La Juventus è davvero una squadra inallenabile?

di Alex Campanelli |

inallenabile

Lo stesso Maurizio Sarri le ha smentite una settimana fa in conferenza stampa, ma ad oggi le dichiarazioni a lui attribuite qualche giorno dopo l’esonero riecheggiano come un monito nella testa di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della Juventus: “Voi mi mandate via, ma questa squadra è inallenabile”. La tormentata stagione di Andrea Pirlo e l’ancor più complessa annata che stiamo vivendo sembrano dar ragione all’attuale tecnico della Lazio, ma la colpa è davvero tutta della squadra? I calciatori in rosa sono veramente così inadeguati, indisciplinati e soprattutto impossibili da assemblare?

La tesi sposata dai più è in apparenza inattaccabile: se né Sarri, né Pirlo, né Allegri (tanto più senza Cristiano) sono riusciti a mettere in piedi una squadra efficace e tatticamente sensata, probabilmente la colpa dei tecnici è limitata. Tale frase è in realtà un’enorme banalizzazione, la quale mette sullo stesso piano errori e problematiche molto diversi che tutti insieme hanno impattato sui risultati in campo, erodendo in maniera lenta e inesorabile il vantaggio accumulato sulle rivali. Un declino che affonda le proprie radici nel post Cardiff ed è stato rimandato da quell’enorme e meraviglioso paravento che abbiamo avuto l’onore di ammirare con la nostra maglia compiendo il peccato capitale di non saperlo sfruttare a dovere, e che risponde al nome di Cristiano Ronaldo.

Riavvolgiamo velocemente il nastro: Allegri è stato allontanato perché non riusciva più a trovare un gioco che facesse rendere al massimo la squadra, problema noto anche nella stagione precedente l’esonero, Sarri è stato scelto per risolvere tale problema ma è stato rigettato dall’ambiente Juve, dai senatori e alla fine anche da chi lo aveva selezionato senza troppa convinzione, da lì si è passati all’incomprensibile gestione Pirlo, un unicum a livello MONDIALE, dopodiché si è tornati al passato con Allegri, sconfessando in pratica tutte le scelte precedenti.

Nel frattempo, però, non solo non sono stati risolti i vecchi problemi, ma ne sono pian piano emersi di nuovi: i senatori si sono mostrati restii a un certo tipo di impostazione (che però assurdamente adottano in nazionale), alcuni calciatori che si pensava potessero rappresentare dei pilastri del futuro si sono arenati o peggio involuti, altri sono stati sacrificati sull’altare del Dio Plusvalenza, altri ancora sono stati più tempo ai box che in campo.

Alla luce di tali problematiche, era evidente il bisogno di ricostruire dalle macerie e dalle poche note liete emerse nell’ultimo biennio, invece Agnelli ha scelto di richiamare Allegri, una mossa sensata solo se si ragiona per sillogismi semplicistici del tipo “Allegri ha vinto, quindi vincerà”, forte di paragoni assurdi e anacronistici coi secondi regni di Trapattoni e Lippi.

Ad oggi Max non solo non ha trovato una soluzione a nessuno dei problemi che affliggevano la squadra, ma ha riportato con sé quelli relativi agli ultimi anni della sua gestione, dalla squadra troppo bassa e reattiva all’assenza di spartiti in fase offensiva e di supporto per i giocatori più tecnici, aggiungendone addirittura altri: i calciatori messisi in luce nelle due annate precedenti, su tutti de Ligt, Danilo e Chiesa, appaiono peggiorati o sfiduciati, mentre i giovani che si diceva fossero al centro del progetto, come Kean, Kulusevski e Kaio Jorge, hanno sin qui rivestito ruoli da comparse.

Il lavoro a cui il tecnico della Juve è oggi chiamato è molto diverso dal precedente: ora Allegri deve costruire, ingoiare qualche bottone amaro, cercare un vestito adatto alla sua squadra (che non può essere quello vecchio), lavorare per gradi e dar vita a una Juventus nuova, possibilmente vincente sul lungo periodo. Ma perché Agnelli ha deciso di investire, e molto, su di lui e non su un allenatore specializzato in compiti simili? La volontà di azzerare e ripartire è veramente presente o si è deciso per la scelta conservativa nella speranza che Max sappia effettivamente fare un lavoro simile, ma senza averne la certezza?

Sono tutte domande alle quali non abbiamo una risposta certa, quindi cerchiamo di rispondere a quella del titolo, per la quale ci serve una visione più ampia. La Serie A in questo caso ci corre in aiuto per una serie di considerazioni:

– le ultime 3 posizioni sono occupate non dalle squadre peggiori per valore assoluto, ma da quelle che non hanno offerto/offrono alcuna proposta di gioco, sotto tecnici speculatori e pragmatici come Castori, Mazzarri e Ballardini;
– 2 neopromosse su 3 stanno andando oltre le aspettative con rose infarcite di giovani, stranieri pressoché sconosciuti e calciatori che si pensavano inadatti per la Serie A: chi si aspettava che linee mediane come Zurkowski-Ricci-Bandinelli o Busio-Vacca-Crnigoj potessero reggere la massima categoria e addirittura giocare un calcio piacevole ed efficace?;
– chi ha scelto di puntare su allenatori emergenti che fanno delle idee e dell’identità di squadra dei punti di forza è stato ripagato: Italiano e Juric hanno rivoltato come un calzino squadre depresse e dall’encefalogramma piatto, Dionisi al debutto in A sta cogliendo risultati importanti in un Sassuolo ancora in costruzione, mentre di Zanetti e Andreazzoli abbiamo già parlato indirettamente;
– chiudendo con le big, nessuna si è prodigata in spese folli, qualcuna si è anche indebolita, ma tutte hanno scelto la strada dell’acquisto funzionale piuttosto che del nome di spessore, facendo mercato per i propri allenatori, una cosa che alla Juventus non accade praticamente mai, e rischiando anche in qualche occasione, come nella scelta di Diaz per sostituire Calhanoglu, Dzeko-Correa per Lukaku, Rrahmani promosso in luogo di Manolas e Zambo Anguissa per l’infortunato Demme.

La Serie A insomma, con qualche anno di ritardo, sta ricalcando il percorso tracciato dalle grandi squadre europee: principi di gioco e identità davanti a tutto, fiducia ai giovani sia in panchina che in campo, calcio proattivo e/o aggressivo piuttosto che reattivo e remissivo, idee e competenza nella campagna acquisti per ovviare ai problemi di natura economica.

In tutto questo la Juventus è clamorosamente indietro, perché in barba al motto #LiveAhead ha scelto di guardare indietro e non avanti, di affidarsi al passato e non volere/potere scardinare i dogmi e i luoghi comuni su difensivismo, maglia sudata e “spettacolo che va bene al circo”, di riproporre una formula che non è più vincente, e non lo scopriamo certo oggi. Siamo stati per quasi un decennio un modello da imitare per tutte le società d’Italia, ma lì ci siamo fermati, mentre gli altri lavoravano per ridurre il divario tra noi e loro.

No, la Juventus non è una squadra inallenabile, le colpe dei fallimenti recenti vanno divise in parti eque tra una società che non crede davvero in un cambiamento (la Superlega sarebbe stata una scorciatoia, non la soluzione), una rosa che in alcuni elementi (oltre a quelli tecnicamente non all’altezza) si adagia su tale visione e anzi la propugna e dei tecnici che si sono rivelati inadatti. Andando all’osso della questione, l’unico tecnico al quale è stata data la missione di “cambiare la Juve” è stato Sarri, dato che l’ultradebuttante Pirlo non poteva concretamente farlo e Allegri non ne ha alcuna intenzione e proprio per questo è stato scelto.

“Inallenabile” è una squadra che, dopo svariati tentativi, mostra di non poter amalgamarsi e non assumere qualsiasi tipo di forma; alla Juventus è stato fatto UN SOLO tentativo, peraltro poco convinto e con l’uomo sbagliato, forse preso in fretta e furia una volta palesatasi l’impossibilità di portare a Torino Pep Guardiola. Andrea Agnelli e il suo management non hanno dato tempo non a Sarri, ma all’idea che la Juventus possa giocare a calcio come fanno TUTTI, dal Milan al Napoli allo Spezia e al Venezia, e ora consegnano in mano ad Allegri un mandato di quattro anni nel tentativo di “riportare la Juventus a vincere”, ma senza interessarsi del modo, come se di colpo si potesse arrivare al finale della storia senza leggere il libro, completamente ignari dei segnali che il mondo del calcio ci lancia ogni giorno.

Per ribaltare una situazione del genere servirebbe una tabula rasa di proporzioni colossali, partendo non dalla rosa ma da tutto ciò che sta intorno, piazzando in ruoli chiave uomini che non siano influenzati da amicizie col presidente o legami con procuratori e altri sedicenti attori del calcio italiano. Una rivoluzione che parte e termina con la scelta di una figura di rottura totale in panchina, che sia Joachim Low, Lucien Favre, Ralf Rangnick o chi per voi, qualcuno che di retaggi centenari, preconcetti dei senatori e convinzioni ataviche se ne freghi totalmente, impostando un percorso su base pluriennale e che possa essere confermato anche se i risultati non arriveranno nel breve periodo.

Poco più di un’utopia, insomma.