Gli juventini della Gazzetta: il turno di Gianni Amelio

di Massimo Zampini |

Su Tuttosport c’è Andrea Agnelli che racconta progetti, strategie, visione, afferma che questi 7 anni (con 6 scudetti di fila, record probabilmente ineguagliabile) sono solo la base per costruire un altro settennato da Juventus. Lo leggo, apprezzo ogni sua parola e capisco perché, dopo le intercettazioni piuttosto esplicite tra Galliani e Bogarelli, anche Lotito, De Laurentiis e compagnia non vedano l’ora di levarselo dalle scatole.

 

Io, lo ribadisco precludendomi così ogni eventuale futura intervista su qualche giornale, tifo fieramente per quella Juve là.

Ma vi è di più (formula di rito presa dalla redazione di atti giudiziari).

Tutti gli juventini che conosco personalmente, amici fraterni o semplici conoscenti, meridionali o settentrionali, italiani o stranieri, “vip” e non vip, tifano per quella Juve là.

 

Devo essere stato fortunato. La vita deve avermi messo in contatto solo con questi tifosi bizzarri, che apprezzano di più la Juve che vince rispetto a quella che perde, impazzisce per le vittorie di Conte, Agnelli e compagnia mentre era depressa con la gestione post Calciopoli.

 

Devo essere stato fortunato, dicevo, perché altrove pare non sia così.

Sulla Gazzetta, per esempio (la rosea sul tema Juve è in ottima compagnia, a partire dal Fatto Quotidiano di Ziliani, Travaglio & co), gli juventini sono diversi. Sono tutti un po’ timorosi, con diffusi sensi di colpa, ai limiti del pentimento.

Perché io non ne incontro mai? Come mai la vita non mi mette mai in contatto con loro, mentre la Gazza non sbaglia un colpo e li stana puntualmente?

 

Forse frequento troppa gente di bassi istinti, priva di morale? Devo rivedere le mie amicizie? Sono finito in un brutto giro?

 

La lista degli juventini famosi semipentiti non la rifacciamo, ne abbiamo già scritto altrove un milione di volte. Oggi tocca al nuovo arrivato: il regista Gianni Amelio.

 

L’intervista è un campionario di gazzettitudine; c’è il titolo, intanto, che deve invogliare il lettore tipo della rosea: “tifo per la Juve anche se è arrogante”. Sopra, “in camera avevo i poster di Savoldi, ma il mio mito era Riva”. Non male, per uno juventino.

C’è la parola “triplete”, poi, altrimenti il giornalista rischia grosso e l’articolo non può andare in stampa.

Mi ricorda il periodo in cui volevo fare colpo su una ragazza. Lei mi suggeriva ogni settimana una parola strana da dire in radio, solo per lei, e io facevo sempre il possibile per eseguire il compito; che c’entrasse o meno col tema di giornata, io dovevo dirla. Una volta mi disse: “devi dire ‘conte’”, credendo di mettermi in difficoltà. Sentendomi pronunciarla (pur se con la C maiuscola) per 20 volte in una sola trasmissione, dovette pensare che ero davvero innamorato.

Ecco, alla Gazzetta deve funzionare così, però la parola da inserire è sempre la stessa: Ceniti, fammi l’intervista ad Amelio, vorrei un po’ di pentimento sul tifo per la Juve. Ah, dimenticavo: mettici la parola “triplete”, mi raccomando.

Il giornalista esegue fedele, con la Juve arrogante, il tifo affievolito e, all’improvviso, piazza il colpo da maestro: Amelio, si racconta nel pezzo, “è reduce dal triplete ai Nastri d’argento 2017 (miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista)”.

 

Il più è fatto. Un po’ di calcio e cinema, ma ora è tempo di stringere: “lei da bambino per quale squadra teneva?”. Domanda già bizzarra: perché mai uno dovrebbe tifare per una squadra solo da bambino? Risposta di Amelio: “La Juve. In famiglia era una tradizione”, e ha trasmesso la passione anche a suo figlio.

Bene, ci piace.

Ceniti provoca: “La Juve è la squadra scelta da molti calabresi e meridionali in genere. Era un modo per integrarsi nella società?”. La domanda è memorabile: si parte con lo stereotipo della Juve tifata da calabresi e meridionali, mentre chissà per quale squadra tifino in Toscana, Marche, Romagna, Veneto e compagnia.

Poi, non potendo certamente innamorarsi della Juve per i suoi giocatori, la sua maglia, la sua storia, il suo nome e tutto il resto, Ceniti chiede se tale scelta sia stata un modo per integrarsi nella società.

Amelio, invece di chiedergli che cavolo stia dicendo, gli risponde serio. E va oltre le aspettative di Ceniti: “(…) credo che il motivo sia un altro: gli ultimi, gli esclusi dal mondo, cercano un gancio nei poteri forti. Hanno bisogno di certezze e una squadra che vince dà sicurezze”. Niente amore per Sivori, Boniperti, Platini, Zidane, Del Piero, Tevez e Dybala. La verità è che tifiamo per la Juve perché siamo esclusi dal mondo. Certo, se a volte arrivasse pure una Champions ci sentiremmo ancora più sicuri, ma tutto sommato questo gancio con i poteri forti ci dà comunque la forza di andare avanti.

 

Ceniti ha capito che il match è suo e affonda: “la Juve è rimasta la squadra del cuore?”. Certo, perché uno di solito a 15 anni tifa per una squadra e poi ne sceglie un’altra. Io per esempio tifavo Roma fino a 10 anni, poi Milan fino ai 20, a quel punto un bel decennio da interista (e ovviamente mi sono beccato il 5 maggio maledicendo Gresko e Poborsky), ora da una dozzina d’anni tocca alla Juve. Se mi beccate tra un po’ però richiedetemelo, perché sto studiando il Napoli con grande attenzione.

 

Ecco il momento tanto atteso, quello del pentimento. L’istante in cui si è capito che si stava supportando il male. Per alcuni è la triade, per altri l’Heysel, i più attempati hanno rimorsi ripensando a Turone e Brady.

Amelio va oltre, introducendo un altro orrido capitolo di questa infame storia bianconera: “le prime crepe risalgono a una sfida contro il Catanzaro. (…) Vinse 1-0 il Catanzaro e la società di Torino, invece di fare i complimenti agli avversari, iniziò a dire che avevano annaffiato il campo apposta. L’arroganza rende antipatici”.

Siamo onesti: magari a 40 di distanza possiamo faticosamente provare a passarci sopra, ma è chiaro che un episodio del genere affievolirebbe il tifo di chiunque: brutto non riconoscere la legittimità del successo dei rivali, evitando di far loro i complimenti.

Almeno in questo campo, qualcosa, dalle “rivali” (si fa per dire) della Juve, dovremmo impararlo.

 

Anche questo episodio della saga “gli juventini sulla rosea” è terminato. Ci aggiorniamo alla prossima puntata.

Sempre se tiferò ancora per la Juve. Se invece avrò cambiato squadra, lo leggerete in una mia intervista sulla Gazzetta.