JVTBSTORY / Gianluca Pessotto, quando l’erotico ridicolizza il pornografico

di Giulio Gori |

Tra i sorrisi indimenticabili della storia bianconera, tutti ricordano quello beffardo di Michel Platini, a Tokyo, dopo il magnifico gol che gli fu annullato nell’Intercontinentale. Molti non dimenticano quello serafico di Vladimir Jugovic, un attimo prima di battere il rigore più pesante della nostra storia, quello della finale di Champions contro l’Ajax. Ma c’è un altro sorriso, non meno rilevante, che molti hanno dimenticato.

 

 

Stagione 2001-2002, la Juventus vince lo scudetto all’ultimo soffio. La classifica dice: bianconeri 71, Roma 70, Inter 69 (e ricordate a Moratti che se vuole anche quello scudetto a tavolino, dopo aver bussato a Vinovo deve farlo anche a Trigoria!). Nello svolgimento ai limiti dell’onirico di quella stagione, c’è un fondamentale passaggio che si svolge la sera del 10 febbraio all’Olimpico di Roma. La Juve, ridotta in dieci dall’espulsione di Iuliano, regge all’assalto giallorosso e chiude con un fondamentale 0-0 che si rivelerà poi decisivo per lo scudetto. A partire dal cartellino rosso del 41’, lo spartito di quella partita è uno solo: i giallorossi premono, eppure non sfondano mai, la Juve di pericoli veri non ne corre. Fino a quando Marco Del Vecchio non riesce a sfondare sulla sinistra, entrare in area e arrivare sul fondo a pochi metri dalla porta. Il cross rasoterra, Buffon fuori causa e Batistuta si trova solo, al centro della porta, a due metri dalla linea: non ha altro da fare che toccarla di piatto e appoggiarla in rete. La curva Sud si alza in piedi, le braccia si sollevano, ma spunta da dietro un piedino, il sinistro di Gianluca Pessotto, che sulla linea respinge il gol già fatto. Non un contrasto, né una spintarella di mestiere, né una scivolata disperata. Il terzino arriva di nascosto e allunga giusto il piede con quella cautela che serve quando si sale un gradino senza voler essere sentiti. Batistuta non capisce, poi capisce, si mette le mani nei capelli. La regia punta sulla faccia di Pessottino, che ride sadico come avrebbe riso Muttley delle disgrazie di Dick Dustardly. Più che una scena eroica, è erotica.

 

 

Gianluca Pessotto è l’esatto contrario della pornografia. È l’erotismo raffinato del vedo-non vedo, è l’implosione del gesto, l’essenzialità che nulla concede al gusto greve dei pornografi. È un fuoriclasse ma solo per palati fini. Uno dei più grandi terzini della storia del calcio, confuso per un onesto portatore di borracce. I fondamenti del terzinismo classico in definitiva sono due: essere veloci e saper difendere. Sulla prima, il brevilineo Pessotto non ha alcuna difficoltà, ma è sulla seconda che costruisce la meraviglia di una carriera premiata da cinque Scudetti, quattro Supercoppe di Lega, una Champions, una Intercontinentale e una Supercoppa europea, oltre che un argento europeo che gli varrà il titolo di cavaliere della Repubblica. Pessotto difende come pochi al mondo: non solo perché sull’uno contro uno frontale è impossibile da dribblare, ma anche perché il suo senso della posizione, le sue diagonali sempre perfette, la sua capacità di fondere i concetti della zona e della marcatura a uomo, la costante concentrazione, ne fanno un riferimento per chiunque si avvicini al ruolo di terzino, ieri come oggi: i movimenti di Pessotto dovrebbe essere – e spesso lo sono – mandati in onda senza interruzioni a Coverciano come in qualsiasi scuola calcio. Pessotto è sempre al posto giusto, Pessotto non è mai troppo distante dal centrale e non è mai troppo distante dall’avversario, Pessotto marca e difende collettivamente, Pessotto c’è. In un calcio, come quello degli anni ‘90, nella complicata transizione tra due filosofie di calcio considerate erroneamente come inconciliabili, lui è la prova che la sintesi esiste. Una prova che oggi si tramuta in una sfida alla modernità posticcia di chi non sapendo difendere trova alibi nelle necessità del calcio Champagne.

 

 

Il porta borracce più fenomenale della storia recente del pallone, del resto, non è neppure antico come la vulgata vorrebbe raccontarci. Pessotto nel calcio moderno ci starebbe a meraviglia. Non aveva dribbling, né spunti offensivi e possedeva un tiro a malapena da adolescente. Ma nel juego de posicion che pretende che i difensori costruiscano, che sappiano palleggiare in spazi sempre più ristretti dal pressing e con percentuali di precisione sempre più alte, il numero 17 bianconero avrebbe sorriso e avrebbe insegnato il come si fa. Tanti anni fa, assistendo a una partita al Robin Hood di Firenze, il fu covo gobbo a duecento metri dalla Cupola del Brunelleschi (ebbene, un posto così esisteva davvero), assisto alla scena traumatizzante di vedere Pessotto che sbaglia un passaggio. Mi alzo in piedi e grido: «Dottore, è grave, è grave! Pessotto ha avuto un’ischemia!». La gente mi guarda perplessa, ma un mio amico raccoglie l’assist, fa l’esegesi e fa scoppiare di risate la platea un po’ tarda: «Effettivamente non c’è altra spiegazione – commenta – era da due stagioni fa che non sbagliava un appoggio». E il bello è che le sue qualità di palleggio vengono esaltate dal fatto di giocare a piede invertito, apoteosi della modernità: il piede debole viene usato per i passaggi lungolinea, quelli meno rischiosi perché se anche intercettati non ti tagliano fuori e ti permettono di recuperare, il piede forte invece diventa lo strumento per i ben più delicati passaggi verso il centro del campo. Quanto ai cross, tema su cui si potrebbe aprire un simposio internazionale senza venirne a capo neppure dopo un secolo, Pessotto da alcuni considerato scarso, era semmai avaro: malgrado, appunto, giocasse a piede invertito, la qualità dei pochi cui si prestava era sempre molto alta. Due su tutti: quello del 7 maggio 2000 contro il Parma, di sinistro, che consentì a Del Piero di tornare al gol su azione dopo un lunghissimo periodo di digiuno, e quello del 2 luglio successivo contro la Francia in Nazionale, di destro, che mise quel pezzo di legno di Del Vecchio di doverla giusto soffiare in porta nella finalissima degli Europei. Storia.

 

 

Ma se Pessotto deve essere racchiuso in una serata di gloria, la partita delle partite è senz’altro la finale di Champions del ‘96 contro l’Ajax. I lancieri sono campioni in carica, considerati imbattibili, col loro possesso di palla lento e inesorabile che ti costringe a fare da spettatore per tutta la partita. Con Overmars lontano dai campi per infortunio, i mostri sacri, gli imprendibili, sono tre: l’olandese Edgar Davids, il motore; il finlandese Jari Litmanen, uno o due tocchi al massimo, giocate geniali e letali; e il nigeriano Finidi George, un tornante alto come uno stopper che corre come un velocista e che salta l’uomo come un brasiliano. Marcello Lippi sceglie la strada apparentemente folle di aggredire l’Ajax, il giocatore chiave è Antonio Conte che divora Davids in un pasto ferale. I lancieri soffrono le verticalizzazioni, non riescono a consolidare il possesso e sono costretti ad adeguarsi con ripartenze altrettanto veloci. Per Pessotto, costretto a far da can da guardia a Finidi, sono momenti difficili: a vederli accanto sembrano Pollicino con l’Orco. E Pessotto all’inizio soffre, si fa anticipare, poi perde un rimpallo, sembra una sfida persa. Poi l’intelligenza e il mestiere vincono sui 16 centimetri di differenza, Pollicino usa il corpo per far leva sull’Orco e lo manda nei pazzi: sempre in anticipo, sempre puntuale, non si passa. E sul volto di Pessotto torna il sorriso. Ma tra il ‘44 e il ‘57, di fatto da quando Conte esce per infortunio fino a quando Lippi non corregge i problemi mandando in campo Di Livio, Davids giganteggia, la Juve perde il pallino del gioco, subisce il pareggio da Litmanen, rischia di sbandare. Pessotto no. Ormai il mal di pancia da finale è passato da un pezzo. Finidi, che prima dell’incontro era indicato dalla stampa come il sicuro giocatore decisivo, quella sera all’età di 25 anni dice addio a una gloriosa carriera: non si riprenderà mai più. Intanto, nel rimescolamento di carte dei 120 minuti di partita, col nigeriano ormai tramortito, Pessotto viene poi spostato a destra per disinnescare il neo entrato Nordin Wooters, giocatore esperto, scorbutico e soprattutto fresco. Non pervenuto: l’olandese, s’intende. Poi che fai, dopo una partita così, non glielo vuoi far tirare un rigore a Pessotto? E lui lo tira come se l’erba fosse il panno di un biliardo (esattamente come lo tirerà quattro anni dopo nella semifinale degli Europei contro l’Olanda): rincorsa a passettini, tiro rasoterra di giustezza perché tirar forte non serve, a un millimetro uno dal palo, sorriso.

Il 17 aprile 2002, a 32 anni, la sua carriera viene interrotta da un grave infortunio ai legamenti. Tornerà, ma molto più lento, mai più come prima. Eppure anche quel momento, pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo dell’amichevole Italia-Uruguay a San Siro, è avvolto da un’aura di leggenda. Non perché il giorno dopo la Gazzetta gli tributerà l’apertura del giornale, non perché la Bbc se ne occuperà in un servizio (e a ben vedere: gli Azzurri i Mondiali giocheranno con Coco terzino!), ma perché nella storia dello sport, di ogni sport, forse non si è mai assistito a una scena di così regale dignità: il legamento si rompe, Pessotto si ferma, resta in piedi, dalla panchina arrivano in suo soccorso, lui in piedi. Nessun urlo, nessun bisogno di rotolarsi a terra. Poi si fa accompagnare fuori senza barella, un passettino dopo l’altro. L’imperturbabilità di un imperatore. Un’uscita di scena degna del tramonto di Chaplin e dello scalone di Billy Wilder. Pensare che per gli amanti della pornografia Pessotto è stato solo un portatore di borracce.