Juventus – Porto e cosa resterà di questi anni ‘80

di Juventibus |

C’è tensione tra le superpotenze mondiali e proprio in queste ore tramontano le già residue speranze di vedere partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles la spedizione dell’Unione Sovietica. Per bocca del Ministro dello Sport, Marat Gramov, il Cremlino chiude definitivamente la porta alla partecipazione dei suoi atleti, denunciando una presunta crociata antisovietica da parte delle autorità americane, accusate di non garantire l’incolumità degli sportivi moscoviti. In realtà, in tempi di una guerra fredda cominciata decenni addietro, il boicottaggio dell’Unione Sovietica e degli altri stati del Patto di Varsavia (esclusa la Romania) è una chiara risposta a quello compiuto dagli U.S.A. alle Olimpiadi di Mosca del 1980.
Qualche anno più tardi Raf si sarebbe domandato cosa resterà di questi anni ‘80 e, obiettivamente, questo momento resta eccome nell’immaginario degli sportivi del globo come una fotografia del decennio.

A Torino, intanto, ha voglia di sorridere l’Avvocato, dopo aver stappato bollicine per l’utile raddoppiato della sua FIAT e, ancora, di una delibera da sottoporre all’assemblea per gli azionisti che aumenta il capitale sociale dell’azienda moltiplicandolo per sei.

Desiderano cancellare Atene lui e un gruppo fantastico che, probabilmente, se non avesse vissuto l’incubo di Magath, oggi starebbe aspettando la sua rivale per la sfida di fine mese che vale la Coppa dei Campioni. Che, per intenderci, vedrà di fronte la squadra addomesticata nel campionato appena concluso con il ventunesimo tricolore (la Roma) e quella che tra qualche mese – essendo la vincente – verrà regolata nella Supercoppa Europea con un secco due a zero (il Liverpool). E dire che, in contemporanea, sono quasi in diecimila ai botteghini dell’Olimpico di Roma per accaparrarsi il prezioso tagliando per la finale di Coppa dei Campioni tra la squadra di casa e i reds. Scoppia il finimondo e i violenti scontri vengono sedati dalla polizia con l’uso dei lacrimogeni. Tutto questo, per vedere un clown in porta e il condottiero venuto dal Brasile nascondersi dietro la siepe dei 3000 metri per non battere il suo penalty, minando la sicurezza i suoi compagni. Come dite? Problemi fisici? D’accordo, ma non ditelo a Pavel e non solo perché quel rigore lui lo avrebbe meritato, anni dopo, più di ogni altro. Esclamando “presente!” anche con una contusione polmonare, come fatto per una semplice partita di campionato a costo di un ricovero alle Molinette.

Caspita, non divaghiamo, sennò non ne usciamo più. Torniamo a Basilea, conquistata partendo dall’unica gioia dell’anno precedente. Un incredibile tris al Verona nella gara di ritorno della finale di Coppa Italia al Comunale, che ribalta il secco 2 a 0 subito in terra scaligera. Pablito e Michel, un gol per tempo e si va ai supplementari, decisi all’ultimo respiro dall’irruzione in area del francese per una deviazione sottoporta che valorizza l’impetuosa sgroppata di Cabrini dopo 119 minuti di corsa. Poi l’Europa. Lechia Danzica polverizzato, PSG con fatica, i finlandesi dell’Haka Vattelappesca di misura, il Manchester United all’ultimo secondo dei tempi regolamentari, con una zampata di Paolo Rossi dopo una prova superlativa di Le Roi.

Ed ora questi portoghesi. Difesa a quattro e zona pura che funziona come un orologio quando aziona la trappola dell’offside e solo 9 reti subite in 30 gare di campionato, 7 in Coppa. A comandarla c’è il più anziano del gruppo: il trentaduenne Lima Pereira. Ma è il filtro di centrocampo a funzionare in modo eccellente. Frasco è un motorino e assiste la fantasia di quel Jaime Pacheco, numero 10 sulla schiena e un’intelligenza che spinge i più arditi a paragonarlo a Platini.

Da disinnescare, i rifornimenti per le punte, Gomes e Vermelinho, il primo dei quali “Scarpa d’Oro” e capocannoniere (21 reti in altrettante presenze) per la quinta volta in campionato, non proprio l’ultimo arrivato, se è vero come è vero che, in patria, solo Eusebio ha fatto meglio di lui.

Il buon Trap li teme il giusto, paragona il gioco degli avversari a quello della Roma e pretende una Juve intelligente, che sappia temporeggiare e far valere la superiorità dei suoi valori tecnici. E i nostri come stanno, cosa dicono? Non possiamo che cominciare dai tre moschettieri, coloro i quali aspettano il bis in Europa – anche stavolta con lo scudetto – dopo sette anni di digiuno. Sono Claudio, Gaetano e Marco. Tre italiani perché tutti italiani erano quelli della magica notte di Bilbao (Antonio giocò solo due spezzoni col Magdeburgo in tutto il torneo).

Parla il Capitano: “questa Juve è diversa dal punto di vista tecnico, ma somiglia molto all’altra per la praticità nel raggiungere il risultato”. E’ sereno Gaetano, come sempre del resto, e ricordando Atene sottolinea che “tutti ci davano per favoriti e solo noi sapevamo i rischi che avremmo affrontato. E’ stata una lezione molto utile e vedremo di metterla a frutto contro il Porto”. Marco è tornato da un infortunio pochi giorni prima, provando 45 minuti nell’inutile sconfitta di Genova, con il tricolore già in bacheca. L’urlo di Madrid si dichiara ottimista anche se non nasconde che il fatto di conoscere poco gli avversari “è la vera incognita”. Claudio ha, nell’ordine, mal di gola, qualche linea di febbre e un ginocchio ammaccato. Ci sarà e, potete scommetterci, se si dovrà battere il decimo rigore lui prenderà la rincorsa e bam. Alla fine, per Claudio, sarà l’ultima di altre 416 presenze, ma lui non vuole ancora pensarci. La sua mente è all’imprevedibilità dei lusitani, soprattutto negli spazi stretti. Se la caverà, nessuno ha dubbi in proposito.

Poi c’è Boniek, il quale con nonchalance afferma: “gli italiani hanno la brutta abitudine di sottovalutare gli avversari, per questo non disputeranno la fase finale degli Europei. Anche prima di Atene non doveva esserci storia, poi sapete com’è finita. Calma quindi, partiamo alla pari, il Porto non è una squadra scarsa”. Ci sta mettere tutti sull’attenti, Zibì, però dimentichi con troppa fretta il trionfo in Spagna ’82 di gran parte dei tuoi stessi compagni a discapito (anche) della tua Polonia e, soprattutto, che ad Atene eri tra i titolari. Vabbè, saranno gli effetti della lattina di Manchester, buttala dentro e dimentichiamo noi…

Boniperti non pensa al fiume di denaro promesso in caso di vittoria, ben 18 milioni di lire ciascuno, circa 9 mila euro odierni e promette di incollarsi al seggiolino per non fuggire al minuto 45, perché anche lui a questa Coppa tiene tanto.

Via, la formazione è fatta. All’ala gioca Vignola, il beniamino di Michel, la maglia numero 7 è sua. Quella splendida divisa tutta gialla, coccarda tricolore sotto le due stelle e marchio della Kappa, col colletto blu in sintonia con maniche, pantaloncini e risvolti dei calzettoni, anch’essi gialli. Meravigliosa.

Il St. Jakob è sold out, sono quasi in 60.000 sugli spalti, in larga maggioranza con la sciarpa bianconera. Brio dovrebbe prendersi cura di Gomes, lo perde un attimo e lui, imbeccato da Frasco (sarà il migliore dei suoi) ha sui piedi l’occasione per sbloccarla. Scirea capisce tutto, lo ostacola portandolo sull’esterno e la palla va sul fondo. Tacconi riprende il gioco celermente porgendola a Bonini, palla comoda a Platini che l’appoggia in verticale a Vignola. Nulla di trascendentale, ma sufficiente a far fuori il centrocampo portoghese. Così, c’est plus facile. Beniamino si volta verso la porta in un batter di ciglia, avanza deciso toccandola quattro volte con sinistro, allargandosi in diagonale per aggirare senza dribblare Pereira che gli esce incontro. Il quinto non è un tocco ma un dardo mancino scoccato dal limite dell’area sul palo lontano. Con il corpo in torsione che concentra tutto il suo impeto sulla sfera, come se fosse un arco allo scoccar della sua freccia. Il portiere può poco, lo capisce immediatamente e al minuto tredici è 1 a 0, festeggiato da Vignola in ginocchio e braccia al cielo, mentre Cabrini di fronte a lui simula un uppercut in segno di forza.

vignola

I portoghesi sono tutt’altro che scarsi e la Juve si chiude a difesa della porta. Poi Gentile e Tacconi pasticciano regalando un corner e un bello spavento a milioni di tifosi.

“C’è un pressing efficacissimo della Juventus che non consente… pareggio…che non consentiva il tiro, l’ha consentito invece a Sousa!”. La voce è di Martellini, la gufata sempre la sua. Tiro dalla distanza e 1 a 1 con la complicità di un incerto Tacconi, tradito dal rimbalzo della sfera sul gesso dell’area piccola a due metri da lui.

Ci credono i portoghesi e la punizione di Sousa soffia sull’incrocio dei pali. Evidentemente non hanno fatto i conti con Vignola, ancora lui, bravissimo a difendere di spalle il possesso sulla trequarti, fare un largo cerchio palla al piede e scodellarla profonda verso Boniek come il migliore dei Platini. Marcatissimo e col portiere in uscita, il polacco cerca il controllo del pallone e, in caduta, ormai quasi fuso col suo marcatore, trova la zampata vincente nell’unico tempo di gioco rimastogli a disposizione. Ecco, Zibì, ora puoi dire tutto ciò che vuoi dell’Italia, perché il popolo bianconero è in visibilio.

Si va al riposo in vantaggio, non prima di un paio di salvataggi di Tacconi, nell’ordine su Gomes e Pacheco. No, non è finita. La ripresa sotto la pioggia battente dirà che il Porto è un degno avversario e merita assoluto rispetto. Più si spegne la verve di Vignola e Platini e più i lusitani assediano i torinesi. Il loro forcing, intanto, è spezzato da Le Roi, il quale è steso in area. Prokop non fischia il sacrosanto rigore applicando la regola del vantaggio (55°). Ma la verità è che avremmo barattato il penalty di Michel solo se Brio fosse stato a due centimetri dalla porta: la sfera, infatti, finisce tra le lunghe leve dello stopper salentino e il suo tiro è ribattuto. E dire che, alla fine, del fischietto si lamenteranno i portoghesi. Non è proprio una novità.

Ora la sua parte la fa in pieno chi ha più polmoni, Tardelli, Cabrini, Brio e Bonini su tutti, capaci di costruire un muro invalicabile a difesa di Tacconi. Gomes sbaglia tutto da pochi passi, Vermelinho supera di slancio l’ormai appannato Vignola, il quale si becca la strigliata di Gentile. Dentro la terza punta, Walsh, il Porto le tenta tutte a costo di lasciare ai bianconeri pericolose ripartenze. Tardelli è provvidenziale su Vermelinho, da una parte, Boniek serve a Pablito un pallone da mettere in rete, dall’altra. Rossi spara sul portiere e si fa ribattere il secondo tentativo. Imprecazioni a go go. Platini cerca di dare il suo poco in fase di contenimento fino a beccarsi il giallo, pochissimi giri di lancetta e arriva il triplice fischio. La Coppa delle Coppe 1984 è della Juventus.

L’avvocato lascia immediatamente lo stadio St. Jakob “perché a me piacciono più i risultati che i festeggiamenti”. Tra i primi a invadere il rettangolo verde per abbracciare tutti è, invece, un Boniperti senza giacca e senza freni. Non ce l’ha fatta a legarsi al seggiolino e, sceso negli spogliatoi nell’intervallo, lì è rimasto tutto solo in attesa della fine.

Due giorni prima il Congresso di Verona ha riconfermato Bettino Craxi segretario del PSI per acclamazione, attirandosi le critiche di Norberto Bobbio sulle colonne de La Stampa. Qui ad essere acclamati sono tutti gli eroi bianconeri, in particolare Boniek e Vignola, ma nessuno ha da ridire, anzi.

Capitan Scirea si fa spazio tra i suoi compagni per il momento tanto atteso. Quello della Coppa al cielo e di un’altra fotografia che per tutti resterà per sempre a testimonianza di questi anni ’80.

scirea porto

di Roberto Savino @robertosavino10