Kulu, Arthur, Chiesa e McKennie, la stagione passa anche dai nuovi

di Davide Rovati |

Sin dalla prima giornata di campionato, Andrea Pirlo ha dimostrato di essere ben diverso da entrambi i suoi predecessori sulla panchina della Juve per quanto riguarda il coraggio nel lanciare giovani e nuovi acquisti. Un po’ per le circostanze determinate da una stagione fuori dal normale, un po’ perché la Juve in estate ha ringiovanito tanto su precisa indicazione del presidente Agnelli. E così pronti via e in Juve-Samp ben due nuovi acquisti, McKennie e Kulusevski, hanno esordito dal primo minuto alla prima convocazione, un onore che negli anni di Allegri non era toccato a giocatori del calibro di Dybala, Higuain, Pjanic, Douglas Costa. L’anno scorso, De Ligt, Danilo, Rabiot e Ramsey ricevettero lo stesso trattamento: panchina alla prima convocazione.

Non è affrettato iniziare a tracciare un profilo dei quattro “oggetti misteriosi” (escludo per ovvie ragioni Morata) arrivati dal mercato quest’estate, partendo da quanto visto sul campo e delineando quel che sappiamo di loro e quel che ancora dobbiamo scoprire.

 Dejan Kulusevski  (627’ giocati)

Kulusevski è forse il talento meno ortodosso che mi sia capitato di vedere in questi anni. Non è una osservazione necessariamente negativa, anzi i talenti poco ortodossi sono proprio quelli in potenza più iconici, che possono segnare una generazione (per informazioni, chiedere al suo connazionale Zlatan).

Non c’è nulla di convenzionale in Dejan, a partire dal suo fisico. Non ricordo un altro giocatore di 186 cm -per giunta ben piazzato, non certo un fuscello alla Pastore- essere talmente incapace di vincere un duello aereo al punto da costringere lo staff tecnico a lasciarlo fuori area su tutti i corner e le punizioni difensive. Kulusevski sembra spesso muoversi come se il suo fisico imponente fosse un problema più che un vantaggio, come se dovesse convivere controvoglia con questo armadio che si porta in giro per il campo. Andatura dinoccolata, postura ingobbita, corsa che si fa inarrestabile non appena riesce a divincolarsi dal traffico, c’è solo un giocatore che mi ricorda Kulusevski per le sue movenze e si tratta di Matt Le Tissier, un altro freak di quelli che riconosceresti al primo colpo guardando due secondi di una partita a caso.

Persino a livello tecnico, Dejan non mi pare il classico giocatore forgiato alla perfezione. Ha dei colpi deliziosi, ma il suo controllo è tutt’altro che impeccabile, la palla non sembra rimanergli sempre incollata al piede in conduzione, soprattutto ha dei problemi enormi col piede debole, del quale sembra fidarsi pochissimo.

Nonostante una serie di difetti evidenti, Kulusevski ci ha già fatto vedere che il suo modo di pensare calcio è fuori categoria. Da tanto tempo non avevamo in rosa un giocatore con questo gusto per il passaggio filtrante, per la verticalizzazione killer. Un toccasana soprattutto per i nostri contropiedi. Anche quando sbaglia l’esecuzione, spesso la scelta a monte era quella giusta.

Dejan sta vivendo un momento di innegabile appannamento e sembra molto sfiduciato, sbaglia le cose semplici e non prova più quelle complicate. In particolare, l’approccio alla Champions League è stato insufficiente. A livello tattico, la sensazione è che il giocatore non ami partire troppo largo, soprattutto quando gli spazi sono congestionati e diventa difficile accentrarsi senza dover rinculare e perdere metri. Il materiale c’è tutto, ma bisogna lavorarci sia tecnicamente sia tatticamente.

 Arthur  (575’ giocati)

Di Arthur si è scritto tanto e ho la sensazione che si continuerà a scrivere tanto, perché in molti concordano che la stagione passi anche dai suoi piedi e dalla sua capacità di diventare un riferimento.

Baricentro basso, piede a calamita -tranne a Benevento- e primo passo imprendibile fanno di Arthur un giocatore nato per eludere la pressione avversaria. A questo si deve aggiungere che è di gran lunga il nostro centrocampista con i tempi di smarcamento migliori nella costruzione bassa, spesso l’unico giocatore di cui i portieri si fidano quando la giocano corta.

Arthur è l’esatto contrario di Kulusevski: completa consapevolezza del proprio corpo, sia nei pregi che nei difetti. Il grande rebus per Pirlo e per i suoi compagni è come sfruttare i vantaggi che Arthur ti dà quando riesce a disorientare l’avversario diretto, perché l’efficacia dei suoi dribbling è tanto maggiore quanto più è rapido lo scarico successivo. Arthur infatti è un giocatore del tutto piantato in progressione, inadatto a coprire larghe porzioni di campo con e senza palla. Il vantaggio che acquisisce saltando il centrocampista che lo va a pressare viene del tutto azzerato se non riesce a scaricare la palla entro i due-tre tocchi successivi al dribbling.

La sua predilezione per il gioco corto non mi preoccupa più di tanto: il giocatore mi sembra diligente e recettivo; ha già aggiustato il range dei suoi passaggi, cercando con più frequenza l’apertura o la palla sopra la testa per il taglio di Cuadrado. Semmai deve abituarsi a giocarla meno sui piedi e più sulla corsa, soprattutto quando pesca un esterno libero.

Il grosso problema di Arthur è senz’altro la fase difensiva. Il giocatore sembra incapace di andare a contrasto senza essere rimbalzato. Vista la sua lentezza sul lungo è poco utile nel tamponare i contropiedi avversari, anche perché non ricorre quasi mai al fallo. Le sue letture in prossimità dell’area di rigore sono spesso discutibili e non sembra avere un buon “fiuto” per le situazioni pericolose in cui bisogna alzare la soglia dell’attenzione.

La mia sensazione è che la Juve possa “permettersi” Arthur solo se il brasiliano saprà alzare il livello dei suoi colpi e diventare più determinante in fase di possesso e organizzazione della manovra; diversamente, il rischio è che diventi un giocatore le cui debolezze verranno sfruttate in maniera sistematica dagli allenatori avversari.

 Federico Chiesa  (508’ giocati)

Nei momenti migliori, Federico Chiesa è un martello in grado di tenere in apprensione la linea difensiva avversaria attaccando gli spazi senza sosta, puntando l’avversario diretto, guadagnando il fondo e mettendo dentro delle palle interessanti.

Nei momenti peggiori, Federico Chiesa è un egoista che mette giù la testa e prova a saltare l’uomo con movimenti sempre goffi e molto spesso finisce per trascinarsi la palla fuori senza nemmeno guadagnare una rimessa laterale.

Il ragazzo ha dimostrato, soprattutto nelle prime apparizioni, di avere il livello agonistico giusto per giocarsi un posto da titolare alla Juve. Federico però deve rendersi conto che, appena l’elettricità si spegne, la sua cifra tecnica è troppo bassa per fare la differenza, persino contro terzini modesti il cui unico merito è mantenere la concentrazione sulla palla. Quindi meglio giocare semplice e aspettare la palla giusta, sulla corsa, per provare a fare la differenza.

Da lui ci si aspetta ferocia, innanzitutto nel pressing (che è sempre uno degli aspetti più problematici per questa Juve), in secondo luogo nei pressi dell’area avversaria, dove deve sentire “l’odore del sangue”. Non l’abbiamo ancora visto al tiro, ma ha nelle corde la conclusione secca e precisa che ricordiamo del padre: che la spolveri al più presto, perché non si può vivere solo di Morata e Ronaldo.

 Weston McKennie  (358’ giocati)

Il centrocampista americano rimane l’oggetto più misterioso del lotto, un po’ perché ha giocato meno degli altri, un po’ perché ha altalenato partite da MVP ad apparizioni negative in cui ha girovagato per il campo senza meta e profitto. Il mediano box to box tutto contrasti visto con la Sampdoria all’esordio ha presto lasciato spazio a un McKennie incursore e “guastatore”. L’americano ha dimostrato una interessante sensibilità nei tempi di smarcamento, spesso non accompagnata da gesti di rifinitura di pari valore tecnico.

La sensazione è che Pirlo veda in lui un giocatore dalle caratteristiche difensive importanti, che però vada schierato il più avanti possibile, un po’ per evitare che troppi palloni passino dai suoi piedi (disastrosa in questo senso la partita di Roma), un po’ per mandarlo all’assalto sul primo pressing, colmando le lacune atletiche e attitudinali di alcuni attaccanti. Compito che McKennie, a dir la verità, ha svolto non senza qualche imbarazzo e dando la sensazione di faticare a trovare dei riferimenti. La posizione di incursore, peraltro, gli toglie anche la possibilità di mettere in mostra una delle specialità della casa, la forza nei contrasti aerei.

In generale, McKennie sembra un centrocampista da duello, che convince quando riesce a giocare addosso all’avversario o a rincorrerlo da vicino: insomma, quando sente la possibilità di andare a contatto col pallone. Non è raro però vederlo preso in mezzo nel palleggio e correre, come in un torello, senza capirci un granché, a metri di distanza dalla sfera.

Le sue caratteristiche sono comunque uniche nella rosa della Juve e McKennie sembra volersi giocare le sue chance con buona personalità. Il resto deve mettercelo l’allenatore, che non sembra ancora avergli trovato una collocazione definitiva nella sua idea di rosa.