La Juve e i suoi campioni


“I giocatori passano, la Juve resta.” Questa frase, pronunciata anche, in ultimo, alla famosa serata di inaugurazione dello Stadium, dal Presidente Agnelli, ed allargata anche ai Presidenti ed agli Allenatori, sta alla base, in modo molto semplice e diretto a quella che è la politica e la mentalità della Juventus.

Passano i giocatori, gli Allenatori, i Presidenti e sempre e solo la Juventus rimane.

In questi ultimi anni, molto spesso si è dibattuto, su quale sia il modo più giusto di trattare i propri grandi campioni, nella fase finale del loro cammino professionistico.

La scelta della Juventus, in questo è molto chiara. Si guarda sempre avanti, si pensa sempre e solo ai prossimi successi, si programma con razionalità, non con le fauci spesso controproducenti del cuore e della nostalgia.

Scelta che spesso si è dimostrata opposta a quella intrapresa da altre grandi società italiane. La Roma ha trascinato il suo rapporto con Totti fino allo stremo ed alla dilatazione massima dei sentimenti, finendo probabilmente per sacrificare la squadra in senso generale e vivendo alcuni stagioni problematiche nella gestione del campione e del suo enorme appeal sulla piazza. L’Addio di Totti è stato super emozionale e trasversale, ma probabilmente sarebbe stato lo stesso se anticipato di qualche anno, senza portare ingombro sulla squadra e sul proprio allenatore. L’Inter fece lo stesso con i campioni del triplete. Non rinnovò il tessuto della squadra in tempi rapidi, finendo per rimanere aggrovigliata alla riconoscenza, e pagando il tutto in termini di mancata e doverosa programmazione e necessario rinnovamento.

La Juventus Fc invece in questo ha sempre saputo agire in modo freddo e programmatico, pensando al bene solo dello stemma sul davanti della maglia, e non al nome stampato sul retro.

Il distacco da Del Piero, il campione più longevo ed unificante che la maglia bianconera abbia conosciuto, fu netto e radicale. Annunciato in modo sorprendente addirittura in una fredda Assemblea degli azionisti di Novembre, agli albori di una stagione, in cui l’apporto del Capitano era e fu importante. Senza lasciare spazio a dubbi o perplessità. Senza pericolosi trascinamenti. Sul momento la scelta del Presidente fu criticata e discussa da molti, se non quasi da tutti. Ma il suo distaccamento dalla squadra e dalla tifoseria infine si dimostrò perfetto, nei tempi e nei modi. Nella visione singola e plurale. Lasciando spazio al futuro della squadra, ma anche regalando, complice il destino, un Addio epico, con il ritorno dello scudetto proprio coinciso con l’ultima scena del campione. Un momento letteralmente cinematografico, che forse neanche il più visionario regista hollywoodiano avrebbe saputo rappresentare.

Dal Del Piero si arriva a Buffon, quasi come in una ipotetica scala dei sentimenti, quasi un passaggio di consegne e destini, per finire a questi giorni con il distacco improvviso ed un po’ rusticano dal Principino Marchisio. Questi tre casi, anche formalmente molto diversi tra loro, ci forniscono sicuramente abbastanza materiale per analizzare le scelte e le relative conseguenze, con i campioni a fine tragitto in casa bianconera.

Se con Alessandro, la scelta fu quasi unilaterale, con la Società ed il Presidente in primis protagonista e fautore della scelta, e con il calciatore invece quasi passivamente plagiato alla volontà massima, con Buffon le dinamiche sono state differenti. Si è trattato di una scelta ponderata nel tempo e condivisa dalle due parti. Questo almeno è quanto ci è dato sapere. Anche se immaginiamo, Gigi in cuor suo avrebbe voluto terminare in bianconero, vista la sua voglia di continuare comunque a giocare. Il portiere ha chiarito che mai sarebbe andato contro alla mentalità implicita della Juventus, mentalità fatta propria per anni e anni, quella di programmare sempre e guardare sempre al futuro.

I risultati però sono differenti. Perché il futuro(o il destino) non sempre mettono a posto anche le ragioni del cuore. Vedere oggi Gigi giocare con una “diretta avversaria” della squadra che ha trascinato e rappresentato per venti anni è sinceramente difficile. La linea in questo caso è molto sottile, e le vedute conseguentemente non così chiare e nette. La politica e la mentalità della Juventus sono sempre giuste e premianti. Ma il destino in questo caso ha messo in mezzo un Paris Saint Germain, probabilmente scenario non previsto dal Presidente. Portando il concetto ad una estremizzazione massima. Stirando al massimo i sentimenti dei tifosi ed anche dei normali fruitori, in nome del concetto programmatico.  Non dobbiamo dimenticare che il calcio è fondamentalmente passione. Le politiche e la programmazione fanno muovere questo sport, ma a sorreggerlo infine, sono il cuore e la passione dei tifosi tutti. Senza, nulla avrebbe molto senso.

Vedere Buffon con un’altra maglia, dopo tale carriera e dopo tale passato, è una piccola grande ferita alla storia del calcio. Quella Storia, fatta di storie, che sono la base e le fondamenta di questo sport e della nostra passione. Il concetto e la politica da sempre abbracciata dalla Juventus rimangono giusti e appropriati, ma in certi casi forse servirebbe una maggiore linea di compromesso. Sia per il giocatore che per le società. Certi campioni dovrebbero capire ormai che tirarla troppo per le lunghe è spesso controproducente, e le Società, ricordarsi che tali storie sono un Patrimonio enorme, facendo in modo, magari lavorandoci in anticipo, di evitare finali così perturbanti. Certo, ormai le Bandiere sono quasi praticamente terminate nel Calcio, Gigi era forse “L’ultimo dei Mojicani…” difficilmente rivedremo storie simili, proprio per questo forse, sarebbe stata adeguata una conclusione più romantica.

L’ultimo caso che ci porta a ragionare su questi principi, è quello di Marchisio.

Un giocatore nato a Torino, cresciuto nelle giovanili della squadra per cui ha sempre fatto il tifo e diventatone, anno dopo anno bandiera. Una storia bellissima, di quelle che appunto sorreggono ed emanano linfa vitale per i cuori degli appassionati. Qui la fattispecie però è abbastanza diversa. Il giocatore non è a fine carriera, sta semplicemente attraversando un grave periodo di involuzione dovuto all’infortunio. La scelta della Società in questo caso, non poteva proprio distaccarsi dalle linee del raziocinio. Marchisio è ancora chiaramente un giocatore, da qui a diversi anni, e trattarlo in maniera differente solo in nome del suo background, sarebbe stato un grave errore.

Essere o non essere dunque?… Le ragioni del Cuore o la mentalità programmatica?… La seconda sicuramente è la strada giusta, quella da sempre abbracciata e fatta propria dalla Juventus.

Probabilmente però, come in qualunque altro aspetto della vita, esistono talvolta sfaccettature e casi, che non possono essere sempre omologati, e distaccarsi totalmente dalla strada dei sentimenti, farebbe del Calcio un qualcosa che non è. Benissimo il business, le politiche e la programmazione, ma non dimentichiamoci che alla base di tutto, c’è sempre e solamente passione.