Applausi per la lezione normale del Cholo

di Riceviamo e Pubblichiamo |

atletico
Sulla fantastica prestazione di martedì sera, sulle indimenticabili emozioni che ogni tifoso juventino ha provato e sui meriti di ciascuno dei nostri singoli campioni (in campo e in panchina), negli ultimi due giorni si è già detto e scritto tantissimo. Come accade spesso, Massimo Zampini ha rappresentato e sintetizzato meglio di chiunque altro i sentimenti di noi bianconeri e non posso fare altro che sottoscrivere per prima cosa ogni sua parola.
Ancora nel pieno di questo entusiasmo collettivo, però, vorrei staccarmi dal coro e spendere qualche riga anche per i nostri avversari, e in particolare per il loro “uomo-simbolo”, colui che più di tutti martedì sera è uscito sconfitto: Diego Pablo Simeone.
Il lunghissimo doppio confronto con l’Atletico Madrid è stato infatti in buona parte anche un confronto, sul campo e fuori, con il Cholo. E credo sia doveroso e bello sottolineare, in questo momento di felicità, quanto Simeone sia stato un avversario durissimo da affrontare, eppure sempre tremendamente leale.
Già nella conferenza stampa prima della partita di andata, Simeone aveva avuto parole di grande rispetto per la Juve e aveva sottolineato la forza e la serietà della società bianconera. Qualcuno (giornalisti italiani, ovviamente) aveva provato a provocare parlando di politica e di arbitri, ma il Cholo rispondeva secco: “parlo di calcio, non di politica”. Come a dire: la Juve è forte – sul campo – perché alle spalle c’è tanto lavoro e un’organizzazione di grande qualità. Non c’entrano né arbitri né giochi di potere. E stop a ogni polemica.
La partita di andata poi è stata il trionfo del cholismo, l’Atletico ha surclassato la Juve e Simeone è uscito trionfante dal Wanda Metropolitano. Nell’ebbrezza dei gol di Gimenez e Godin ha festeggiato mostrando “los huevos”. E’ stato criticato (a mio parere eccessivamente) e qualcuno ha pensato il suo fosse un gesto rivolto agli avversari. Non lo era. Era rivolto solo ai suoi, e a se stesso. Era il gesto di un uomo passionale che scaricava la sua tensione.
Simeone, però, si è ugualmente scusato: “La mia non voleva essere una provocazione verso gli juventini. Mi scuso.” Dal mio punto di vista, non era necessario, ma l’ho sicuramente apprezzato.
Ci sono stati poi i venti lunghi giorni di attesa e la conferenza stampa prima dell’incontro di ritorno. Pur forte del 2-0, mai Simeone si è mostrato arrogante. E quando un altro giornalista italiano ha cercato nuovamente la polemica chiedendo se eliminare la Juve non potesse essere per lui una rinvicita per lo scudetto del 98 (!), Simeone lo ha guardato incredulo e compassionevole. E ha detto semplicemente “No…non mi serve nessuna rivincita!”. Con poche parole, come chi la polemica non la vuole per davvero.
Per finire, la partita di martedì la abbiamo ovviamente vista tutti. La Juve ha trionfato e Simeone, a caldo, pochi minuti dopo una delle più brucianti sconfitte della sua carriera, ha semplicemente detto “Nos ganaron porque fueron mejores. Hay que felicitarles”, “Ci hanno sconfitto perché sono stati migliori. Bisogna fargli i complimenti”.
Qualcuno dirà: e che altro poteva dire?
Effettivamente, in un mondo “normale”, se non fossimo nel “medioevo”, non poteva dire altro. Da anni, però, in Italia la Juve vince scudetti e trofei tanto nettamente quanto martedì ha guadagnato l’accesso ai quarti. E in quasi otto anni, non ricordo davvero nessuno (o quasi) che abbia detto in maniera così chiara, onesta, netta e rispettosa una frase di quel tipo.
Non l’ha detta Sarri, che è ancora convinto di aver perso lo scudetto in albergo e ancora non si è scusato per il dito medio rivolto ai tifosi bianconeri lo scorso aprile.
Non l’ha detta Totti, che ancora è convinto che facciamo “un campionato a parte”.
Non l’ha detta nessuna delle migliaia di persone che invadono i social di insulti, odio, dietrologie e complotti. Quelli che anche martedì sera hanno provato a dire “c’era fallo sul primo gol/la goal line technology è pilotata/non c’era il rigore“. Tutto solo per evitare di dire quella frase!
Insomma, in un mondo “normale” forse non sarebbe nemmeno necessario, ma nell’Italia calcistica di oggi, da juventino, oggi io mi tolgo il cappello di fronte a Diego Pablo Simeone. Uno che juventino non lo è mai stato, non lo è e non lo sarà mai, ma che ha dato a tutti una grande lezione di sport. Si può essere avversari senza odiarsi, si può essere acerrimi rivali continuando a rispettarsi.
Chapeau Cholo… ci vediamo alla prossima!
@fattidijuve