Khedira e Douglas, desaparecidos alla riscossa

di Davide Rovati |

Se si scorre la rosa della Juventus 18/19 in ordine discendente di minutaggio bisogna oltrepassare Mattia Perin per trovare due calciatori la cui stagione era partita con premesse gloriose: Sami Khedira e Douglas Costa.

Due talmente diversi che fa strano poterli accomunare in un concetto. Pensate al modo di stare in campo: sempre frenetico il brasiliano (da cui le accuse di sbagliare tutte le scelte, di accelerare troppo il gioco), sempre posato il tedesco (da cui le accuse di muoversi poco, di rallentare l’azione). Pensate anche alle gerarchie di Allegri: Sami l’intoccabile contro Douglas che andava in panchina anche quando vinceva le partite da solo.

Se li possiamo mettere insieme in un articolo è perché la loro stagione finora si assomiglia moltissimo. Lasciando da parte le cause, che sono esclusivamente fisiche per Khedira, fisiche, tecniche e forse comportamentali per Douglas Costa, la realtà dei fatti è che Allegri non li ha utilizzati quasi mai. Entrambi però sembrano pronti e freschi per il finale. Vediamo come ciascuno di loro potrebbe interpretarlo.

 

Douglas Costa è stato forse il giocatore-chiave della Juventus da gennaio a maggio 2018. Sia come subentrante, soprattutto in Serie A, sia come titolare in Champions. Le sue abilità nel dribbling, nei cross, nelle transizioni palla al piede sembravano aver aggiunto una nuova dimensione a una Juventus fin lì piuttosto piatta. Erano in molti quest’estate a pregustare un’intesa letale con CR7.

Invece la stagione dell’esterno brasiliano è stata disastrosa. Più che la cronistoria, che tutti ricordiamo, bastano un paio di dati per farne una fotografia: ultima partita ufficiale giocata il 2 febbraio; 10 presenze da titolare, 9 volte sostituito – unica volta in campo per 90′ a Berna contro lo Young Boys; più cartellini (3) che assist (2).

Douglas era il simbolo dell’abbondanza del nostro pacchetto offensivo, quello che era un lusso poter tenere in panchina e utilizzare come cambio spacca-partite. Dopo 9 mesi si ritrova in fondo alle gerarchie, a battagliare persino per un posto in panchina, perché in Champions ne vanno solo 7 e rispetto a settembre c’è un Kean impossibile da dimenticare in tribuna.

Ironia della sorte, la partita di mercoledì sembra essere il copione perfetto per uno con le caratteristiche di Douglas Costa: avversario arrembante, tanti spazi da attaccare, un centrale poco esplosivo adattato a terzino sull’out di destra (Veltman). Al momento però sembra assurdo ipotizzare un suo impiego, anche perché non sappiamo nulla della sua condizione – nonostante il parere piuttosto chiaro del diretto interessato sui social…

Ma al di là del quarto con l’Ajax, è chiaro che in questi due mesi scarsi Douglas Costa si gioca un pezzetto di futuro. Due stagioni sono più che sufficienti alla Juventus per decidere il da farsi in sede di mercato: chiedere a Pereyra e Lemina, che pure avevano esordito sotto i migliori auspici.

Sami Khedira in campo ci è già tornato: sabato, quando Emre Can ha alzato bandiera bianca, Allegri ha scelto il suo colonnello tedesco per sostituirlo, nonostante in precedenza avesse fatto intensificare il riscaldamento anche a Pjanic.

L’ampio spezzone giocato dal numero 6 è stato, senza mezzi termini, piuttosto sconfortante. Personalmente me lo ricordo solo per la compartecipazione alla catena di errori che porta al gol del Milan. Doveva dare una mano in entrambe le fasi allo spaesato Bentancur e ha chiuso la partita con zero intercetti, zero respinte, zero rinvii, zero falli fatti.

Dati che fotografano da soli la difficoltà del centrocampo juventino nella prima ora di partita. Dati purtroppo non insoliti per il Khedira delle ultime stagioni, costantamente all’ultimo posto fra i nostri centrocampisti per contribuzione difensiva.

Il modo di stare in campo di Khedira sembra essere diventato sempre più elitistico nel corso degli anni, come se il suo calcio fosse una costante opera di astrazione: astrazione dal contatto fisico, astrazione dalla corsa, in definitiva astrazione persino dal pallone. Da cui le teorie un po’ bislacche degli innamorati incrollabili di questo ex-medianone (sì, esistono anche loro): “Khedira è determinante anche quando non lo si nota”, “Khedira ha un’intelligenza superiore”, “basta la presenza di Khedira per far giocare meglio la squadra”.

Sembra tutta aria fritta – e infatti non viene mai suffragata con dati ed esempi – per non ammettere che ormai Khedira il centrocampista non lo fa più, non ha più voglia di coprire così tanto campo, soprattutto correndo all’indietro. Per accorgersene basterebbe vivisezionare i primi 3-4 secondi dopo ogni palla persa dalla Juve, capire dove si trova Sami in quell’istante, qual è il suo linguaggio del corpo nei confronti dell’avversario che ha riconquistato la sfera.

Il Khedira juventino però si è scoperto via via sempre più determinante in zona-gol. Lui che non segnava più di 4 reti in un’annata dal lontano 2008-09 sembra essere di colpo la reincarnazione del Dino Baggio implacabile di metà anni ’90. Ecco che allora sappiamo già cosa chiedergli per questo finale di stagione, segnato dal letargo realizzativo di Mandzukic e in generale da un contributo sotto media di tanti eccellenti tiratori (Dybala, Bernardeschi, Pjanic). Sami, gol pesanti, grazie. E Allegri faccia correre qualcun altro al posto tuo.