Gli juventini quando pensano alle Grandi Orecchie

di Giuseppe Gariffo |

In fondo è solo un portaombrelli”, anche se a me ricorda piuttosto un recipiente di terracotta usato da millenni in Sicilia per trasportare liquidi di ogni tipo, acqua e vino soprattutto, e che riaffiora nelle memorie sbiadite di certe estati della mia infanzia, vissute in villeggiatura nella campagna palermitana. Il trofeo della Champions, somiglia tanto a una quartàra – questo il nome del vaso – rivista in chiave moderna.

Banalizzare il valore della coppa con le orecchie è solo uno dei tratti che gli juventini mostrano nel rapportarsi al trofeo che ha la relazione più difficile con la storia bianconera. Non staremo qui a perderci in divagazioni sulle ragioni storiche, note a tutti, di questa idiosincrasìa, che ha nella tragica notte dell’Heysel la sua vetta e nelle pieghe delle sei finali perse il libro nero dei rancori. Affrontando la tematica Champions League il tifoso gobbo si trasforma, perdendo tutte le caratteristiche peculiari che normalmente lo distinguono dai tifosi delle altre squadre, ed abbandonandosi ad ogni deriva catastrofista possibile, passando dall’evocazione di teorie complottiste a scaramanzie risibili (alle quali sono tutt’altro che immune), fino a un pessimismo cosmico del quale neanche La ginestra di Leopardi sarebbe manifesto più efficace.

A 20 giorni dal doppio confronto con i marziani del Barca, proviamo ad elencare le somatizzazioni più evidenti di questa strana relazione, pescando nell’autobiografico e tentando, per quanto possibile, di razionalizzare. Sperando che, al più presto, il popolo bianconero possa iniziare a guardare quella coppa serenamente, come un obiettivo normale e non come l’anello proibito.

 GLI APPELLATTIVI 

Difficile trovare un gobbo che chiami la coppa con il suo vero nome. La stronza è solo uno degli epiteti più educati che affibbiamo al trofeo. Perfino nei casi di eliminazioni senza storia, contro avversari nettamente superiori – penso all’eliminazione del 2013 contro il Bayern di Heynckes – episodi normalmente impensabili, come la papera di Buffon dopo 20” sul tiro di Alaba, hanno svelato la natura apparentemente ostile di questa competizione.

Chissà, smettere di insultarla ed iniziare a coccolarla potrebbe essere, visti i risultati, una buona idea.

 L’ARBITRAGGIO 

Siamo quelli che “la sentenza del campo è sacra”, “l’arbitro non determina mai il risultato”, “dare la colpa alla giacchetta nera dà alibi alla squadre e toglie energie che andrebbero spese per migliorarsi”. Ma quando giochiamo in Champions tutto cambia. Perfino dopo il sorteggio di venerdì scorso, molti si preoccupano più del rischio di un arbitro filoblaugrana che di come fronteggiare la meravigliosa fase offensiva dei catalani. Ero in curva a Berlino e ho intimamente ringraziato Cakir di non aver espulso Vidal dopo 20’ (poteva starci), ma nelle analisi post-partita ci ricordavamo tutti, me compreso, soltanto della trattenuta da rigore di Dani Alves su Pogba. Come interisti o napolisti (e adesso milanisti…) qualunque. Inutile citare il fuorigioco di Mijatovic o il rigore su Jugovic, fatti eclatanti sì, ma in partite in cui abbiamo gettato via una superiorità netta giocando un calcio inguardabile.

 LA SFORTUNA 

Amiamo lo slogan “vincere è l’unica cosa che conta”. A molti non piace, perché fa comodo considerarlo antisportivo, ma noi sappiamo che è esattamente il contrario: esso richiama alla necessità di dar tutto per la vittoria, tralasciando ogni contorno non essenziale (arbitri, sfortuna, ambizioni personali, provocazioni avversarie). Eppure ad ogni episodio negativo, che nel campionato italiano si trasformerebbe in energia positiva per reagire, corrisponde spesso un crollo. Nella squadra come nella tifoseria. Giocammo a Manchester la finale del 2003 con l’alibi già confezionato dell’assenza di Nedved per squalifica. In pochi ricordano i tempi supplementari giocati in superiorità numerica di fatto, per l’infortunio di Roque Junior (e oggi già pensare che ci fosse lui in campo, sano o infortunato, è un motivo in più per continuare a rosicare), né che Buffon parò il primo rigore mettendo tutto nelle nostre mani: quell’alibi, dopo 14 anni continuiamo a ripetercelo a vicenda. In pochi ricordano gironi superati grazie a gol, annunciati da Pistocchi (!) di squadre già eliminate che sconfiggevano i nostri avversari diretti. Ricordiamo tutti benissimo, invece, la neve di Istanbul.

Che il sorteggio recente, apparentemente infausto, non diventi un’altra alibi, ma venga visto come un’occasione per misurarsi con un livello che ormai ci appartiene di diritto!

 I GUFI 

In Europa si tifa per le squadre italiane” vale solo per le altre. Se hai tifato merengue in Napoli-Real Madrid non sei degno di essere italiano. Se ti sei unito ai Super Dragoes durante Porto-Juventus sei un partigiano che lotta contro il potere. Anche se di mestiere fai il giornalista e lavori per la Tv che mostra la Champions ai tifosi juventini. E noi gobbi perdiamo tempo a rispondere alle provocazioni, a confutare i “fino al confine” di chi ha raggiunto l’apice del successo europeo in un ottavo di finale perso “a testa alta”, a dialogare con chi ci dice “avete una coppa in bacheca sporca di sangue” dimenticando che quel sangue apparteneva a bambini, donne e uomini che, in larga parte, avevano il bianconero nel cuore. Se iniziassimo a pensare che loro (specie chi mette il risponditore automatico che ripete in loop “Triplete”, dopo ogni frequente figuraccia) temono la nostra vittoria più di quanto noi la desideriamo, smetteremmo di dargli retta e vivremmo con più serenità un’avventura che è solo nostra.

 LE FINALI 

Ma tutta la poetica, alla fine, si racchiude tuttavia nello psicodramma delle finali. Se la Champions finisse con le semifinali sarebbe perfetta. Nel penultimo capitolo della competizione abbiamo scritto le pagine più epiche. Impossibile dimenticare quelle del 2003 e del 2015 contro il Real Madrid, con l’avversario galattico reso subumano dall’impatto con undici leoni in bianconero. Altrettanto affetto suscita il ricordo della doppia sfida del 1997 con l’Ajax, quando ridicolizzammo i lancieri nella loro nuovissima casa, la Amsterdam Arena, guidati dalla giovane coppia d’attacco Amoruso-Vieri ispirati da uno Zidane da impazzire. Arrivati in finale siamo in grado di soccombere a chiunque (dovessimo arrivare a Cardiff, che non sia il Leicester!). Se il Benfica è accompagnato dalla leggenda della maledizione di Bela Guttman, alla storia juventina urge una brusca sterzata nelle finali europee per non addossarsi altrettanta negatività.

Mentre per arrivare a sollevare la quartàra evochiamo il bel gioco e calciatori di talento, fa sorridere pensare che l’ultima ce la regalò una prestazione con i fiocchi di “soldatini” come Ravanelli, Torricelli e Pessotto. Spesso i campioni, quelli che possono decidere una gara secca, arrivano scarichi all’atto finale dopo una stagione di serie A in cui contro di noi, in ogni campo, l’avversario combatte una guerra. Lavorare sulla condizione dei calciatori migliori, risparmiandoli in vista dei big match europei, è il tassello che spesso è mancato. Basti pensare alle prestazioni di Del Piero in certe finali, o di Tevez e Pirlo a Berlino. Nessuna maledizione, dunque. Dovessimo andare di nuovo in finale, occorre arrivarci con tanta halma, gambe e testa libere e animo vincente.

Proprio come quella sera del 22 Maggio 1996, quando gli episodi sembravano andarci tutti contro. Ma l’ipotesi di non vincerla, fino alla fine, non era proprio contemplata.