“Sì al calcio moderno” – O tempora, o mores, o Conte

di Claudio Pellecchia |

Era l’estate dei miei futuri 14 anni (li avrei compiuti due giorni prima di un Atalanta-Juventus deciso da Del Piero e Trezeguet), quella del passaggio dalle medie al liceo, quella della cessione di Zidane al Real Madrid. Ci rimasi male, la presi peggio. Adoravo Zizou (una delle mie poche concessioni al mainstream) e quel “tradimento” giustificato dalla voglia di mare di madame Veronique – mare che stanno ancora cercando dalle parti di Valdebebas ma sto divagando – fu il motivo di maggior godimento post 3-1 rifiliato ai blancos il 14 maggio 2003, una delle poche serate in cui persino il Delle Alpi sembrava qualcosa di unico e meraviglioso. In quel momento, più che alla finale di Manchester poi ovviamente persa, più che a Nedved diffidato poi ovviamente ammonito, l’unico pensiero era al “traditore”, alla lezione che aveva ricevuto, al rimpianto che certamente covava dentro per aver abbandonato la squadra che da un giocatore lo aveva fatto diventare Il calciatore – e poco importa che, lui, la Champions che gli mancava l’aveva vinta l’anno prima. Ma sto divagando, bis.

Si tratta di un’istantanea che tiro idealmente fuori ogni volta che nel calcio del 2019, quasi 2020, globalizzato e iperprofessionistico come gran parte degli sport che generano movimenti di soldi che noi fatichiamo anche solo a immaginare, la parola TRADITORE (più altri corollari più o meno riferibili) viene infelicemente accostata a un calciatore/allenatore che decide di esprimere la propria professionalità, appunto, in una squadra piuttosto che in un’altra. Si tratta di un’istantanea, quindi, che ho tirato fuori anche ieri, nell’immediato post partita di un Inter-Lecce di fine agosto, funestato dalle grida di sdegno dei tifosi juventini contriti perché Antonio Conte, bontà sua, si era addirittura permesso di esultare ai gol della squadra che attualmente allena. Scandalo, vergogna, appelli accorati che manco Mattarella durante la crisi di governo, letterine strappalacrime (e straccia-qualcosa più a sud dei bulbi oculari) a uso e consumo dei consensi espressi sotto forma di un like e tutto l’abituale circo(lo) barbaradursizzante con cui stiamo imparando ad avere sinistra familiarità nell’era del calcio ai tempi dei social network.

Ora, non sarà il sottoscritto a ribadire che Antonio Conte – allenatore per cui la mancanza di un mio particolare trasporto dal punto è esclusivamente legata all’aspetto tecnico, in relazione a quello che immagino debba essere la Juve 2019/2020 e seguenti. Ma sto divagando, ter – è e sarà assolutamente libero di fare le scelte che riterrà congeniali alla sua carriera di allenatore senza doversi sentir vomitare addosso robe indegne di una società civile.

Così come non sarà il sottoscritto a raccontare come le scelte di vita dei Del Piero, dei Nedved, dei Marchisio, dei Buffon, dei Chiellini – solo per restare in ambito B&W, ma si potrebbero nominare anche Totti, De Rossi, Maldini, Zanetti – sono ormai l’eccezione e non la regola, in un mondo e in un tempo in cui le eccezioni, per quanto nobili, non costituiscono alcun quid in più nella narrazione e nel racconto dello sport contemporaneo che rifugga da retorica, strumentalizzazioni e banalizzazioni.

Così come non sarà il sottoscritto a sottolineare che, magari, conviene pensare più alla Juve, al campo e alla Juve sul campo invece che alle prossime esultanze – e, a naso, saranno tante. ma sto divagando, quater – dell’ex condottiero, seduto su una panchina che nel calcio anni ’70 e ’80 non avrebbe mai occupato e che invece nel calcio del XXI secolo occupa e bene. Perché i tempi cambiano, perché il calcio cambia, perché la vita cambia, perché tutto cambia, andando avanti e mai indietro.

Il sottoscritto si limiterà a una banale considerazione. Come per tutte le cose, c’è un tempo per essere tifosi e tifosi. C’è un tempo per essere tifosi di 14 anni che maledicono gli Zidane (e i Conte) per aver “tradito” la suprema causa bianconera e i milioni di cuori al suo servizio, filtrando ogni analisi successiva attraverso la lente distorta dell’amante ferito; e c’è, poi, un tempo per essere tifosi più maturi e consapevoli. Del contesto, della realtà che ci circonda, delle dinamiche ad essa sottese. Che non saranno le migliori possibili ma che vanno comunque comprese per non restare confinati in una pericolosa bolla atemporale. In modo che quell’ “insanire” – che è e resterà una delle componenti essenziali della passione che spinge a sacrificare buona parte dei weekend e di un infrasettimanale ogni due – resti realmente un “semel in anno”.

Soprattutto quando si tratta di discutere di chi ha fatto parte di un passato glorioso e che, adesso, è uno dei principali ostacoli sulla strada verso un futuro altrettanto glorioso. Del resto funziona così anche nella quotidianità. Dove non si è quattordicenni per sempre.