Noi juventini, cittadini del mondo

Sono un tifoso atipico. Juventino (e meridionale), da sempre evito accuratamente il confronto con sostenitori di altre squadre. Non lo faccio per superbia, semplicemente bado alla mia squadra. Non seguo cosa succede nelle case altrui, non mi interessa sapere chi fa, dice o pensa cose che non riguardano la Juve. Molti altri non vedono l’ora di sfottere, inveire, divertirsi alle spalle di interisti, milanisti, napolisti, romanisti, eccetera. Io, pur dopo ben sette scudetti consecutivi (e quattro coppe Italia), penso esclusivamente a festeggiare con i miei amici juventini. Dopo questo splendido settennio guardo già al futuro, alla squadra che verrà, alle prossime competizioni, ai possibili nuovi trofei. Ma qualche volta, lo confesso, cedo alla tentazione di misurarmi con “gli altri”. Quando meno lo vorrei, quando meno me lo aspetto, mi ritrovo – mio malgrado – coinvolto nelle classiche, animate chiacchiere da bar sport.

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Così capita di incontrare conoscenti interisti che hanno con noi sempre conti da saldare. Scudetti persi all’ultima giornata, recriminazioni che vanno da Iuliano a Pjanic (abbracciando 20 anni di piagnistei!), la farsa Calciopoli che regalò il tricolore a loro terzi classificati e serie cadette – con penalizzazione – ad una squadra che stava dominando e avrebbe dominato ancora. Il tutto condito dall’ormai celeberrimo triplete che, almeno fin quando non sarà eguagliato da altri, rimarrà il loro cavallo di battaglia.

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Può succedere poi di imbattersi in tifosi milanisti. Questi sono leggermente meno spocchiosi dei loro cugini. Avendo frequentato la B come noi (ma due volte) e non avendo centrato i tre trofei in una sola stagione partono da una posizione meno vantaggiosa. Però tirano fuori le sette Champions, la finale di Manchester, il gol di Muntari e trovano prima o poi il modo di innervosirti.

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A volte, ma in maniera un po’ più sporadica a dire il vero, succede di condividere per puro caso, momenti di vita con sostenitori del Torino. Si tratta per lo più di persone anziane che hanno conosciuto i gloriosi fasti del passato (un po’ come quelli del Genoa o del Bologna) e che ne tramandano i ricordi ai propri figli e nipoti nella speranza che il colore granata impresso nella loro memoria non si sbiadisca definitivamente. Mi fanno tenerezza e mi muovo talmente a compassione da accettare di buon grado qualche sfottò, fra uno sbadiglio e l’altro.

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Ci sono poi – qui al sud – schegge impazzite di “tifoserie aliene” al nostro contesto meridionale. È il caso dei romanisti, dei laziali e di qualche amante della viola. Si tratta di bambini – ormai adulti – cresciuti nel mito di squadre o calciatori nel passato e che per darsi un po’ un tono si ostinano ad ostentare un senso di appartenenza che realmente non gli appartiene. Se capita di incontrarli con loro non mi fermo nemmeno a discutere. Proseguo dritto per la mia strada.

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Infine, purtroppo capita anche di incrociare qualche tifoso del Napoli. Qui la questione tende drammaticamente a complicarsi. Perché si finisce sempre per scadere in dibattiti spiacevoli che purtroppo vedono per protagonisti degli slogan preconfezionati. Il tifoso napolista medio si abbevera di quegli stereotipi e cliché che stampa, tv e siti internet (rigorosamente a loro dedicati) sfornano a più non posso. Ogni dichiarazione del Presidente, dell’allenatore o dei singoli calciatori viene impressa indelebilmente nei cuori dei tifosi. Ma vengono mandate a memoria anche le frasi di commentatori, intellettuali e giornalisti di parte che non perdono occasione di sfornare nuove parole d’ordine. Così al malcapitato tifoso juventino presto o tardi capiterà, di volta in volta, di essere definito: ridicolo, arrogante, corrotto, indegno, rubentino, pagliaccio, mafioso, ecc. E gli sarà ricordato di essere un perdente in Europa. Il napolista, sempre a corto di argomenti, finisce così quasi sempre con l’insultarti. E se sei meridionale, come me, scatta anche un’aggravante. Diventi subito un apolide.

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Ora, siccome quando si parla bisogna sapere cosa si dice, quindi conoscere il significato delle parole, andando sulla Treccani scopriamo che l’apolide è una persona che, avendo perduto la cittadinanza di origine e non avendone assunta alcun’altra, non è cittadino di alcuno stato. Che c’entra questo con il tifare Juventus? Prima ancora di essere un uomo del sud, sono italiano. E in quanto tale libero di credere (o sostenere) chi mi pare. Perché non dovrei farlo? Perché dovrei tifare per la squadra della mia città, della mia provincia o regione? Chi mi obbliga? Se tifassi Napoli, non essendo città a me vicina chilometricamente, non sarei altrettanto “apolide”? Non rinnegherei le mie origini? Perché scomodare sensi di appartenenza o parole come “rinnegato”? Potrei tifare per una squadra estera (come fanno in tanti quando queste giocano contro la Juve). Potrei tifare per una nazione straniera (come l’Argentina, ad esempio, durante i mondiali del ’90). Sarebbe solo una scelta, come il credo religioso o la fede politica.

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Ecco, qui sta il problema. Mentre gli altri tifosi ti sfottono, i napolisti ti denigrano sul piano personale. Mentre tutti gli altri parlano delle loro vittorie, ai napolisti non resta altro che offendere e insultare. Perché non hanno altri argomenti. Ci dicono che non abbiamo colori quando il bianco e il nero lo sono (e molto spesso sono accompagnati da quello verde e rosso dello scudetto), che non abbiamo patria (quando l’abbiamo eccome, siamo molto più italiani di tanti altri. Anzi, siamo una eccellenza italiana) e che ci manca una identità determinata. Ebbene… la Juventus ha una identità nazionale altroché! Non rappresenta una città o una regione. Unisce tutti quelli che in oltre un secolo – dal Veneto alla Sardegna, dalla Sicilia alla Liguria, dal Trentino alla Basilicata, passando persino dalla Campania – hanno apprezzato una grande società sportiva e si sono innamorati di campioni indimenticabili. Ci conoscono anche fuori dai confini nazionali. Abbiamo tifosi in Europa, America e paesi orientali. Altro che apolidi. Noi juventini, e lo dico orgogliosamente, siamo cittadini del mondo.

di Giuliano Albrizio