Che la Juventus non compri mai più un João Cancelo

di Claudio Pellecchia |

joao cancelo

Nemmeno tanto tempo fa, parlando con il solito amico che ne sa sul serio e che, altrettanto sul serio, è dentro le cose di casa Juve a livello di campo – quindi dell’unico aspetto del calcio che mi interessa per quanto il calcio, oggi, è anche, se non soprattutto altro – mi fu detto che «va bene i cambiamenti necessari ma non si può pensare di stravolgere il tratto distintivo di una squadra e di una società». In pratica la riconoscibilità di un club si sostanzia (anche) in sede di composizione della rosa e di scelta dei giocatori che vanno a comporre la stessa. Giocatori a loro volta riconoscibili per determinate caratteristiche, inclinazioni, interpretazione del proprio ruolo.

Si tratta di un teorema che non mi ha mai trovato del tutto d’accordo, tanto più avendo avuto la (s)fortuna di leggere in Herr Pep di Martí Perarnau in che misura la dirigenza del Bayern Monaco abbia avviato un deciso cambio di rotta – oserei dire dal punto di vista filosofico e culturale – nel modo di giocare, allenarsi, fare, pensare e raccontare calcio. E questo ben prima del triennio di Guardiola: anzi il suo arrivo che avrebbe rappresentato la chiusura del cerchio di un progetto ambizioso che non si è coronato con la conquista della Champions League solo a causa della miglior versione numerica all time di Real Madrid prima e Barcellona poi, con il tecnico di Santpedor a metterci del suo relativamente a quell’overthinking che rappresenta l’ultima (l’unica?) barriera da abbattere sulla strada della perfezione.

Ma sto divagando. Il punto, infatti, non è questo. Il punto è che, pur non essendo d’accordo con il teorema di cui sopra – differentemente, a quanto pare, dalla maggioranza dell’intellighenzia bianconera – spero che la Juventus non compri più un giocatore come João Cancelo. Perché la Juventus non è adatta ai João Cancelo ben più di quanto i João Cancelo non siano adatti alla Juventus, in quel curioso rapporto di proporzionalità, diretta e inversa allo stesso tempo, legata alla visione, anzi all’interpretazione, di quelli che sono i ruoli chiave del calcio del XXI secolo. E, quindi, per ogni articolo in cui si sottolinea che «il terzino, per attitudine, ha una capacità migliore, o quantomeno più allenata, a sviluppare l’azione verticalmente. Da una semplice necessità di appoggiarsi sulle fasce per creare triangoli e di conseguenza saltare le linee di pressione avversarie, il terzino diventa destinatario dei palloni più importanti, quelli da “lavorare”», c’è stato, c’è e ci sarà una vulgata maggioritaria che continuerà a sostenere che «la Champions l’abbiamo vinta con i Porrini, i Pessotto e i Torricelli»: 23 – 24 in proiezione 2019/2020 – anni fa. Un’era geologica nella vita “normale”, figuriamoci nel calcio.

Una visione che dalle parole passa ai fatti, che da una narrazione superficiale e stereotipata si sostanzia in scelte concrete – come quella di ritenere (i) Cancelo i primi sacrificabili sull’altare della plusvalenza, agendo di conseguenza appena se ne presenta l’opportunità – e che porta a quel “tutto cambia perché niente cambi” che ricorre sinistramente nel racconto della Juventus che si smonta e si rimonta in quella caccia disperata al trofeo che fu vinto con i Pessotto, i Porrini e i Torricelli 23, quasi 24, anni fa. Talvolta ignorando le indicazioni provenienti da un buon decennio di calcio europeo che dice che quello che ti danno i João Cancelo in termini di costruzione e sviluppo di una manovra organica e strutturata val bene qualche errore nella propria metà campo. Tanto più se, magari, hai la fortuna di poter disporre della più terrificante arma offensiva delle terre emerse e ulteriori 134 minuti a disposizione per evitare di farti prendere a pallate da una banda di ragazzini. Organizzata e veloce, certo, ma pur sempre banda di ragazzini, nell’accezione positiva e negativa che questa definizione comporta.

Ma sto divagando di nuovo. C’è la seria possibilità che João Cancelo vada al Manchester City del già citato Guardiola, nell’ennesima operazione “non di campo” che finirà per avere effetti – quali lo dirà solo il tempo – sul campo stesso. Se tutto si dovesse concretizzare, una volta chiuso quest’ennesimo esperimento che non si è voluto proseguire – ma, del resto, era già accaduto con Dani Alves e sta accadendo, in misura diversa, con Dybala e prossimamente Douglas Costa – mi auguro che la Juventus riesca finalmente ad accettare se stessa, smettendo di cercare di essere quello che non è e che non intende diventare. Né oggi, né domani, né mai. E che, quindi, destini le sue non illimitate risorse in calciatori che le siano congeniali e che non vengano respinti dall’ambiente (interno ed esterno) come un vulnus destabilizzante alla prima diagonale difensiva non portata nei modi e nei tempi corretti. Unico e non trascurabile problema: nel 2019 ormai 2020 c’è il rischio che con i Porrini, i Pessotto e i Torricelli la plusvalenza non si possa fare. Perché il calcio cambia, esattamente come l’interpretazione del ruolo di terzino. Che ci piaccia oppure no e a prescindere dal fatto che il secondo portoghese più importante della nostra storia recente resti o vada via.

p.s. Per chi ha tempo e voglia: qui ci sono i numeri di João Cancelo dell’ultima stagione. In pochi click si può fare il raffronto con i pari ruolo in Italia e in Europa e valutare oggettivamente se gli errori difensivi che tanto terrorizzano siano effettivamente tali e siano effettivamente così tanti come vi hanno raccontato, banalizzando e stereotipando qualcosa che non dovrebbe essere banalizzato e stereotipato.

p.p.s. I numeri di Danilo, invece, lasciamoli perdere. In questo caso bisogna affidarsi alle capacità di “player development” di Maurizio Sarri.