Lo scudetto del nostro scontento

di Claudio Pellecchia |

Il fatto che questo pezzo origini da un diktat di Luca Momblano piuttosto che da una mia libera iniziativa, renderebbe del tutto pleonastiche le (non poche: me ne scuso) righe che seguono. Perché il sottoscritto, come molti (ma non tutti, per fortuna) di voi, è tra quelli che ha valutato (inutile dirvi come) la stagione 2018/2019 sulla base di quello che è stato martedì sera, in quella dimensione totalmente astratta dalla realtà fattuale in cui l’ingiusto certamente insito in un giudizio legato all’episodicità della competizione più episodica che c’è, si lega a doppio filo al giusto del cosa eravamo, cosa (non) siamo  stati e cosa potremmo e dovremmo diventare, in ossequio ad un altro diktat (questa volta attribuibile al nonno dell’attuale presidente) per cui «una cosa fatta bene può essere certamente fatta meglio».

C’è una cosa che, allo stesso tempo (mi) ha colpito e preoccupato nell’avvicinamento alla partita contro la Fiorentina, la partita dello scudetto, la partita dell’ottavo scudetto consecutivo, nell’anno 2019. Rileggete bene: ottavo scudetto consecutivo nel 2019, nel XXI secolo. Per dire il 13 maggio 2012, mentre andavo allo Stadium per l’ultima di Del Piero e la prima di tante domeniche tricolori, mi mancava ancora un esame alla laurea ed ero ancora fidanzato con la ragazza con cui credevo che avrei diviso il resto della mia vita e che, invece, non vedo ormai da più di sei mesi.

Otto anni, anzi otto stagioni, sono un tempo che a dirlo ci sembra interminabile ma che, nei fatti, è volato via, una partita dopo l’altra, un campionato dopo l’altro: cambiavamo noi e cambiava la Juve che, intanto, ha continuato a vincere (non sempre a convincere), quasi a voler costituire quell’elemento tranquillizzante ed equilibratore che serve in ogni tipo di cambiamento, lento o repentino che sia. Basterebbe questa considerazione, banale oppure no, a farci comprendere la portata di quello cui stiamo assistendo e abbiamo assistito, senza che arrivi un pezzo di Massimo Zampini o Sandro Scarpa a ricordarcelo.

Eppure, come detto, il senso di smarrimento, al limite del disinteresse o, peggio, dell’apatia, che si respira intorno alla squadra, alla nostra squadra, mi preoccupa. Perché è una cosa che non credevo possibile. Non nell’anno di Cristiano Ronaldo, non nell’anno in cui uno dei due giocatori più forti del mondo sceglieva noi per continuare nella sua scalata a quell’Empireo che già gli appartiene e che, comunque, continua a volersi meritare con quell’etica di lavoro che appartiene ai predestinati prima ancora che ai grandissimi. Ma non posso fare a meno di ripensare all’audio di Mike Fusco fuori lo stadio prima della (im)prevedibile piallata ajacide – «ragazzi, qui ci credono molto meno che con l’Atletico» – così come non posso fare a meno di dargli ragione: perché guardare la Juve da Cardiff in poi (e, sia chiaro, non per l’1-4) è stato un autentico atto di fede in cui, molto spesso, testa, cuore e palle non sono bastati a farsi andare bene tutto e di tutto. Soprattutto per chi, identificato (e sbeffeggiato) come “nerd”, “capiscer” e tutto quello che avete letto sui vari social di contorno, sapeva perfettamente che il conto, salato, sarebbe stato prima o poi presentato ma ha comunque continuato ad essere lì dove avrebbe dovuto essere. Anche se, ormai, era solo questione di come e quando e non più di se nonostante il ritorno con l’Atletico ci avesse fatto sperare che non si trattasse più di eccezione (come poi, purtroppo, è stata) ma di regola.

Per questo le parole di Andrea Agnelli, uomo solitamente attento alle percezioni comuni di un ambiente di cui ha sempre avuto il polso, lasciano smarriti più che perplessi: come se l’apparente e serena accettazione del risultato del campo – che ha, in ogni caso, raccontato di esigenze precise e teoricamente non più rimandabili – stesse lasciando il posto a un qualcosa d’altro, a un qualcosa di diverso e, comunque, di totalmente staccato dalla realtà pur nella giusta considerazione che i cambiamenti importanti non si annunciano nelle interviste al termine di una partita andata male e finita peggio.

Solo i prossimi mesi ci diranno se quelle siano state frasi di circostanza oppure no: di certo, al netto degli ultimi focolai di resistenza e negazionismo tipicamente italiani, il vaso di Pandora è stato aperto. A mancare, ad oggi, è la rabbia che sarebbe necessaria a richiuderlo, quella rabbia che ti spinge ancora a sperare che qualcosa di diverso e migliore sia possibile e che ha, invece, lasciato il posto alla rassegnazione e all’accettazione dello status quo e del gattopardesco “tutto cambia perché niente cambi”, scudetto o non scudetto. Che è un qualcosa di addirittura peggiore e che non dipende, non può dipendere, esclusivamente dalla divisività della figura di un allenatore del quale non ho più intenzione di scrivere e parlare: perché sentire ancora di carri da riempire e svuotare, di fazioni, di Adani da blastare o esaltare, di parallelismi improbabili con Guardiola e Pochettino, di ippica e di qualsiasi altro sport che non sia calcio, mi ha francamente stancato. Anzi, svuotato. Me come tanti altri, finalmente alla stessa pagina di un libro di cui non conosciamo ancora il finale.

E, però, questo ottavo scudetto consecutivo, roba che nemmeno nel calcio para-professionistico degli anni ’30 e ’40, può e deve essere celebrato in qualche modo. Anche da noi che forse lo stiamo dando troppo per scontato, nell’epoca in cui il solco scavato con il resto della “concorrenza” interna è tanto e tale che i dieci della Dynamo Berlino in piena guerra fredda – assist invitante per i terrapiattisti che infestano il calcio parlato nostrano – o i 13 del Rosenborg tra il 1992 e il 2004 – questo, invece, è per Arrigo Sacchi – non sembrano più quell’utopia che erano il 9 settembre 2006 in quel di Rimini e il ricordo dei ragazzini terribili dell’Ajax che demoliscono anni, anzi decenni, di convinzioni vetuste al limite dell’arcaico, è ancora (troppo) fresco nella mente.

Per questo mi piace immaginare che l’ottavo scudetto, lo scudetto del nostro scontento, quello che rimpiangeremo quando torneranno quei tempi di magra che ci sembrano ugualmente l’utopia di cui sopra, sia la diretta proiezione della crescita esponenziale (anche se in questo momento facciamo molta fatica a immaginare un concetto del genere) di questa squadra dall’estate 2011 ad oggi, nell’attesa e nella speranza che la prossima estate sia quella della cesura con l’attuale ciclo (comunque) irripetuto e irripetibile, chiuso nel modo che non avremmo voluto ma che pure, a un certo punto, era logico attendersi fosse l’unico viste le premesse risalenti a quella sconfitta interna contro lo United ancora mourinhano e non più così tanto ininfluente come in molti si affannavano a volerci far credere.

Comunque. Ogni scudetto è diverso dal precedente, dicevamo. E, quindi, se il primo è stato lo scudetto della voglia, della fame e della volontà – «se il Milan vince noi dobbiamo vincere, se il Milan pareggia noi dobbiamo vincere, se il Milan perde noi dobbiamo vincere» – se il secondo è stato lo scudetto che ha allontanato gli spettri del “one season wonder”, se il terzo è stato lo scudetto per cui tanto, forse troppo, è stato sacrificato sull’altare del record di punti, se il quarto è stato lo scudetto della consapevolezza di essere veramente ma veramente forti a prescindere dalla guida tecnica – che, comunque, aveva portato una ventata d’aria nuova soprattutto in ambito europeo, che presto sarebbe diventato l’unico che ci avrebbe interessato davvero -, se il quinto è stato lo scudetto che ci ha resi “statisticamente insopportabili”, se il sesto è stato lo scudetto in cui abbiamo fatto le prove generali di un dominio interno incontrastato e incontrastabile, se il settimo è stato lo scudetto in cui ci è venuto il dubbio che il calcio fosse davvero quella roba aberrante, al limite della devianza e della sofferenza fisica e mentale, cui assistevamo domenicalmente più per il predetto atto di fede che per puro piacere, allora è del tutto naturale che l’ottavo scudetto sia quello del nostro scontento, quello in cui tutto ci sembra scontato anche se scontato non è, come tutte le cose in cui il ripetersi è più difficile dell’exploit isolato.

Ed è questa l’unica considerazione che ci deve guidare nella celebrazione che un traguardo storico come questo comunque merita e nella valutazione del grado di soddisfazione che porta con sé. Che, comunque, non è certo rappresentato dallo sbattere in faccia ai personaggi da avanspettacolo che rendono il calcio italiano il penoso e decadente carrozzone che è oggi, quella superiorità di cui si rendono conto persino loro tanto è imbarazzante.

Per cui ben vengano questa vittoria contro la Fiorentina, il titolo, il nostro scontento che da martedì si trascinerà ancora per un (bel) po’, gli inviti a non essere così schizzinosi al limite dell’ingratitudine e a godersi «questi anni meravigliosi», le valutazioni sull’effettiva competitività tout court dell’italico torneo, persino quell’anaffettività emozionale in contrapposizione e/o ideale completamento di quella goccia di champagne a bagnare le labbra come si fa in quei 31 dicembre cui saresti rimasto volentieri a casa, il pensiero che un domani potremmo comunque raccontare di essere stati testimoni di un qualcosa di storico, l’idea di partecipare alla parata quando ci sarà, se ci sarà.

Va bene tutto, vale tutto. Fino a domani. Poi abbiamo altro cui pensare, purtroppo o per fortuna. È il prezzo che si paga quando si è Juventus, quando si è questa Juventus. Talmente forte , in potenza, che persino uno scudetto ci sembra la cosa più normale del mondo. In certi casi addirittura superflua. Quasi un fastidio dopo martedì, dopo quel martedì che ha cambiato la percezione di tutto. Anche di un evento epocale.