La Juve e il Pipita, un addio annunciato non cancella l’amore

di Leonardo Dorini |

La storia fra Gonzalo Higuain e la Juventus è una storia sentimentale, si sa; un’unione nata in modo forse opportunistico, con la Juve che strappa il bomber alla principale antagonista, lasciandola nella disperazione e nel rigetto, dopo che quel numero 9 aveva fatto il record di gol in Serie A.

Una storia di tanti gol (64 in Serie A, dopo quello contro il Lecce) e di trofei, e di un rapporto unico con i tifosi, perché cementato da tanti momenti indimenticabili: il primo gol alla sua ex squadra e lui che allarga le mani e le tiene in basso, come a dire “lasciatemi stare, non c’è niente da esultare”; l’altro gol contro gli azzurri al San Paolo, lui con la mano fasciata,  che la agita intorno all’orecchio verso i tifosi che lo avevano fischiato, e caricato, durante l’allenamento; il Pipita che pareggia a Wembley, porta subito il pallone a centrocampo, poi manda in porta Dybala e si inginocchia nel cerchio di centrocampo con le braccia al cielo, il Pipita che segna quell’incredibile gol a San Siro, inutile nemmeno ricordare quale partita, e contro quale squadra.

Eppure parliamo di una vicenda che è anche un’incompiuta, una storia tormentata, che non ha trovato una piena realizzazione e un giusto finale; se usassimo un gergo aziendalistico, potremmo dire che il numero 9, e poi 21, non ha raggiunto tutti gli obiettivi; se invece parliamo da tifosi, diciamo che non ce l’ha fatta alzare, la maledetta; anche lui, come diversi altri, non è riuscito a essere decisivo, a Cardiff. Anche a lui è mancato qualcosa, come alla Juve intera d’altronde.

Il contratto quinquennale fra la Juventus ed il Pipita non è ancora terminato, c’è ancora un anno; due anni fa, all’arrivo di Ronaldo, fu messo in un auto sulla A4 verso Milano a fare visite mediche in una squallida stanza d’ospedale per il Milan; anche in rossonero ci ha colpiti, noi tifosi sensibili. Nello scontro diretto a San Siro fa un disastro: sbaglia un rigore e viene espulso; poi, a gennaio 19, lo spediamo a Londra, dove almeno alza un trofeo (ma non lo vediamo mai contento, motivato).

E’ tornato e noi lo abbiamo accolto con gli onori che gli erano dovuti: è perfino tornato ad esultare proprio a San Siro, sotto quello stesso spicchio di curva, quando ancora c’erano i tifosi ad acclamarlo; poi è arrivata questa primavera maledetta che ci ha riservato il Covid, lui è andato in patria: discusso, discutibile, non professionale? Ma figuriamoci, i problemi erano altri.

“Non tornerà più in Italia”. E’ tornato.

E nelle dichiarazioni dopo Juve-Lecce, quando alla prima occasione è stato il cecchino che conosciamo, è tornato ad emozionarci, come solo lui sa fare, con quel suo eloquio sicuro, senza incertezze: sono tornato, ho capito che dovevo chiudere questa esperienza come si deve ai tifosi che mi hanno dato tanto.

Sarri dice che averlo motivato sarà un valore importante nel finale di stagione.

Dai Pipita, non pensiamo ad altro, solo a queste 10-15 partite che ci mancano, a due trofei da inseguire: tu buttala dentro, noi ti vorremo sempre bene.


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