Alert! Non sgretoliamo la tradizione!

di Federica Zicchiero |

di Federica Zicchiero

È risaputo. Quando si toccano elementi altamente iconici e simbolici, rappresentativi di un’identità collettiva e portatori di un significato anche emotivo, è impossibile mettere d’accordo tutti.

La Juventus ha deciso di ricostruirsi una brand identity nuova di zecca, facendo piazza pulita del passato. “Sgretolare gli schemi e le tradizioni del settore calcistico”: Andrea Agnelli non usa mezzi termini per definire l’intento della società. Ma siamo davvero sicuri che, in un ambito strettamente legato alle emozioni e al senso di appartenenza, “sgretolare le tradizioni” rappresenti la strada giusta? Tradizione significa identità, identità significa attaccamento alla maglia e ai colori. È anche per amore verso una tradizione che ogni anno i tifosi comprano la maglia della loro squadra, un rito che si ripete nel tempo. Sono molti i tifosi bianconeri che hanno reagito negativamente davanti al nuovo logo. Tacciarli tutti di passatismo e miopia è troppo comodo, sbrigativo: significa non cogliere il peso della connotazione emotiva di un elemento identitario cruciale come il logo della propria squadra del cuore.

Seguiamo ancora il discorso di Agnelli. “Non dimentichiamo chi siamo: una squadra di calcio. La nostra essenza è e sarà sempre il rettangolo verde, che definisce i nostri destini.” Ma cos’ha di calcistico il nuovo logo? È stilizzato ai massimi termini, freddo e asettico. A me ricorda un’azienda farmaceutica, una multinazionale di cattivi alla Dylan Dog o il progetto Dharma di Lost, più che una squadra di calcio. Oggi, il giorno dopo, vado a consultare il sito e i canali social della Juve, e non mi sento più a casa. Questione di abitudine, certo. Ma non mi si può dire che il nuovo, spigoloso volto della nostra squadra sia accogliente. Eppure, per gusto personale, amo il minimal, non gli stili barocchi.

Dicono che il cambiamento grafico sia necessario per aumentare riconoscibilità e immediatezza, per conquistare i mercati esteri (e non è un caso che il logo ricordi un ideogramma), per vendere più magliette. Andrea Agnelli ha rimarcato la necessità di comunicare ai bambini e al pubblico femminile di tutto il mondo. Per essere riconoscibile, il nuovo logo lo è di certo: se lo vedi in mezzo a una serie di altri stemmi, lo cogli al volo, è quello più stilizzato. È anche facilmente riproducibile: ma perché mai un bambino dovrebbe mettersi a disegnare, a sognare su un design così freddo?

La personalissima visione di Mike Fusco

Mi chiedo: eliminare qualsiasi dettaglio identitario locale e tradizionale – la forma ovale, il toro e la corona della città di Torino – non sarà una rinuncia troppo grande? È come se il Barcellona eliminasse la croce di Sant Jordi, i colori della Catalogna e il pallone, come se il Real Madrid cancellasse la corona reale e la banda trasversale della Castiglia o l’Arsenal il cannone, l’Ajax il profilo di Aiace Telamonio. Siamo davvero sicuri che quel piccolo toro imbizzarrito all’interno del logo non fosse, al contrario, un dettaglio capace di stimolare la curiosità e la fantasia di un bambino? Ricordo quando io stessa, poco più che una bimba, andai a cercarmi informazioni sul logo della Juve, sulla sua storia, sul significato di quei dettagli. Dettagli che mi parlavano di qualcosa di nuovo. La Juve era una novità, un elemento estraneo alla mia famiglia, visto che nessuno a casa era tifoso di calcio. E lo stesso potrebbe essere, oggi, per il bambino cinese, per la ragazzina thailandese che Agnelli ha citato varie volte nel suo discorso. Questi sono gli elementi a cui la Juve ha rinunciato: altri, più entusiasti e ottimisti di me, preferiranno focalizzarsi su quelli che, allo stesso tempo, ha acquistato. Pulizia e modernità della linea, riconoscibilità e riproducibilità. Punti di forza innegabili, ma acquistati a caro prezzo, ai miei occhi.

Siamo davvero sicuri che rinunciare a un pezzo di identità sia una scelta vincente? È senz’altro una grande scommessa, e tutti ci auguriamo che la Juve la vinca. Me lo auguro anch’io, ovviamente. Avrei almeno la consolazione dei risultati commerciali, la consapevolezza che il “sacrificio” sia servito a qualcosa. Per ora mi resta un senso di delusione, di tradimento dell’identità. Col tempo mi abituerò, per forza di cose. Da oggi, per me e per i tanti nostalgici, comincia la fase del “facciamocelo piacere”. In fondo anche per noi la J è da sempre la Juventus. Anche per noi è sempre valso ciò che diceva l’Avvocato: «Mi emoziona anche solo leggere una parola che inizia con la J di Juventus».

Ci abitueremo. Quando vedremo il nuovo stemma sul petto dei nostri giocatori, accostato a partite indimenticabili, a vittorie elettrizzanti e sconfitte cocenti (sì, l’attaccamento a un simbolo passa anche dalle sconfitte), man mano cioè che il logo si caricherà di un significato emotivo, smetteremo pure di pensarci. Nel frattempo il nostro amore, quello sì, rimane immutato.