Quando la Juve venne da me

di Riceviamo e Pubblichiamo |

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Non so quando la mia passione per la Juve abbia avuto inizio. Probabilmente come molti verso i cinque/sei anni o forse anche meno. Non so. A farmi diventare juventino non è stato mio padre come spesso succede (mio padre è milanista) ma forse mio nonno materno che non era un tifosissimo ma un simpatizzante della “Vecchia Signora” (questo termine gli piaceva da matti). In ogni caso, grazie a mio nonno o a qualcos’altroche non ricordo specificatamente, sono diventato juventino come moltissimi qui in Molise (sì, esiste!). C’è però una data che ricordo distintamente e che mi è rimasta impressa nella memoria dopo la quale ho raggiunto il “punto di non ritorno” della mia giovane passione bianconera: il 13 febbraio 1985.

Per quasi tutti voi questa data non significa nulla (ed è anche giusto che sia così perché in fondo non è successo nulla di storicamente importante) ma per me rappresenta il definitivo innamoramento per Madama. Il 13 febbraio del 1985 avevo appena otto anni e nella mia cittadina già da qualche anno a questa parte si era immersi in un turbinio di esaltazione che portava a dei “miracoli” sotto il profilo sociale, economico e addirittura edilizio inimmaginabili. Il Campobasso calcio, squadra della mia città, aveva conquistato tre anni prima la storica promozione in serie B arrivando il secondo anno a sfiorare anche la serie A per un pelo e per quella stagione in corso si era addirittura deciso di costruire un nuovo stadio da 30.000 posti. Stadio che fu realizzato, grazie al progetto dell’indimenticato presidente dell’Ascoli Costantino Rozzi, nell’incredibile lasso di tempo di appena 12 mesi! Ebbene, la sorte decise che il Campobasso, dopo aver superato il girone di qualificazione in Coppa Italia, avrebbe incontrato negli ottavi di finale la Juventus! La Juve! La “Vecchia Signora” di cui parlava mio nonno sarebbe venuta da me! A casa mia! Per intenderci, quella Juve veniva dalla vittoria della Coppa delle Coppe  e proprio in quell’anno avrebbe vissuto la tragica notte dell’Heysel.

Era la Juve di Boniperti, Trapattoni, Platini, Boniek, Paolo Rossi, Scirea, Cabrini, Pioli, Prandelli, Tacconi e Bodini (che giocò quella partita al posto di Tacconi insieme agli altri citati). Ovviamente alla notizia dell’accoppiamento con la Juve in città si scatenò un vero e proprio pandemonio. Tutti volevano esserci ma il vecchio stadio (al centro della città) non poteva che ospitare 12.000 persone. Con forzature politiche inimmaginabili il nuovo stadio fu messo a punto per essere inaugurato proprio in quella occasione. Io, grazie a mio papà che non so quali veri e propri salti mortali fece, avevo il biglietto per vedermi la mia prima partita dal vivo! Con la Juve in campo!

I giorni precedenti furono come vivere in un frullatore. Non si parlava d’altro. E come se non si lavorasse più aspettando quel giorno. Io da bambino qual ero mi stavo affascinando sempre di più a questa squadra che faceva letteralmente impazzire i “grandi” che si comportavano come dei bambini quando sanno che gli sta per arrivare un giocattolo bellissimo. Il 12 febbraio, il giorno prima, il pullman della Juve doveva arrivare davanti l’hotel che l’avrebbe ospitata. Andammo praticamente tutti lì davanti. Non so quanti ne eravamo. Dal pomeriggio ci assiepammo in attesa di quel pullman. Mio padre mi teneva sopra le spalle resistendo a tutti gli spintoni.

Finalmente verso sera arrivò questo pullman scortato dalla Polizia. Mi misi anche paura perché la folla per avvicinarsi fece cadere delle persone e temetti anche per me. Poi il pullman si fermò e scesero i giocatori tra due ali di folla. Fu una cosa velocissima. Praticamente correvano per non essere sommersi dalle persone che erano letteralmente impazzite. Ricordo perfettamente Platini che fu addirittura strattonato e preso per un bavero del cappotto che portava. Con un gesto scomposto si liberò e si infilò dentro l’hotel. Io ormai ero già cotto e stracotto. Vedere tutta quella gente fuori di testa mi faceva capire che la Juve era davvero qualcosa di speciale. Di Unico. E poi, avevo visto Platini a tre metri circa da me! Platini! Ma vi rendete conto?

Il 13 febbraio ci svegliammo sotto un freddo glaciale ma la città ribolliva. Di mattina andammo ancora una volta tutti sotto l’Hotel ma non si vide nessuno. Poi tornai a casa per mangiare prima e partire insieme a papà per lo stadio che è in periferia ma c’era talmente tanta gente che le auto arrivavano fino in centro. Di quella partita ho ricordi distinti ma non continui.

Ricordo che fui messo a sedere in mezzo alle scalette che determinano il passaggio delle persone vicino ad altri bambini con mio padre seduto al posto “vero” qualche fila più in giù. Ricordo la quasi assoluta impossibilità a muoversi (si narra che quel giorno in quello stadio c’erano almeno diecimila unità in più della capienza ufficiale di 30mila posti). Ricordo Platini infreddolito in mezzo al campo che si guardava attorno un po’ attonito. Ricordo ovviamente lo stadio che tremo’ letteralmente quando tal Ugolotti segnò il gol che fece vincere incredibilmente il Campobasso. Ricordo, infine, la mia incredulità/gioia/stupore ad assistere ad un evento che ancora oggi è stato (ahimè) unico: la Juventus nella mia città.

Da quel giorno capii perché mio nonno la chiamava “Signora” e perché io non avrei potuto far altro che amarla follemente da allora in poi. Chi altro infatti poteva far smuovere una simil quantità di entusiasmo, passione, calore tra la gente come avevo potuto vivere di persona in quei giorni? Nessuna altra squadra se non la Juve. La mia squadra del cuore.

 

Giorgio C. Mascione

@GiorgioCMascion