quanto già mostrato nel cammino europeo dei Lancieri.

Quale dei due approcci (“malizia” v “spensieratezza”) prevarrà sull’altro nell’aggiudicarsi il passaggio alle semifinali, lo scopriremo tra sette giorni. A parere di chi scrive, pur meritando il secondo in termini strettamente calcistici, sarà il primo ad avere la meglio, perché la malizia, pardon, l’esperienza “è nelle dita e nella testa, non nel cuore” (H. D. Thoreau).