La Juve è tornata umana, diventiamolo anche noi

di Valeria Arena |

All’inizio di ogni campionato mi pongo un quesito abbastanza scomodo e alla fine di ogni campionato non riesco mai a trovare una risposta che mi persuada completamente, vuoi perché la Juve vince da otto anni e quindi chi se ne frega, ci penseremo l’anno prossimo, vuoi perché essere diventati così viziati ha ormai livellato qualunque scenario negativo, tutto è peggio e tutto è catastrofe: è meglio perdere uno scudetto da squadra più forte del campionato perché qualcun altro ha superato sé stesso o è meglio perdere uno scudetto perché si è effettivamente peggiori e meno forti di qualcun altro?

Entrambi gli scenari provocano una fitta al cuore ed entrambi gli scenari sono effettivamente inaccettabili, d’altra parte siamo abituati a una realtà calcistica identica da anni, una sorta di Truman show in cui iniziamo a frignare e sbattere i piedi quando da fuori ci fanno notare che un’altra realtà non è poi così impossibile. E non è che non abbiamo voglia di rispondere, è che non sappiamo proprio cosa rispondere. Io, per esempio, come tutti gli altri, del resto, non so più neanche cosa significhi perdere uno scudetto, figuriamoci scegliere quale sia il modo peggiore. Anche perché probabilmente faranno tutti abbastanza schifo.

Farò finta di non sentire i saputelli e le tastiere infuocate dell’Internet urlare che effettivamente sarebbe meglio non perdere, e che sarebbe meglio non farlo ogni volta che si presenta l’occasione, e focalizzerò la mia attenzione su una consuetudine che ormai nella Juve sembra essere diventata patologica, ossia far credere agli avversari che è tutto possibile, persino ribaltare una partita da sfavoriti. O ribaltare addirittura un campionato.

A oggi, tolta proprio la Juve, sono tre le squadre che possono permettersi di pensare allo scudetto come una realtà (semi) probabile. Non sono un’esperta di statistiche e numeri, non mi ricordo mai nulla, ma credo di non sbagliare quando dico che in Italia uno scenario di questo tipo era ormai diventato più raro della visione della Cometa di Halley, sia per nostro grande merito, sia perché siamo capitati in un anno in cui qualunque cosa, anche la meno probabile, è diventata possibile. Voglio dire, quante volte nella vita può capitare di giocarsi un campionato in piena pandemia?

Più delle perdita dei trofei e più dell’interruzione di un dominio che dura da anni, quello che dovrebbe preoccupare è questa incapacità di incutere timore e di mettere soggezione. Sappiamo tutti che se Sarri paga ancora oggi il peso dei pregiudizi sul suo operato da allenatore, è anche e soprattutto per il tormentone dello scudetto perso in albergo, schiacciato dalla pressione di una Juve dalla mille vite. Motivo per cui, tra le altre cose, molti giocatori non ci hanno pensato due volte a cambiare il Cap di residenza.

Per il resto tutto è rimasto uguale, la Juve è ancora prima, padrona del proprio destino e in parte anche di quello degli altri, e si trascina avanti nonostante l’evidenza di un collettivo al tramonto. Non mi ripeterò e dilungherò con la manfrina della squadra che colla a picco da Cardiff, ma vi siete resi conto che ogni anno da almeno tre anni, superata la prima metà del campionato, iniziamo vomitarci addosso sempre le stesse cose: a fine campionato dobbiamo fare una bella rivoluzione, e tocca vendere Tizio, tocca regalare Caio, e ma la mancanza del centravanti si sente parecchio, e dobbiamo giocare meglio, sì ma sono tutti sempre rotti, condizione fisica imbarazzante, moriremo tutti. Poi vinciamo sempre e resettiamo, ma la toppa riesce sempre meno a coprire il buco.

Il giochino è semplice è da spiegare e difficile da assimilare e accettare: chi vince con questa costanza ha solo da perdere, chi perde con questa costanza, ha solo da guadagnare. Che poi è quello che dice Aldo Fabrizi in C’eravamo tanto amati, quando tenta di convincere Gassman che i ricchi se la passano peggio dei poveri perché sono soli e spiù rari, mentre i poveri sono tanti, tutti amici, sempre insieme, ‘sti lazzaroni che non ti fanno campa’ sereno. Questo è il motivo per cui a quella domanda non risponderemo mai, se non cambiando idea ogni quarto d’ora.

Poi, se ci rimane tempo tra una seduta psicoterapeuta e l’altra, accantoniamo per un attimo questo cul de sac in cui ci siamo infilati da soli – bellissimo, per carità – e impariamo nuovamente a prendere familiarità con un concetto vecchio quanto il calcio, ossia la possibilità che uno scudetto si decida l’ultima giornata di campionato o giù di lì. Impariamo a prendere confidenza con una Juve più umana e piena zeppa di difettiRitorniamo sulla terra, ritorniamo con gli umani.