La celebrazione della sconfitta

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Ciao a tutti,
seguo le gesta della Juve da molto lontano (dal Laos), nottate insonni o alzatacce.
Ho scritto dopo l’ennesima eliminazione per la necessità di condividere umori che non hanno altri sostenitori da queste parti!
Buon lavoro e forza Juve!

La differenza l’ha fatta il campo.

I giocatori Ajacidi si immaginavano sul prato. Si vedevano ancora prima di materializzarsi dentro la vista periferica del portatore di palla.

I loro richiami annodavano traiettorie improvvise che dipingevano arazzi mentre gli altri si affannavano ad inseguire una preda che si stava trasformando in un cecchino infallibile. I nipoti di Cruijff sono l’alba di un nuovo calcio. Dopo il Barcellona del tiki taka e il Real dei Galacticos hanno mostrato un nuovo modello di gioco e spettacolo low cost, costruito nel chilometro zero, autarchico nella sfacciata protezione delle scuole in cui coltiva i suoi tesori fatti in casa.

Ben lustrati dalla coppa dalle grandi orecchie, dei ragazzini brufolosi, per lo più biondissimi e costati solo un euro si sono affermati nel mondo dei novanta minuti che valgono miliardi di euro. Lo hanno dominato con la loro spontaneità, la loro libertà d’espressione, il loro poter fare semplicemente quello che più amano.

Gli Ajacidi inventano calcio ad ogni passaggio. Sembrano giocare nei campetti di quartiere.

Eppure hanno fermato dei colossi commerciali come il Bayern Monaco, il Real Madrid e la Juventus. Per questo dureranno come i fiori tra cui sono cresciuti: solo una stagione, irripetibile e meravigliosa. La loro velocità mentale ed espressiva ha però ribadito la vecchia dell’italianità. L’ha frantumata antropologicamente. L’ha dilaniata sotto i colpi dell’ennesima celebrazione della sconfitta che ha riunito gli anti-juventini.

In Italia 8 anni consecutivi di vittorie di una sola squadra hanno prodotto mostri e fantasmi.

Il triplete interista si è trasformato nella sublimazione di un trauma collettivo. L’immancabile eliminazione della Juve dalla coppa che conta ha prodotto invece un rito annuale che celebra la vittoria dell’“altro” e la sconfitta del “padrone”. L’eliminazione dalla Champions League della “Rubentus” si è ormai trasformata in un carnevale necessario a ristabilire l’assolutezza dell’impossibilità: il male comune. Riannoda solidarietà precarie del mondo diviso del tifo dentro una sorta di nazionale incapacità di resistenza a un modello economico.

La dittatura della pianificazione e del debito, del bilancio e degli investimenti immobiliari, delle riqualificazioni sportive di periferie senza una funzione e dell’invasione del settore ospedaliero da parte di un’impresa del divertimento non lascia altro spazio.

Resta solo l’ennesimo fallimento europeo da circa 94 milioni di euro.

Il paradosso è così profondo da nascondere le ragioni storiche di rivoluzioni che hanno sempre riguardato altri e mai l’Italia. Magari ci riusciranno i soldi dei cinesi. Magari quelli americani. Forse un fantomatico arabo arriverà con un nuovo piano Marshall per rimettere assieme i cocci della decadenza. Tornerà il grande Milan o la grande Inter. L’importante però è che la Juve non vinca in Europa. Solo così un passato immaginario di autentica moralità e valori sportivi potrà riaffacciarsi tra i campetti della Serie A.

Agli juventini “veri” non resterà che tifare Ajax nella sua spedizione di conquista dell’isola britannica ricordando la bellezza amara di una squadra che ha insegnato calcio a Torino forse più del Real della rovesciata di Ronaldo.

di Rocco Santangelo