Juventus Horror Story: ovvero quello che Bonucci ha dimenticato

di Claudio Pellecchia |

Di solito si tende a definire memoria selettiva il processo che ci porta a ricordare soltanto ciò che vogliamo, lasciando da parte tutto il resto. Trasposto nell’ambito calcistico, è il motivo principale per cui l’altra metà dell’Italia pallonara parla sempre “der go’ de Turone” ma mai di quello di Peluso, di Ronaldo-Iuliano e non del rigore negato a Inzaghi nella partita d’andata, di Catanzaro e non di Perugia, dei 10 centimetri di Caceres e non degli 11 di Callejon, di Mazzoleni a Pechino e non di Guida che non se la sentì, di Bonucci che non doveva giocare e di Nakata che, non doveva farlo neppure lui ma alla fine giocò lo stesso con cambio di regolamenti in corsa. E via discorrendo.

Purtroppo (o per fortuna), il sottoscritto tende a ricordare tutto. Cose belle e altre meno. Anzi, penso che le seconde diano ancor maggior gusto alle prime. Perciò quando ieri sera, dopo due ore di delirio, Leonardo Bonucci ha dichiarato “E’ la peggior partita della Juve da quando sono qui“, sono riaffiorati tutti i vecchi fantasmi di alcune tra le partite peggiori dell’ultimo quinquennio. Con Leo in campo e non sempre nelle vesti privilegiate di questi ultimi giorni:

JUVENTUS – PARMA 1-4 (06/01/2011)

I bianconeri di Gigi Del Neri non stanno nemmeno andando così male tanto che, a due partite dalla fine del girone d’andata, sono ancora saldamente aggrappati alle zone alte della classifica. Contro il Parma, all’Olimpico di Torino, si scende in campo per ritrovare quella vittoria che, nel turno prenatalizio, era sfuggita all’ultimo minuto sul campo del Chievo Verona. Il fatto che Fabio Quagliarella, fino a quel momento il migliore in stagione con 9 gol in 17 partite, si sfasci un ginocchio dopo due minuti costituisce il primo indizio sulla piega che prenderà la gara. Il secondo lo fornisce Felipe Melo (al tempo più Roy Keane che Pirlo, ndr) che si fa espellere al quarto d’ora per un calcio in faccia a Paci. Al resto penseranno Giovinco (doppietta), Crespo e Palladino. E’ l’inizio della fine chiamata secondo settimo posto consecutivo.

JUVENTUS – BOLOGNA 0-2 (26/02/2011)

“Vinciamole tutte da qui alla fine”, dichiara un Del Neri fiducioso nella conferenza stampa della vigilia. Del resto non può nemmeno dire altro, visto che la zona Champions non sarebbe nemmeno così lontana al netto del gennaio più nero della storia recente bianconera e della sconfitta patita la domenica precedente in quel di Lecce. Ma siamo in piena zona ‘Legge di Murphy’, il luogo dove se una cosa ti può andare bene o male ti va peggio. Tipo un primo tempo discreto vanificato da una ripresa orribile, con l’ex Di Vaio che si prende la più succosa delle rivincite. Protagonista in negativo? Leonardo Bonucci, che si perde il 9 del Bologna in entrambe le marcature e spreca la palla del possibile pareggio con il risultato ancora in bilico.

JUVENTUS – INTER 1-3 (03/11/2012)

Nonostante Conte relegato nello Skybox, la Juventus non sembra calare di rendimento. Certo la spettacolarità del primo anno ha progressivamente lasciato il posto ad un pragmatismo capelliano ma i risultati sono tutti dalla parte del tecnico e del suo staff: 49 partite senza sconfitte e record di imbattibilità del Milan messo nel mirino. Allo Stadium arriva l’Inter di Stramaccioni, diretta inseguitrice dei bianconeri e decisa più che mai a giocare un brutto scherzo ai campioni d’Italia in carica. Sulla carta non sembra esserci partita, tanto più che Vidal va in rete dopo appena 20 secondi, complice un fuorigioco di Asamoah non visto dal guardalinee. Questa volta, però, invece di preparare con largo anticipo le dichiarazioni al vetriolo del post partita, i nerazzurri si mettono a giocare e rimontano: la doppietta di Milito e Palacio giustiziano una Juventus che, nel secondo tempo, esce completamente dalla partita a livello mentale. Per fortuna, le immancabili cassandre che vedono i primi segnali di cedimento dell’armata contiana, verranno smentite, come spesso capita, a maggio; e Stramaccioni avrà poco altro da raccontare in quella che sarà un’altra stagione deludente per la squadra milanese. Anche se l’avversario non era l’ideale per interrompere l’imbattibilità.

JUVENTUS – BENFICA 0-0 (01/05/2014)

L’inopinata eliminazione al girone di Champions sotto la neve di Istanbul ha, paradossalmente, spalancato le porte alla possibilità di conquistare un trofeo internazionale che manca in bacheca dal dicembre del 1996. Per di più potendo sfruttare il fatto che la finale di Europa League si gioca a casa nostra. L’occasione, quindi, è “davvero mostruosa” (cit.). Anche perché basterebbe un gol (dopo l’1-2 al Da Luz) alla Juventus 3.0 di Conte per accedere al redde rationem con il Siviglia. Invece, fin dai primi minuti, appare chiaro che qualcosa non va. Anzi, più di qualcosa. I bianconeri sono molli, bloccati, probabilmente fiaccati dall’estenuante rincorsa al terzo scudetto consecutivo e al record dei 100 punti; circostanze che spingono l’allenatore a spremere i titolari in ogni partita, anche in quelle in cui, forse, non ci sarebbe la necessità. Risultato: nessuna conclusione nello specchio della porta, con l’unico sussulto del gol (giustamente) annullato a Osvaldo nel finale. Qualcosa nel rapporto di Conte con l’ambiente si rompe qui, preludio a quel che sarà il 14 luglio successivo.

SASSUOLO-JUVENTUS 1-0 (28/10/2015) 

“Cadi sette volte. Rialzati otto”. In quest’antico proverbio cinese c’è tutto il senso di ciò che ha rappresentato, rappresenta e (speriamo) rappresenterà, la sconfitta al Mapei Stadium. Chiellini si fa cacciare dopo 40 minuti, Gervasoni (“ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”) consente ad Acerbi una veloce rinoplastica a Dybala, Sansone gioca e segna alla Del Piero e la reazione, di nervi più che di testa, della ripresa non produce granché:

Sembra l’inizio della fine. Sembra, appunto. Perché poi Buffon fa il capitano e pronuncia il discorso che cambia la stagione. Da 12 punti in 10 partite, ai 49 nelle successive 17. Ma questo lo sapevate già.

E lo sa anche Leonrado Bonucci. Anche quando non ricorda, o, più probabilmente, finge saggiamente di non ricordare.