La Juve, i 91 punti e Gian Battista Vico

di Claudio Pellecchia |

Il cerchio si è chiuso oggi. Non prima, né dopo. Dal 14 maggio 2006 al 14 maggio 2016. Dieci anni esatti, 3658 giorni per riequilibrare l’universo e tornare là dove tutto è cominciato e dove tutto, almeno apparentemente, avrebbe dovuto finire. Dal clima ossianico e paradossale di Bari, alle manifestazioni di gioia di questo pomeriggio passa una vita, calcistica e non. Per noi juventini, certo, ma anche per gli altri. Con una costante, quella dei 91 punti oggi come allora, che avvalora il mio amore da liceale per la teoria dei corsi e ricorsi storici di Vico e della ciclicità degli eventi, nonché per il “tutto cambia perché niente cambi” di lampedusiana memoria. “Perché io, come Dio, non gioco ai dadi e non credo nelle coincidenze”.

In realtà qualcosa è cambiato. Non noi, che si resta uguali saecula saeculorum, in Serie B come a Berlino, a Crotone (a proposito: ci si ritorna l’anno prossimo. Mi fa piacere) come a Monaco di Baviera. A cambiare sono stati gli altri. Quelli che credevano che da un certo momento in poi tutto sarebbe cambiato. Salvo poi cambiare a loro volta. In peggio, ovviamente. Perché tra Vico, Tomasi di Lampedusa e V per Vendetta entra in gioco anche il karma, quello che presto o tardi restituisce ciò che si è seminato.

E allora troviamo una squadra, che con Moggi non era mai andata oltre i due scudetti consecutivi, vincerne cinque di fila, come negli anni ’30; la stessa squadra che trasmette una sensazione di predominio ancora maggiore rispetto a quella che, qualche settimana dopo il 14 maggio 2006, sarebbe stata spolpata del suo meglio.

E poi troviamo un tecnico (non c’è bisogno di fare nomi) che accusava gli altri dei suoi continui fallimenti e che all’epoca allenava le romane e il Napoli (condannato alla peggior partenza di sempre prima e alla retrocessione poi), divulgare il suo verbo in Svizzera, (ri)scrivendo tutti i record negativi possibili e immaginabili e finendo decimo in una classifica di 10.

E poi, ancora, troviamo un direttore sportivo (anche qui, inutile fare nomi), primus inter pares quando si è trattato di stilare i cahiers de doléances di un decennio fa, che ha fallito ovunque sia andato, salvo poi vedere le sue (ex) squadre rifulgere di gloria poco dopo averlo messo alla porta.

Infine troviamo loro, i nostri rivali da sempre e per sempre, che spesso e volentieri ci mettevano i bastoni fra le ruote, finire ad eoni di distanza. In campo, fuori, per programmazione, margini di sviluppo, potenzialità del brand, stadio di proprietà e tutte quelle altre cose che rendono una società moderna meno simpatica ma più vincente. Con buona pace della nobile tradizione calcistica milanese, oggi compressa tra cordate cinesi e magnati indonesiani. E in fondo a noi un pò dispiace, perché giocarsi coppe e campionati con loro aggiunge sempre quel pò di guacamole in più. Chissà quando (e se) ricapiterà.

Ora, però, scordatevi che citi Calciopoli e lo sterile sentimento di rivalsa che accompagna chi proprio non è disposto a mettere una pietra sopra su una vicenda sulla quale non verrà mai fatta piena luce (anche per nostra volontà). Ho smesso di interessarmene tempo fa, così come ho smesso di occuparmi di conteggi tricolori ufficiali e ufficiosi. Roba da imbrattacarte, da chi deve giocare ad alzare di più la voce per darsi quel minimo di tono e autorevolezza che non ha.

E’ il momento di guardare avanti, di smettere di agitare i vecchi fantasmi, di chiudere anche noi quel cerchio che i ragazzi di Allegri (e di Conte, Ferrara, Del Neri, Zaccheroni, Ranieri e Deschamps prima di lui) hanno chiuso oggi. A 91 punti, come la Juve capelliana. Come nel 2006. Come l’anno che ha dato inizio a tutto. Quando, invece, avrebbe dovuto porvi fine.

Il 15 maggio 2006 mi svegliai con due pensieri: la maturità imminente e il non sapere che ne sarebbe stato della mia squadra. Anche domani mattina i pensieri saranno due: a forma di coppa, per essere precisi. Una da (ri)pendersi sabato. L’altra da sollevare, prima o poi, in un modo o nell’altro. E allora sì che tutto, ma proprio tutto, avrà avuto un senso.