La Juve è più grande di Cristiano Ronaldo

di Michael Crisci |

E’ successo anche a me, non faccio fatica ad ammetterlo. Quando nel luglio di un anno fa, in un momento di apatia generale, accarezzavo l’idea che un’icona del calcio volesse spendere alcuni anni della sua carriera in maglia bianconera, ero elettrizzato. Anche io espressi la mia gioia, mi lasciai prendere da un’entusiasmo trascinante, era un bel momento, anche se sapevo, in cuor mio, che sarebbe stato il migliore della nostra storia con Ronaldo, non ancora “inquinata” dal campo, dalle prestazioni, dai giudizi, dalle delusioni. Immaginare il Ronaldo di Madrid e traslarlo nella Juve era una cosa che, a bocce ferme, ci faceva letteralmente godere.

Passato il primo anno, tra altissimi e qualche basso, da quest’anno la Juve ha cercato di cambiare filosofia con, tra gli altri, l’obiettivo di esaltare la sua stella, oramai comunque prossima alla fine della carriera ad alti livelli. Le aspettative anche in questo caso erano (e, volendo, lo sono ancora) molto alte. La speranza che Sarri riuscisse a esaltare il numero 7 più di quanto fosse riuscito a fare Allegri era (è) viva, e molto più nello stesso Sarri, tanto che in conferenza stampa, il toscano si era prodigato nello svelare uno dei suoi desiderata stagionali, ovvero far rompere altri record al portoghese, ricordando quella che era riuscito a fare con Higuain nel 2015/2016.

Invece, tolto il gol a Bologna, e qualche prestazione (quella di Milano), la stagione di Ronaldo fino ad ora è stata caratterizzata da ampi periodi di mollezza, di poca voglia, di egoismo. Alcuni gol, come quelli con Spal e Bayer Leverkusen, hanno nascosto, come la polvere sotto il divano, prestazioni nettamente incolori. Persino in Champions, Ronaldo lo si ricorda, oltre che per l’inutile gol contro i tedeschi, solo per una serpentina al 93esimo contro l’Atletico. E’ troppo poco, Ronaldo sarà sicuramente un’industria che cammina, la sua operazione sarà quasi prettamente commerciale, ma resta a tutti gli effetti tesserato alla Juventus come calciatore.

E’ tutto il potere, quasi illimitato, concessogli dallo staff tecnico a inizio stagione, rischia di ritorcersi contro il gruppo; la questione delle punizioni ne è un esempio lampante; contro la Lokomotiv, sullo 0-1, il portoghese non ha permesso a un battitore migliore di lui, Pjanic, di sfruttare al meglio l’occasione per pervenire al pareggio nei primi minuti del secondo tempo, e poco importa se poi la gara è stata risolta lo stesso. Non bastano tweet a fine gara in cui si parla di “gruppo”, bisogna dimostrarlo in campo di essere parte di un gruppo.

Ma se fino a una settimana fa il tutto si poteva ricondurre alla fatidica stanchezza mentale, riferitaci poi da Sarri nel post Lecce-Juventus, una spia accecante si è accesa, quando l’ex Real ha dichiarato a France Football:

Se dipendesse da me giocherei soltanto le partite importanti, ovvero quelle di Champions League e quelle con la Nazionale. Sono quelle le gare che mi motivano, si gioca per un obiettivo, c’è un ambiente difficile e tanta pressione

Per la prima volta, dopo anni, Cristiano Ronaldo ha accennato a una mancanza di stimoli. Nonostante poi lo scontato richiamo successivo al professionismo: “Ma chiaramente bisogna essere dei professionisti ogni giorno per rispetto nei confronti del club che ti paga, per questo è necessario dare sempre il meglio“.

Si spiegano così molte cose, ovvero perchè in nazionale segna caterve di gol e, una volta tornato nel club, segna col contagocce, e le occasioni che ha le sbaglia in maniera miserrima.

Il coraggio, dunque,  non risiede nell’asserire che Ronaldo sia prossimo al decadimento (il sottoscritto non lo crede minimamente), ma è quello di riuscire a metterlo in discussione, di non essere assuefatti dal nome, di non fare l’errore di avere per lui un occhio di riguardo solo per il suo status. Da Ronaldo è lecito aspettarsi il meglio, e trincerarsi dietro ad alibi come “ha sempre cominciato così” o “segnerà quando conterà” o “a lui bastano 30 secondi” è mancanza di spirito critico. Tifare è bellissimo, lasciarsi andare all’entusiasmo, affezionarsi anche, ma deve esistere un limite.

Ma su questo, basta citare il presidente Andrea Agnelli, quando 5 anni fa disse:

Anche nella Juve, come in tutte le aziende, nessuno è indispensabile, io per primo

Nessuno è più grande della Juve, se sta alla Juve. Anche chi ha nel palmares 3 Champions League in più.

Superfluo aggiungere altro.


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