L’1% che mancava ad Allegri

di Vittorio Aversano |

”La filosofia di gioco può essere diversa, ma non si deve perdere quel 99% di positivo che c’era nel modo di giocare nella Juventus di prima” (Maurizio Sarri, Allianz Stadium, 27 giugno 2019)

All’interno della prima, copiosa intervista rilasciata dal neo tecnico bianconero, colpisce in particolare quest’affermazione che, sostanzialmente per l’intero, valuta e rivaluta il tanto bistrattato modo di stare in campo e giocare il pallone della Juventus di Massimiliano Allegri. Colpisce, poi, che a rendere questa dichiarazione sia proprio Maurizio Sarri che, per quanto visto sinora, è portatore di una filosofia non già “diversa”, come sostenuto dal tecnico stesso, quanto opposta rispetto a quella dell’allenatore livornese: la bellezza funzionale contro il pragmatismo radicale. Come conciliare, anche solo concettualmente, questa “filosofia di gioco” con quel “modo di giocare”? E come giustificare che quest’ultimo, per un sostenitore della prima, rappresenti in pratica la “quasi-perfezione”?

La filosofia di gioco di Sarri, come già meglio spiegata in altri articoli qui nel nostro sito, si distingue per imporre i propri ritmi agli avversari e sfruttarne i punti deboli, grande organizzazione, preparazione tecnica e atletica, attenzione maniacale ai dettagli e alle posizioni (ora aiutati anche dall’intelligenza artificiale), il tutto senza mai snaturarsi contro qualsiasi avversario. Il calcio come bellezza, come divertimento perché, se i giocatori si divertono, divertono anche il pubblico e, per l’effetto del gradimento da parte di quest’ultimo, la squadra è motivata ad aumentare l’intensità delle proprie prestazioni (parafrasando quanto affermato da Sarri nella conferenza stampa di insediamento). Questa filosofia comporta in realtà un calcio piuttosto “semplice” sotto il profilo tattico, perché le posizioni e i movimenti sono pressoché prestabiliti e tutto ciò che occorre fare è applicarli attraverso un sapiente dosaggio dei passaggi e dei cambi di posizione, facendo muovere l’avversario o coinvolgendolo in frequenti “torelli” destabilizzanti, quindi velocità di pensiero ed esecuzione, per mettere gli attaccanti nelle condizioni ideali per andare a segno: non sorprende che molti gol delle squadre di Sarri giungano a porta sguarnita.

Lo stesso Sarri conferma questi concetti: “Il tentativo sarà quello di giocare più palloni possibili, ma questa è filosofia di gioco, poi vorrei  che la squadra mantenesse alcune  caratteristiche della squadra di Max, che ti dava anche la sensazione di poterla mettere sotto, poi improvvisamente ti dava la sensazione opposta.

Sarri contrappone la propria “filosofia” a un “modo”, a “caratteristiche”, quindi, non a un’altra filosofia. Questo aspetto – che, a sua volta, può apparire come “filosofeggiare” – in realtà spiega molto del tecnico attuale, che ha un’idea di calcio prima che una pratica, contrariamente ad Allegri. Per entrambi, i giocatori sono al centro del progetto, “perché sono loro ad andare in campo” (multicit.) ma, per Sarri, l’allenatore ha un ruolo asseritamente relativo nei confronti dei campioni e incisivo su quelli più giovani, da formare, mentre per Allegri l’allenatore “dovrebbe fare meno danni possibili” (che poi questo fosse realmente o meno il suo pensiero è stato oggetto di ripetuto dibattito in questi ultimi anni).

Per Allegri, il calcio era altrettanto “semplice”, ma avulso da teorie e schemi, più fisico che atletico, più prudente che audace, risultando di conseguenza maggiormente farraginoso e meno fluido: queste sono le “caratteristiche”, che portavano le sue varie Juventus a soccombere spesso sul piano del gioco, che appariva come lasciato alla casualità (non è in discussione che ciò avvenisse anche contro squadre di modesta caratura e che le partite dominate in campo dalle squadre di Allegri in cinque anni si contino sulle dita di una mano), ma a risultare, alla distanza, vincenti nel risultato (in Italia), grazie a qualche prodigio individuale o estemporanea azione corale che andava a segno. Solo a tratti, nel corso del quinquennio, questo modo di giocare ha evidenziato anche imponenti limiti, che si sono osservati sia in alcune fasi dei vari campionati sia in Champions League.

99% e 1% tradotti: avere schemi nel calcio su cui basarsi sarà pur poco (?) ma, senza quello, non completi l’opera, perché la giocata del campione non sempre può intervenire e rivelarsi propizia e questo la relega a piano di riserva, elevando l’applicazione pratica della teoria a strategia principale di riferimento. Così come, senza una solida mentalità vincente, data dal pragmatismo, ti limiti a offrire un bello spettacolo e nulla di più.

Quelle che appaiono come due visioni contrapposte, in realtà, possono rivelarsi perfettamente complementari (e non sarebbe certo la Juventus la prima a darne dimostrazione): è una sorta di incremento per fusione quello che intende operare Sarri, tra il proprio gioco (1%) e il DNA Juventus che – ammettiamolo – le squadre allenate da Allegri hanno pienamente espresso (e questo spiega il 99%), perché sappiamo bene, andando indietro con la memoria, che poche Juventus vincenti hanno anche espresso un bel calcio, ma si tende a idealizzare il passato.  La filosofia di gioco di Sarri è sicuramente preferibile perché “all’europea”, mentre il DNA Juventus, se effettivamente espresso da Allegri, è sicuramente più “all’italiana”, quindi tendenzialmente calcolatore e speculativo che, nel bene e nel male, è una caratteristica propria della Juventus (lo dimostrano, purtroppo, i pochi successi europei in bacheca). Sarri, questo, vorrà preservarlo e probabilmente porlo a fondamento del proprio progetto sportivo, soprattutto perché può permettere, in campionato, di arrivare alla vittoria finale e, in Europa, di dare quel qualcosa in più in certi momenti, contro certe squadre.

Sarri sa bene che non tutte le partite esprimeranno, per un fatto statistico, il suo miglior calcio e non tutte porteranno risultati positivi: per ottenerli, occorre quindi chiarire ai propri giocatori che la mentalità dev’essere quella – “alla Allegri” – di crederci fino all’ultimo, restando compatti e concentrati e preferendo la giocata scolastica all’italiana (o all’inglese) rispetto al virtuosismo brasiliano, anche talvolta a discapito della “bellezza”, se necessario; che non ci può essere vittoria (che è tutto ciò che conta) se non si ragiona da squadra e che ci saranno tempi, anche durante le partite, in cui potrebbe essere necessario ricorrere allo stratagemma della vipera che si nasconde sotto il sasso, per poi colpire a freddo. Questi sono concetti noti in casa Juventus, ma nuovi per Sarri, che vuole dimostrare di aver già assorbito e fatto propri.

Perché Sarri tutto questo l’ha capito non oggi, non ieri, ma in anni, da avversario, e anche quando non era nostro diretto avversario, perché allenava in categorie inferiori, e ci osservava. Soprattutto, io credo che Sarri sappia che questo modo di giocare – non bello, ma efficace – unito alla propria “filosofia di gioco”, potrà consentirgli di raggiungere quella sorta di perfezione tattica, che dovrebbe – idealmente – produrre ciò che tutti noi vogliamo: intrattenimento e vittorie. Insomma, filosofeggiare va bene altrove, ma qui contano i risultati e, quindi, per la concretezza, rivolgersi alla “lezione” allegriana: alla Juve si diventa aziendalisti, il passato si lascia fuori dalla porta. Sarri, in pratica, ci sta dicendo che apporterà un “tocco cosmetico”, apparentemente modesto nella sua entità, ma che è tutto ciò che serviva per poter far bella La Signora anche in Europa: l’upgrade che mancava.


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