La Lazio è come la Roma

di Simone Navarra |

Dicono che bisogna essere non troppo avversari della Lazio e dei suoi tifosi. Dicono che questi sono sempre meglio di quelli della Roma, che in alcune occasioni hanno addirittura assunto il ruolo di sportivi.
Quando siamo stati nel fango dell’ignominia, della sconfitta perché legati al palo, loro amanti perdenti per antonomasia, con idoli spesso in gattabuia, che hanno fatto? Che ruolo hanno avuto? Hanno semplicemente partecipato al coro, alle offese, al lancio di pietre contro il mostro. Imputati come noi e secondo alcuni più di noi hanno avuto però la fortuna di trarsi d’impaccio, di gettare il carico addosso a chi era stato designato come il grande vecchio da distruggere. Contro la Lazio le partite degli ultimi anni sono state questo. Perché in tribuna stavano seduti avvocati, poliziotti e giudici che avevano fatto a pezzi la Juventus e si davano di gomito.

Perché sul campo nessun calcio era solo una pedata, ma qualcosa che doveva rifondare di Chinaglia e D’Amico, dare i mondiali a Giordano come ce li aveva avuti Paolo Rossi. E’ questa bocciatura senza appello quella che loro vogliono. Non chiedono la vittoria, ma solo la nostra fine, il cadere infinito nell’incubo disegnato di un fumetto. Alcuni dicono che si può andare allo stadio di Roma quando si gioca contro la Lazio. In omaggio a quanto professa da anni l’amica e condottiera bianconera Mary Grace Spinetoli quest’anno farò come da molto tempo in qua. Me ne resterò davanti al televisore, ben lontano da questa città in cui dicono di essere tutti amici. “Nessun omaggio alla società di Lotito, all’impianto del Coni”. E’ il motto di tanti.

E’ difficile ricordare certe cose. Delle partite con la Lazio viene sempre in mente quella in casa nostra, decisa da un goal di Del Piero su punizione, che confermò le ambizioni della squadra di Antonio Conte e disse al mondo che c’eravamo. La vittoria in supercoppa o la sconfitta in coppa Italia si sovrappongono. Dispiace anche per questo sentire che si è affrettata la preparazione atletica in pieno agosto per correr dietro a Mauri e soci in quel paese lontano e munifico. Non ci sono magliette celebrative, frasi offensive scritte su un muro e poi ripetute in qualche social network. Non è possibile trovare del ricordo di quelle contese rime baciate per cantanti da matrimonio felici per l’ospitata in qualche tv locale.

Romanisti e laziali hanno inventato e gridato il peggio agli juventini. E’ nella cronaca anche giudiziaria del cosiddetto movimento ultras e delle sue ramificazioni destrorse. Un sito attento fatto da biancocelesti raffinati ha spesso incrociato la strada con quel livore da bar, o rancore pieno di fango che faceva gridare prima “gobbo” e poi “servo della famiglia Agnelli”. Perché se sei amante del calcio non sopporti l’ingiustizia, l’assenza di sportività, il passare sulla faccia degli avversari. Poi viene in mente il periodo dei crac finanziari di Cragnotti e Tanzi, dei manager intrecciati con le banche finanziate dallo Stato, di quei dirigenti che occupano e hanno occupato, in faccia al fatto che signori immensi come Pietro Mennea nello sport dopo aver smesso i panni dell’atleta non hanno mai contato nulla.

E’ questo il panorama di chi tifa a Roma, all’ombra del Foro Italico e dell’obelisco con il nome di quel dittatore che in tanti ricordano e hanno tatuato addosso. E’ questo che ogni volta la Juventus migliore si trova a fronteggiare e spesso a sconfiggere. Sul campo. Con gli svolazzi di Causio, che pare durante le trasferte cercasse la vista del mare a Roma; con gli acquisti di Manfredonia e Laudrup che vennero a vincere a Torino; con il gioco di Trapattoni; con quello schiaffo che ci diede Riedle un pomeriggio del 3 marzo ’91, presagio di quegli altri che poi ci dette anni dopo, in una occasione ben più importante. La Lazio, le partite con la Lazio, sono e servono allora per guardare fuori, secondo la regola dei pensatori antichi. Perché se alla fine del giorno arrivi in piedi significa che non è successo poi così tanto, anche se hai affrontato la peggiore delle guerre.