La dolce condanna del 3-0

di Willy Signori |

Per chi ha vissuto la Juve di Lippi, “l’andare a comandare” allegriano era un modo di intendere il calcio esteso ad ogni maledetta partita.
Lippi fu il primo a capire che coi 3 punti il pareggio era parente stretto della sconfitta, quindi tanto valeva rischiare.
Non fu un caso se la sua Juve resterà la prima squadra ad aver vinto il campionato dei 3 punti, con 7 sconfitte e soli 4 pareggi.
Quello che venne dopo fu ancora più esaltante, un dominio esteso anche all’europa, col desiderio di andare a imporre il proprio gioco ovunque.
Chi conosce la storia della Juventus sa che è stato un capitolo abbastanza isolato nella storia.

Quel capitolo però, anche 20 anni dopo, resta sempre nel mio cassetto “la Juve che vorrei vedere”
Perché questo salto indietro nel tempo? Non certo per nostalgia; viviamo tempi sportivamente esaltanti e l’orizzonte promette buono, ma martedì sera, o meglio notte, non riuscendo a prendere sonno dopo la sbronza col Barcellona mi sono sentito esattamente come mi era capitato di sentirmi 20 anni fa, ragazzo, felice non solo per la vittoria ma per come era arrivata, per la personalità mostrata.

Mercoledì sera alle 23 avremmo poi scoperto che tra le 4 partite, quella col risultato più netto sarebbe stata proprio quella della Juve… chi l’avrebbe mai immaginato?

Da qui la dolce condanna: il quadro che ci eravamo creati per ammorbidire un’eventuale uscita col Barca ora non esiste più, è cambiato lo sfondo.
Il cuscino che tenevamo per attutire il colpo ci è stato strappato, proprio dalla Juve stessa.
L’andata ci carica di un peso psicologico che prima non avevamo. Se fino alle 20 di martedì il Barcellona era favorito (blasone, tradizione, forza, abitudine alla CL, ritorno in casa ecc) e uscire non sarebbe stata una tragedia, adesso l’eliminazione sarebbe una disdetta e un passo indietro per la Juve.
Perché dopo il 3-0 i rapporti di forza sono inevitabilmente cambiati.
Questo fardello psicologico lo puoi combattere con un solo antidoto: la consapevolezza, di chi sei, di cosa vuoi.
Andare al Camp Nou e colpirli, non essere impauriti come l’armata brancaleone di Emery. Cercare il gol e poi fargli fare il circo se vogliono, perché al circo ci andiamo anche noi, ma come spettatori, il Barcellona dev’essere il clown per farti baloccare “tu gioca che io vinco, tu fai entrare le foche monache che io faccio un altro gol” e poi tanti saluti.
Questo deve fare la squadra di Allegri per tornare a comandare anche fuori dai confini italiani e uscire dalle guerre di pianerottolo sul bel gioco che improvvisamente vale più del risultato. Perché l’Europa dev’essere come l’amore per Capossela “un posto che è lontano solo prima di arrivare”.