La Juve, Sarri e quella scintilla che ancora non scocca

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Giada Mazzucco

E’ difficile entrare nella testa dei giocatori”. Vuoi per un feeling non ancora del tutto sbocciato, vuoi per il background di una squadra che ha fatto terra bruciata intorno a sé e che ora si ritrova a fare i conti, almeno in campo nazionale, con i sintomi fisiologici da pancia piena. La seconda sconfitta in campionato è arrivata nel momento apparentemente più consapevole, in scia a risultati positivi rimpolpati da prestazioni, anche vigorose sia in Serie A che in Coppa Italia. A Napoli la Juventus non ha mai dato l’impressione di poter e voler lasciare traccia di se stessa, se non nei minuti conclusivi del match quando i partenopei viaggiavano sul binario dello spauracchio per la beffa finale. Si potrebbe disquisire ampiamente sulla formazione, sul modulo e i suoi interpreti, e pure sugli avversari piantanti puntualmente dietro la linea della palla con almeno 10 degli effettivi (e tocca anche leggere “capolavoro tattico di Gattuso”); si potrebbe altresì discutere sull’ingenuità (e sincerità) di un allenatore che si è lasciato andare a dichiarazioni umane e per certi versi spiazzanti, quelle di chi in parte sembra ancora alienato dal suo ambiente attuale. Non per le parole, perché il calcio e lo sport tutto si nutrono anche di questo, di imprescindibili connessioni affettive.

Forse più per il momento, quella precisa circostanza laddove un contesto disabituato fatica a percepire tutto ciò che esula dal proprio raggio di azione, specie se significa digerire il “contento” in riferimento ad altri. Al San Paolo la Juventus decide (pur inconsciamente) di rinunciare ai tre punti offrendo una disarmante prestazione in termini di atteggiamento. E, quando si tratta di atteggiamento, spesso e volentieri ogni analisi tattica viene bypassata. Perché il calcio si gioca anche sulla testa, di pari passo alle gambe. In questo senso mister Sarri e la squadra sono mancati all’appuntamento che avrebbe permesso l’allungo in classifica. È venuto meno l’innesco (senz’altro anche tecnico-tattico) che potesse costituire l’antidoto contro un approccio superficiale, di quelli che “tanto rimaniamo ugualmente i primi della classe” e che si è protratto per tutti i 90 minuti. I bianconeri si sono scontrati contro un muro, come una mosca quando sbatte ripetutamente contro un vetro senza via di fuga, (ehi, “ecco come Gattuso ha disinnescato Sarri”) con una disomogeneità atipica nei tempi e similmente nei modi; poche volte finora la Juve non aveva forzato un cenno di reazione, nemmeno a gol incassato.

Può succedere? Sì, può capitare, soprattutto dopo aver inanellato una serie di partite positive per risultato e prestazione, quindi nell’esatto momento in cui la tensione potrebbe vorticosamente precipitare. La percezione però è che ci sia un sottile ma non trascurabile, difetto di trasmissione tra allenatore e squadra, vale a dire un cortocircuito in fatto di alchimia. Quel che basta per non far scoccare la scintilla, la stessa su cui si poggiava genuinamente la Juventus di Conte prima e quella di Allegri poi e che costituiva una certezza monolitica. Un input, uno stimolo condiviso. La battuta d’arresto di domenica serva anzitutto a questo, a trovare la miccia che ha sempre accompagnato la Vecchia Signora nei suoi successi. Questione di feeling, insomma. Anche di feeling. Da riscoprire.


JUVENTIBUS LIVE