La Juventus e Moratti nel calcio reale

Fiumi di inchiostro sono stati versati in dodici anni, ma oggi lo si è ufficialmente capito: Calciopoli resta sospesa lì, nella storia dello sport e dello Stivale, con tratti per molti versi indefiniti, perfettamente adagiati sulla necessità tipicamente italiana di poter far sentire in pochi nel torto e quasi tutti dalla parte della ragione. E’ su questa premessa che si fonda questo approfondimento antistorico, dunque per nulla volto a rivangare o a rielaborare il significato degli eventi.

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Una nuova breccia su Calciopoli (della sua attualizzazione parleremo più avanti) si è aperta con relativo dolore e il minimo sindacale di sdegno attraverso il rimbalzo tra Andrea Agnelli e Massimo Moratti, ovvero due fattispecie comunque già di base diverse: da una parte l’implicita mano tesa del presidente bianconero che ne avrebbe caldeggiato (ma non risultano istanze diverse, o smentite, dalle parti in causa) la candidatura allo scranno federale; dall’altra l’esplicita lingua tesa dell’ex patron nerazzurro nei confronti della Juventus in quanto nemico pubblico e aprioristico, citandone e ammettendone l’astio nonché citandone e ammettendone il fascino mondialista e ronaldesco.

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Non soltanto dolore e sdegno, nelle dosi raccontate nel paragrafo precedente, ma anche un nuovo dibattito da social, da forum, da bar (con massimo rispetto nazionalpopolare delle tre entità) che ha coinvolto quello che è ormai il combustibile neutro del calcio – ovvero i tifosi – parte maggioritaria in termini di opulenta prospettiva di questo sport, ma anche sponda sempre meno influente e sempre più indiretta per quanto riguarda la sfera delle grandi e piccole decisioni. Tifosi che non ci stanno, chi toccato nel profondo e chi toccato nell’orgoglio, chi declina il calcio in assoluto e chi declina il calcio sui luoghi comuni. Per tutti loro Calciopoli non è mai finita, mai lo sarà, e più in generale l’afflato verrà annullato soltanto tra un paio di generazioni. Perché Agnelli, basta ascoltarlo, ha ormai una fitta agenda altre e nuove priorità (tra le quali la citata aspirazione mondialista) e perché Moratti è sempre stato uno a cui basta grattare un po’ la pancia.

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Non serve tornare per forza al massimo episodio di realpolitik del presidente Agnelli per capire che le traiettorie del presunto necessario – che poi equivale all’arte del possibile in politica – ovvero il sostegno al Tavecchio-bis, per accettare il fatto nel mondo reale possa prevalere la concretezza alla filosofia del giusto. Ed ecco allora che nel calcio reale, ipotizziamo, Moratti possa essere un miglior presidente Figc (con manager scelti in concerto) rispetto al buon uomo Gravina. Non è mai stato un buon amministratore e tantomeno un buon comunicatore, ma conosce le necessità e le ambizioni di una grande club meglio di chi viene dal basso (il quale magari ha altre qualità, ma il bisogno di posizionamento della Juventus è il traguardo a breve termine). Quando si tratta di cose di palazzo – traslato alla politica nazionale – scegliereste Mastella o Di Maio? Potrei anche sbagliare l’interpretazione, ma a qualcuno ne sovviene una migliore?

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Nel mondo reale – inteso come scontro tra potentati – Calciopoli è finita. Sarà infinito il contendere dialettico, il rifiuto della logica dell’accaduto, il gioco delle posizioni quando si veste la maglietta gli uni di fronte agli altri. Nel calcio reale Calciopoli finisce nel momento stesso in cui Moratti cedette l’ultima delle sue quote, l’ultimo suo atto informale fu bloccare lo scambio Vucinic-Guarin (uno dei pochi scambi dei quali non si può dire chi avrebbe fregato chi). E’ finita nonostante il 36 esposto allo Stadium, che non è più tanto un messaggio a Milano o a Roma. E’ sempre stato un messaggio al mondo e alla famiglia bianconera. Un messaggio di cosa pensiamo, di cosa abbiamo vissuto, di cosa un giorno – quando come uomini non ci saremo forse più – sarà bello leggere anche altrove. Per chi ci tiene alle formalità e al recupero della memoria, sempre che nello sport contino qualcosa.