JVTBSTORY / Marotta, il Grande Saggio che capiva di uomini

di Juventibus |

Cambia il calcio, e cambia la fisionomia dei suoi protagonisti.
Cambia in campo, dove i fuoriclasse performativi e robotici come Messi che appaiono privi di avventura e destino, aboliscono gli antichi campioni dell’imprevisto e del genio come Diego Maradona, che dal destino e dall’avventura erano governati, e li confinano in una dimensione mitica e perduta, come se fossero divinità minoiche.
E cambia fuori dal campo, dove la figura del grande dirigente moderno, capace di confrontarsi con il fardello inorganico di principi contabili, plusvalenze, fair play finanziario ed equilibri di bilancio, sovrasta e s’impone sulle antiche e mefistofeliche maschere balzachiane e cardinalesche che fino a un decennio fa, governando indisturbate sull’universo calcio, ne facevano un vasto e psichedelico paradiso di libertini, lo scenario perfetto per una versione moderna di Les liaisons dangereuses ambientata in androceo, dove l’oggetto del desiderio era la vittoria, le guarentigie erano prestigio, fama e prosperità collettiva, e il pretesto affettivo il gioco del calcio.

Se il calcio italiano fatica a evolversi come sistema-spettacolo, è soprattutto perché la transizione tra queste due figure antitetiche, il libertino di potere e il manager rampante, ancora non è avvenuta in modo strutturale. L’una è relitto arrugginito che sembra non voler sprofondare mai del tutto in un passato per alcuni glorioso e per altri riprovevole, l’altra si proiettata su un presente per alcuni moderno e per altri irrimediabilmente apatico. Basta immaginarsi in una riunione di Lega per ritrovarsi circondati da un lebbrosario di cinesi senza volto, ex faccendieri ripuliti, tycoon italo-americani dai progetti immobiliari fantasiosi, cabarettisti prestanome, oratori di latinorum, golem bifronti per metà cinesi e per metà indonesiani, uomini a volte competenti e genialoidi più spesso villani invitati al banchetto a conseguenza di intricate cooptazioni, che appartengono a contesti societari in cui non sempre esiste una chiarezza di compiti o una divisione di ruoli organica e funzionale, così come richiederebbero aziende che per restare competitive non hanno altra opportunità che lavorare a un progetto comune, e che integrate tra loro formano, per fatturato, il dodicesimo settore economico del paese.

In questo scenario, Giuseppe Marotta, 59 anni, amministratore delegato della Juventus, appare tra i pochi, se non l’unico, ad aver completato la sua metamorfosi da uomo di calco vecchio stampo a dirigente moderno, trovando un equilibrio tra romanticismo passato e integralismo presente, connubio che rappresenta un valore aggiunto. Precocissimo, a 21 anni, nel 1978, Marotta era già responsabile del settore giovanile del Varese Calcio in Serie B, occupandosi dunque di problematiche prettamente tecniche, per poi evolversi e crescere nella figura manageriale tout-court di direttore responsabile sempre a Varese, poi a Monza (con una promozione in sere B), a Como, a Ravenna, a Venezia (con una promozione in Serie A), all’Atalanta, e infine, prima di approdare in bianconero, a Genova sponda sampdoriana, dove diventa anche amministratore delegato e centra un’incredibile quarto posto con tanto di qualificazione ai preliminare di Champions League.

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Perché Marotta sia a tutti gli effetti il più moderno dei dirigenti italiani è facile capirlo: è cresciuto, e ha completato il suo processo di maturazione all’interno del club più all’avanguardia del calcio nazionale. E si è calato simbioticamente in un meccanismo via via sempre più oliato che valorizza le singole personalità, ricevendo in cambio efficienza e abnegazione. Il club è percepito da chiunque vi entri come una ragione più grande. Un certezza ideologica in un mondo dove gli individualismi fuori controllo paiono sovrastare qualsiasi altra interpretazione del mondo. Gran merito dell’attuale sistema Juve è senza dubbio di Andrea Agnelli, sin da subito carismatico e fervente a immettere nell’avventura da neo presidente quell’alleanza tra rango e di capacità di visione che finora ne hanno contraddistinto l’operato.

La Juventus, a oggi, appare in uno stadio di perfetto equilibrio tra ingerenza delle personalità dei singoli professionisti e quella necessità di spersonalizzazione tipica dell’impresa moderna che se coniugata su base positiva, con valori chiari e condivisi, consentono a una società di calcio (ben diversa da qualsiasi altro tipo di azienda) quel modello di crescita controllata e pianificata imprescindibile affinché un grande club non viva più di ciclicità vincenti e momenti tecnici aurei intervallati a momenti di assestamento (com’era normale in passato), ma conquisti una stabilità granitica al più alto livello, status quo che si basa e fa leva sul sfruttamento del vantaggio sportivo e finanziario duramente acquisito.
Il nuovo calcio è questo: arrivare al top e rimanerci, avendo come obiettivo da raggiungere il superamento delle altre, poche, eccellenze.

Quando Giuseppe Marotta è arrivato alla Juventus, né il club né l’uomo erano vicini alla maturazione o a raggiungere la propria eccellenza in fatto di potenziale. La prima stagione di lavoro congiunto tra Agnelli e Marotta fu l’estate del 2010 (l’instaurazione di Andrea è del maggio 2010) e Marotta era già un dirigente molto esperto e responsabile, a digiuno di grandi risultati, ma serio e riconosciuto nell’ambiente. A Genova si fece notare per aver lavorato in estrema sintonia tecnica con l’allenatore Gigi Del Neri, nonché con il suo più stretto collaboratore Fabio Paratici, ex-calciatore di non straordinarie qualità ma giovane talentuosissimo nel comprendere e padroneggiare l’intero orizzonte di potenziale tecnico dei calciatori.

Marotta arriva alla Juventus portando con sé un’ottima reputazione di uomo di calcio: la squadra allestita a Genova con Del Neri è un 4-4-2 lineare e metodico, con Storari in porta, Zauri esterno destro, Gastaldello e Lucchini centrali e Ziegler a sinistra. Le ali sono intercambiabili ma vantano caratteristiche differenti: discreta capacità nell’uno contro uno Semioli e ottima capacità di corsa in profondità Guberti; i centrali di centrocampo, destinati soprattutto al lavoro di interdizione e ripartenza sono Poli e Palombo. È però l’attacco il vero baricentro del miracolo sampdoriano firmato dal direttore generale: il recupero osmotico di Antonio Cassano in arrivo dal Real Madrid nel 2007 a 25 anni si fonde per le 19 partite del girone di ritorno, con l’acquisto a gennaio di Giampaolo Pazzini, desaparecidos alla Fiorentina e di colpo bomber in blucerchiato. I due calciatori hanno caratteristiche di assoluto completamento, regista offensivo estroso e serpeggiante Cassano, capace (se non messo in discussione) di vedere spazi in campo che pochi altri vedono, e straordinario rabdomante di palloni in area Pazzini, finalmente dedito al ruolo di mero finalizzatore fantasmatico.

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Perché soffermarci su quella Sampdoria? Perché una squadra così semplice e ben orchestrata è un primo attendibile indizio che Marotta (con Paratici) capisce molto di calcio, il che, nella traduzione più eccellente e profonda significa soprattutto capire di uomini.
Fatti i bagagli, Marotta impiegherà qualche mese in più per capire la Juventus.

Non arrivò in un momento facile. Fu lo stesso Andrea Agnelli, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, a tracciare il quadro delle prime, appiccicose criticità: la gestione precedente, sebbene per due stagioni su tre fosse riuscita a cogliere il risultato massimo della qualificazione in Champions League (dopo la promozione in Serie A), lasciò un quadro tecnico abbastanza desolante e diseguale, incertezze sul piano della conformazione della rosa e un monte stipendi non esattamente irrilevante. Per intenderci, erano i tempi grami dei Felipe Melo a 25 milioni e di Christian Poulsen preferito a Xabi Alonso.
Per Agnelli e Marotta (e Paratici) fu necessario disfare ancora prima di ricostruire: in questo scenario, una prima decisione che non scaldò il cuore nemmeno dei tifosi più ottimisti fu quella di scegliere per la panchina bianconera proprio Gigi Delneri.

Un'immagine che avremmo preferito non rivedere

Chiamato alla Juventus alla sua venticinquesima stagione da allenatore, Delneri si era quasi sempre ben comportato in realtà di piccole dimensioni, raggiungendo il massimo della libidine con il noto miracolo al Chievo Verona. Poi, nell’unica stagione d’approdo in una grande squadra, il Porto, non riuscì nemmeno a iniziare la stagione perché incapace di integrarsi con una squadra e una società che avevano appena trionfato in Champions League. L’anno successivo, in una piazza difficile e senza alcuna attitudine alla vittoria come la Roma, Delneri fu esonerato dopo 25 gare di un campionato più che anonimo. Interprete di un certa rigidità tattica, non umilissimo, portatore di una mentalità calcistica da provincia introiettata sotto pelle in un quarto di secolo di lavoro sul campo, e che per di più da sempre traspariva dal personaggio per via di atteggiamenti discutibili come un certo vittimismo nelle interviste del post-partita (meriti del lavoro in caso di buoni risultati, fatalità negative in caso di insuccessi), Delneri non era un grande comunicatore; non avvicinava nemmeno lontanamente il carisma di molti degli uomini che avrebbe dovuto dirigere. Scegliere lui fu la classica scelta di buon senso: trasferire un gruppo di lavoro che aveva ben figurato da un luogo a un altro. Forse non avrebbe fatto benissimo, ma di certo neanche malissimo.

Segnali di approcci simili, nei mesi precedenti, erano arrivati dalla prima campagna trasferimenti, con poche luci e molte ombre: l’intuizione Bonucci avvenne quando il paese intero celebrava Andrea Ranocchia (i due erano compagni nel Bari di Ventura) come colui che avrebbe continuato la grande tradizione italiana dei difensori sulle ceneri di Alessandro Nesta; Fabio Quagliarella si sarebbe rivelato un ottimo titolare prima, nonché un buonissimo complemento del reparto offensivo anche nelle stagioni successive, quelle vincenti; Marco Storari il miglior secondo portiere del calcio internazionale; Simone Pepe un grande cucitore di spogliatoio oltre che un ottimo gregario; Frederick Sorensen (giovanissimo), un assegno circolare preso a 500 mila euro e ceduto quattro anni dopo a più del triplo. Per non parlare del capolavoro dell’acquisizione di Andrea Barzagli, uno dei difensori più forti del mondo, dal Wolfsburg per 300 mila euro. Ancora troppe tuttavia le ombre. Attenzione: non perché non si possa sbagliare qualche acquisto (capita anche con i campioni affermati), ma perché, anche senza il vantaggio confortevole del senno di poi, alcune operazioni di Marotta (con Paratici) sembrarono astruse pur senza quel sovrappiù d’informazione ad appannaggio diretto soltanto di chi le stava conducendo. Tra le faglie d’irregolarità del “malaka” Martinez, acquistato a 27 anni dopo aver fatto vedere qualcosa di buono a Catania in 3 stagioni (12 milioni più 5 anni di contratto, scaduto 1 mese fa…), difficilmente si sarebbe potuta celare la fiamma viva della pura genialità. Milos Krasic (15 milioni) sorprese tutti nella prima manciata di partite in maglia bianconera, ma bastò qualche settimana perché l’intera Italia pallonara capisse la cifra monocorde del suo gioco e lo imbrigliasse definitivamente. Inutile, poi, entrare in tackle nei dettagli e valutare il contratto pluriennale di Marco Motta o gli acquisti inspiegabili di giocatori in tutta evidenza estranei all’orbita Juventus, come Leandro Rinaudo ed Armand Traorè.

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È abbastanza chiaro che quasi tutte quelle scelte, condivise con il quadro tecnico al completo, mostrassero già molto bene quanto Marotta (con Paratici) fosse in grado di stabilire una sintonia di fondo con i propri allenatori; allo stesso tempo resero chiaro che il passaggio dalla provincia del calcio al grande club avvenne senza un simultaneo accrescimento di mentalità e ambizioni.
La Juventus, insomma, non era la Sampdoria.

Anche le cessioni, affrettata e generatrice di una cospicua plusvalenza quella di Diego Ribas, necessarie molte altre (Molinaro, Ekdal, Giovinco, Poulsen, Ariaudo, Almiron), sofferte ma opportune altre ancora (Trezeguet, Cannavaro, Camoranesi), se da un lato lasciarono presagire la classica stagione di transizione, dall’altro sembrarono pensate soprattutto per consegnare all’allenatore una rosa di certo non eccelsa sul piano della qualità, purché del tutto priva di possibili equivoci tattici. Un atteggiamento troppo pavido.
Che la sampdorizzazione della Juventus non fosse una strada percorribile a lungo, lo capì prima di tutti Antonio Conte, che nel fatidico incontro a casa da Andrea Agnelli, sempre confermato da entrambi, disse:

 

Dopo tredici anni con la maglia bianconera mi posso permettere di dire alcune cose, di analizzare obiettivamente le difficoltà della Juventus. Di discutere riguardo a quello che è accaduto nelle ultime stagioni, della rosa attuale, delle scelte da fare. Così inizio a spiegare come vedo la squadra, quali impressioni mi suscita quando guardo le partite in tv.

«Presidente, non se la prenda, ma la Juve gioca come una provinciale. Negli ultimi anni, non solo in questo, regala sempre metà campo agli avversari. Invece quando una squadra viene a Torino dovrebbe avere timore ancora prima di entrare in campo. Mi ricordo quando venni a giocare per la prima volta con il Lecce al Comunale, ero giovanissimo… Mi tremavano le gambe! Una grande squadra deve sfruttare questa situazione e aggredire l’avversario di turno. Invece la Juve aspetta per ripartire, come fanno le squadre di provincia. Questo non va bene, deve fare la partita, deve prendere il possesso della metà campo avversaria, deve mettere soggezione e far capire subito che c’è poco da fare, sia in casa che in trasferta!»

 

Fu l’approdo di Conte alla Juventus la pozione magica che alimenta la grande accelerazione tecnica della Juventus, e sono proprio le vittorie sportive a consentire, in questi ultimi 5 anni, la prodigiosa crescita societaria che ancora oggi si trova a pieno nel suo processo di avanzamento.
Con la consueta intelligenza, competenza ed efficienza, Marotta (con Paratici) si è subito calato nel nuovo clima da conquistadores contribuendo in prima persona al consolidamento europeo della società. E non soltanto attraverso le operazioni di mercato, ma garantendo una specificità e una presenza connettiva importante in tutti i momenti topici di ogni stagione, incarnando un costante richiamo ai valori chiave dalla società, ribadendo sempre e comunque con fatti e a parole (basti pensare ai mesi della squalifica di Conte) una profonda unità d’intenti tra squadra, senatori, allenatore e dirigenza. Lo stesso Conte ha spesso dichiarato quanto fu importante la collaborazione tra lui e Marotta (con Paratici) sia nel costruire la squadra per la stagione 2011-2012, sia nel fronteggiare le tante difficoltà mediatiche che la Juventus di nuovo in lotta per lo scudetto non poté che comportare.

Che Marotta (con Paratici) sia cresciuto come dirigente di pari passo e in linea armoniosa con la crescita societaria lo dimostrano le campagne di trasferimenti delle stagioni successive. Sarebbe esercizio noioso e capzioso ripercorrerle tutte nel dettaglio, molto più affascinante è invece fotografarne alcuni momenti significativi, utili a comprendere come Marotta (con Paratici) sia diventato sempre più abile a muoversi con maggior efficacia annata dopo annata. È stato tra i migliori a districarsi nei trasferimenti dei calciatori a parametro zero (Pirlo, Pogba, Llorente, Coman, Neto, Khedira, Cerri, Dani Alves); è stato in grado di assicurare un mix di acquisizioni di atleti da valorizzare (Vidal, Lichtsteiner, Giaccherini, Asamoah, lo stesso Morata), di campioni da inserire al momento giusto spesso a condizioni vantaggiose (Vucinic, Tevez, Evra, Mandzukic, Pjanic, Benatia, Higuaìn), di giovani destinati a diventare i migliori nei loro ruoli (Bonucci, Dybala, Alex Sandro, Pjaca), di ottimi elementi di completamento della rosa (Pepe, Pereyra, Lemina).

Discorso a parte merita il raggiungimento di un ulteriore obiettivo strategico che Marotta (con Paratici) ha brillantemente ottenuto: il controllo capillare e sistematico del mercato dei migliori giovani calciatori italiani. Per una società come la Juventus l’avventura nel territorio del calcio giovanile è sempre molto complessa: costretta per vocazione e necessità allo scouting dei migliori giovani in grado di assicurare il ricambio nel gruppo storico di calciatori italiani, esiste una difficolta oggettiva nell’inserire con continuità quegli stessi giovani in prima squadra, perché solo pochissimi si rivelano all’altezza; eppure Marotta (con Paratici) sa molto bene che movimentare trasferimenti di calciatori che hanno pochissime possibilità di finire in prima squadra è il miglior modo di tessere pubbliche relazioni,  assicurare incassi e plusvalenze, sostenere economicamente operazioni più rilevanti.

È Marotta (con Paratici) a far diventare sapienza druidica le pratiche della comproprietà (prima che fosse abolita), del gentleman agreement e del prestito con diritto di riscatto: sono innumerevoli le trattative condotte in questa chiave, operazioni talvolta dispendiose (prestito, vendita e riacquisto di Giovinco e Zaza, acquisto e vendita di Gabbiadini) ma utili a consentire reali politiche di valorizzazione sui calciatori ritenuti adatti a entrare in prima squadra. Anche nell’altro fondamentale che qualsiasi dirigente deve mostrare di possedere nell’arte magmatica della campagna trasferimenti, cioè la gestione del completamento della rosa e degli ultimissimi giorni di mercato (anche invernale), Marotta (con Paratici) sembra essere cresciuto stagione dopo stagione, anche se la campagna in corso sembra essere la più difficile (c’è in ballo la possibile sostituzione di Pogba e il ricambio di un altro o addirittura di due centrocampisti). Le prime stagioni lasciarono un po’ a desiderare: acquisizioni azzardate e poco ponderate come Elia, un po’ di spirito da outlet soprattutto a gennaio (Toni, Anelka, Peluso), fino alla duplice acquisizione a centrocampo della scorsa stagione perfettamente ambigua nei suoi esiti (Hernanes a 13 milioni dopo aver seguito Hamsik sottotraccia e Lemina).

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Infine, il caso Pogba.
Il concetto ribadito più spesso da Marotta negli ultimi tre anni, dopo che la Juve si è assestata a una continuità di vertice proporzionale alle ambizioni societarie, riguarda la filosofia societaria sulle cessioni eccellenti: “La Juventus è una società compratrice. Non vendiamo nessuno se non ce lo chiede il diretto interessato, ma se qualcuno vuole andar via cerchiamo la destinazione migliore per calciatore e società”. Probabilmente non è vero fino in fondo: le scelte sono sempre state effettuate a livello societario, ma nel caso di Pogba è difficile pensare che l’entourage di Paul e il campione stesso rifiutassero una proposta economica scioccante solo per completare un processo di maturazione o per giocare una Champions League in più.

La Juventus continuerà a vincere anche senza di lui. Ma in attesa di conoscere il nome del sostituto (in senso numerico, le squadre nella realtà si fanno con gli uomini e non con i tasselli tattici come in Football Manager), ciò che manifesta la grande abilità di Marotta (con Paratici) sono le tempistiche perfettamente governate in questa sessione di mercato. Una grande abbuffata di nomi eccelsi, di decapitazioni ai reparti migliori delle dirette concorrenti, di acquisizioni in prospettiva, di dimostrazioni di forza sul mercato interno (caso Berardi), di bluff (Lapadula e Caprari), consentono oggi al direttore generale della Juventus di gestire l’addio assai doloroso di un simbolo amatissimo alla stregua della cessione di Padoin (simbolo anche lui per motivi diversi) e di procedere con relativa serenità al completamento della rosa finale, evitando, si spera, un nuovo caso Hernanes.

In assoluto, il bilancio è più che positivo.
Marotta, si iscrive allora nell’albo dei grandi direttori generali che in Italia, con metodi, caratteri e abilità differenti, sono riusciti a fare “sistema”.
La forza di Marotta sembra risiedere soprattutto nella personalità, o nell’incredibile capacità di far credere di non averne. Marotta non è certo Allodi che sembrava un attore hollywoodiano, apriva galleria d’arte e citava Bernard Shaw, mostrandosi edonista e generoso, romantico e spregiudicato, geniale e ammaliante, straordinario interprete della natura umana e dei mezzi per manipolarla, sempre sorprendente nelle interviste, innovatore e visionario. E non è Luciano Moggi, che di Allodi fu il delfino e forse il Bruto, flemmatico e decisionista, onnisciente e straordinario conoscitore degli androcei calcistici sempre militareschi, addomesticatore e carburante delle debolezze umane a seconda dei suoi fini, forgiatore di squadre vincenti al pari di un grande alchimista, sempre mattatore e cardinalesco nei salotti mediatici.

Marotta (senza Paratici) in tv ci va pochissimo, e sempre in momenti in cui è razionalmente più che sensato far notare la presenza della società. Ha inventato e si fa interprete di una specie di neo-lingua a metà tra la tautologia e la verità crudamente letterale dei fatti su cui è interrogato, che tuttavia è enunciata in modalità così tecnocratica (il noi perenne, il gergo aziendale, i topos calcistici, l’alternanza tra concisione estrema ed estrema quanto umbratile dilatazione, il distacco emotivo esplicito e sempre sulla stessa frequenza d’onda) da risultare sempre rarefatta. Pochissime le polemiche che lo hanno investito: se ne ricordano una con Lotito, in cui più che altro fu costretto a subire la trimalcionica insolenza del collega senza poter agire per vie legali (regolamento federale), e una con l’hipster meno credibile del giornalismo italiano che vive sul calciomercato: Paolo Bargiggia, al quale, nell’unico momento di stizza in 5 anni fu intimato di “non dire cazzate”.

In realtà Marotta ha grande personalità, quella che serve per una leadership nel settore più delicato di una società calcistica, quella in cui prima che altrove si costruiscono le vittorie, la zona aurea a metà tra la proprietà che detta valori e coordinate e l’area tecnica, luogo magico in cui tutto l’immateriale, il filosofico, il concettuale, deve diventare realtà. Lo sport, oggi, è forse l’unico settore della società in cui la legge del valore non è abolita, ed è per questo che l’immaginario comune devia in gran parte verso la partecipazione ai grandi eventi mondiali. È per questo che i grandi campioni possono convogliare enormi spostamenti di capitale. In questo universo megalomane e fulmineo, divinizzante e ologrammatico, Marotta sceglie il basso profilo, cosa rara di questi tempi. Sceglie di utilizzare il suo tempo a capire gli uomini, a mettere insieme uomini. Sceglie, di questi tempi, di votarsi alla ragione più grande, quella chiamata Juventus.

di Giancarlo Liviano D'Arcangelo    

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