“La grande bellezza”

di Alexander Supertramp |

La grande bellezza. Ma cos’è la bellezza nel calcio? E’ un concetto davvero definibile? Come si può determinare? Definiamo spesso bella una partita, in base alla quantità di emozioni che ci provoca. Tanti capovolgimenti di fronte, grande ritmo, occasioni da rete, spazi necessariamente larghi e magari un bell’over come risultato, un 3 a 2 se non un 4 a 3. Ma qui si parla soprattutto di batticuore, di effetto sorpresa, di pura induzione emotiva. Più propriamente si può parlare di “bellezza” nel calcio, intesa come esercizio stilistico, una sorta di rappresentazione artistica raffigurata su tela verde. Una manovra offensiva ariosa, sinfonica, organizzata, ritmica, un qualcosa che è una sorta di via di mezzo tra una figurazione istintiva, ed una allo stesso tempo basata sul suo opposto. Ossia su ragionamento, calcolo degli spazi, dei tempi, preparazione e ripetizione.

Qui si pone però un primo grande equivoco, ed è quel pensiero interpretativo che vede la soddisfazione estetica, solo ed esclusivamente in un atteggiamento appunto offensivo, o in un grande colpo di classe di un singolo attaccante. La bellezza risiede invece in tante altre piccole grandi cose, e molte di queste appartengono anche alla difesa. L’ultimo commento, che mi ha fatto un po’ sobbalzare è stato quello del “solito”  Arrigo Sacchi. Innanzitutto voglio manifestare grande rispetto per questo ex tecnico. Quello che ha portato come innovazione, dal punto di vista della disciplina al lavoro, dell’organizzazione tattica dei reparti ed atteggiamento propositivo, ha sicuramente modernizzato il calcio della sua epoca e condizionato quello futuro, ed il tutto è stato condito (perché non basta solo portare innovazione) da grandi vittorie. Ma Sacchi deve anche accettare che non esiste una sola filosofia calcistica esatta e che è attrattiva solo ed esclusivamente quella. Sai che noia altrimenti. Una tattica diventa bella proprio perché  spesso è messa in contrapposizione ad un’altra. La frase dell’ex tecnico qualche giorno fa, al passaggio del turno di Roma e Juventus in Champions League è stata: “si, bei risultati, magari arriveranno anche più avanti, attraverso altre prove di grande agonismo, ma senza uno stile, senza una filosofia.”

Perché sempre questo svilire una grande caratteristica poi, da sempre identificativa del nostro calcio?

Una grande manovra offensiva da cosa è composta?… da precisa organizzazione e schematizzazione, armonia tra ruoli e reparti, con l’intento finale di creare spazio e tempo per poter colpire l’avversario. Seppur con il principio ovviamente opposto, gli stessi ingredienti che compongono un’adeguata azione difensiva, basata sul fine di chiudere quello spazio e quel tempo di battuta. Se guardiamo poi il lato più emotivo e romantico, che in un concetto così personale quale la “bellezza” deve poter rientrare, l’azione di difesa si rifà molto più a connotazioni umane che da sempre esaltiamo e con cui tutti noi ci confrontiamo. La capacità di soffrire, la capacità di restare compatti, di giocare da squadra, di resistere, di aiutarsi gli uni con gli altri, di andare oltre la fatica (anche psicologica) di una costante pressione avversaria… queste sono le fascinazioni di una grande difesa. Qualità che portate su un campo da gioco, rappresentano una emozionante metafora umanistica e della vita, molto più rispetto alla fredda logica degli schemi, assimilati a memoria e ripetuti dieci, cento, mille volte.

Ora usciamo invece dai reparti, ma analizziamo anche i singoli interventi delle due fasi. Un grande gesto tecnico offensivo è sicuramente la cosa più difficile, bella ed apprezzata nel calcio. Un tiro a giro, un dribbling, una rovesciata, sono l’essenza di questo sport. Ma perché  ridimensionare e non valutare la grande portata che sta dietro anche ad un grande intervento protettivo? Piegare il proprio corpo ed andare oltre leggi fisiche con la ricompensa di un gol, è mentalmente molto più naturale. Sottoporre il proprio corpo a grande fatica, a grande concentrazione e sofferenza nel compiere il gesto opposto, ossia quello di salvare un gol, ha in se radici molto meno comuni, e per questo, per certi versi, anche più apprezzabili. Saper resistere ad ondate offensive, portate da grandissimi giocatori, come vediamo spesso fare ai nostri difensori, è un qualcosa che va oltre certi limiti umani. Imprese che possono essere paragonate a grandi scalate ciclistiche, ma un ciclista ha nel traguardo se non altro la grande soddisfazione e meritata gloria, un difensore che salva un gol, difficilmente si vede ricompensato come meriterebbe  il grande sforzo.

Un altro piccolo grande errore che facciamo, quando disquisiamo di aspetti estetici nel calcio, è quello di prescindere dalla concretezza del risultato. Non dobbiamo mai dimenticarci che è un gioco, non una sala espositiva del Louvre. Un gioco ha per sua essenza un suo fine, e da questo non possiamo distogliere lo sguardo. I mezzi usati e studiati e preparati devono servire e piegarsi allo scopo, non possono essere per quanto raffinati, eleganti ed innovativi, i protagonisti.

Giudicare la bellezza di un gioco, di uno spartito tattico proposto è assolutamente lecito. Però dovremmo quantomeno  forse fissare una piccola regola: farlo solo tra squadre che hanno vinto. Al trionfo, alla vittoria si può arrivare in tanti modi, attraverso tante strade, ma tutte devono, per loro natura esistenziale “portarti a Roma”. Non può essere un gioco fine a se stesso, una strada senza meta. Non posso scegliere una via in base alla sua sola piacevolezza estetica, prima devo sempre sapere dove mi porta e dove voglio andare.