Nulla da dire

di Claudio Pellecchia |

Nulla da dire sulla gara, anzi, sul “clinic” (come lo chiamerebbero gli americani, popolo di nerd e stat-geek per eccellenza) del Napoli all’Allianz Stadium. Ci ha già pensato Luca Momblano qui, evitando di andare più a fondo in quelle pieghe tecnico-tattiche che imporrebbero che quelle riflessioni di cui ora tanto si parla (alcuni lo starebbero facendo da settembre ma probabilmente, tra patenti di tifo date e revocate e carri di maggio da preparare in gran fretta – forse troppa, a questo punto – se ne sono accorti in pochi) partissero già stasera e non a fine stagione. Nonostante quattro partite (più una finale di Coppa Italia in mezzo) e così tanto da rifare. Oppure così poco. Non saprei nemmeno dirlo, sinceramente, tanto è lo sconcerto che lascia una prestazione comunque prevedibile nella sua imprevedibile dose di bruttezza e pressapochismo che aumenta partita dopo partita. Con tanto di paradosso che più si è preparati a quello che, con stanca regolarità, si verifica, più lo sconcerto di cui sopra aumenta fino a sfiorare l’inspiegabilità di qualcosa che, invece, sarebbe perfettamente spiegabile in un contesto in cui gli occhi siano fatti per guardare la luna e non il dito che la indica.

Nulla da dire, similmente, su Massimiliano Allegri, prima durante e dopo (nonostante dalla mixed zone filtrino indiscrezioni su dichiarazioni fin troppo sardoniche anche per uno come il livornese). Anche per lui, come per una squadra impostata a sua immagine e somiglianza, vale il principio che non è possibile chiedergli adesso di diventare ciò che non è (o che non sarà mai? Difficile dirlo, di certo non finché resterà su quella panchina) e di derogare dai corollari indefettibili di quel resultadismo che si è deciso di abbracciare tout court in tutte le sue forme, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, finché morte (sportiva, s’intende) non ci separi (dallo scudetto). Del resto ne avevamo già scritto e parlato poco più di un mese fa e le cose non sono mutate poi molto, nella forma: nella sostanza si, perché un punto (di vantaggio) è meno di quattro e quattro sono meno di sei, ma sono quelle cose che metti conto quando decidi che il verbo da coniugare (sempre sportivamente) sia “sopravvivere” piuttosto che “vivere”, “aspettare e sperare” piuttosto che “fare o non fare”. Tanto, poi, ci sarà sempre un Dybala, un Alex Sandro, un Higuain, un Douglas Costa con cui prendersela.

Nulla da dire sui (o ai) tifosi, o almeno alcuni di essi, e su quell’atarassia che li accompagna da qualche tempo e che si traduce nel non vedere l’ora che questa stagione finisca: con o senza trofei è, alla fine, un dettaglio, perché se si comincia ad apprezzare l’intervallo tra una gara e l’altra c’è qualcosa che va che va ben oltre un campionato in più o in meno. E opporre al loro legittimo immaginare qualcosa di più (ma neanche tanto, in effetti) per una squadra che ne avrebbe tutte le possibilità il “ricordi Maifredi”, l’invito ad “andare al circo” o a tifare chi, ironia della sorte (o forse no, perché “karma is a bitch”), sabato potrebbe certificare quello che tutti stanno realizzando in questi momenti, vorrebbe dire non aver compreso la prima di una lunga serie di lezioni che il 2017/2018 si porterà dietro, comunque vada. Non sono meno juventini di altri, anzi: sono quelli che ci soffrono di più pur con il loro carico di insulti, derisioni e bullismi da tastiera vari ed eventuali (subìti, ovviamente) tale da giustificare una sorta di sadica soddisfazione nel vedere che, in fondo, tanto torto non avevano.

Nulla da dire su quello che è stato e su quello che sarà, perché se il passato tornerà quando si tratterà di tirare una linea (evitando di dare alla prova di Madrid più del valore meramente simbolico che ha), il futuro è, adesso, più indecifrabile che mai. Non tanto per quello che saranno i prossimi 360′ dal punto di vista della prestazione (vedi sopra), quanto per quello che racconta un linguaggio del corpo completamente all’opposto di quello che sarebbe di pertinenza di una squadra che, nonostante tutto, ha ancora il destino nelle proprie mani. E poi il mondo si è capovolto nel giro di tre giorni e 150‘: rebus sic stantibus, nulla vieta che accada nuovamente.

Nulla da dire, infine, su quella che dovrà essere la valutazione di questi sette anni: nei (tanti) lati positivi, in quelli (pochi) negativi, negli obiettivi raggiunti, in quelli mancati, nei fisiologici incidenti di percorso, in chi ha fatto di più, in chi ha fatto di meno, in chi ha fatto la sua parte. Evitando che ciò che è stato fatto si trasformi in zavorra e impedimento per ciò che c’è da fare. Ed è tanto anche dopo un ciclo così, soprattutto se hai l’ambizione di tendere all’eccellenza.

Nulla da dire, quindi. Forse perché era stato tutto già detto. Bastava ascoltare. Che tanto a giocare a fare Cassandra non si è divertito nessuno, ve l’assicuro.