Ti amo lo stesso

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Una settimana è passata, l’elaborazione del lutto sta per compiersi pienamente, aiutata dall’affievolirsi degli sfottò di tutti quelli che, dopo averti evitato per un anno, adesso non vedono l’ora di incontrarti per vomitarti addosso tutta la rabbia repressa di anni passati a farsi asfaltare da israeliani con il nome che ricorda un incrocio tra una birra e un calciatore ucraino, o magari da portoghesi che sembrano marziani salvo poi rivelarsi ineffabili brocchi quando tocca loro incontrare la Zebra dagli occhi di tigre.

Personalmente ho passato questa settimana sui blog juventini, in cerca di un pensiero, una parola, di un’illuminazione di un Fratello di tifo che potesse alleviare il dolore dell’ennesima delusione. Con rammarico ho spesso letto di Fratelli che accusano e offendono dirigenti, allenatori, giocatori che immense gioie ci hanno regalato negli anni, che hanno raggiunto un dominio che francamente non era nemmeno ipotizzabile fino a qualche anno fa, che si sono issati a un passo dal cielo, che negli ultimi quattro anni pressoché da soli hanno contrastato il dominio delle squadre spagnole.

E allora mi sono chiesto se non fosse vera, almeno parzialmente, l’accusa che spesso ci rivolgono i nostri avversari, quella di essere tifosi d’occasione. E soprattutto mi sono chiesto: sono così io? Tifo la Juve solo perché vincente? E’ solo matrimonio d’interesse? Se e quando ho capito che era vero amore?

Il mio pensiero è andato subito alla Serie B. Lo sbigottimento della prima partita a Rimini, le difficoltà delle prime giornate, la partita vista dal vivo contro il Brescia quando pensavo di trovare lo stadio semivuoto e invece lo trovai pieno e palpitante di passione come forse mai prima. E poi esultare come un pazzo per un gol di Nedved all’ultimo minuto contro lo Spezia, una gita a Venezia con l’orecchio attaccato alla radiolina sperando in un pareggio in extremis contro il Mantova (e mia moglie che mi guardava sbigottita).

Una sala d’aspetto di Termini mi ricorda Verona-Juventus e il gol di Camoranesi, l’aeroporto di Catania Juventus-Pescara, con quella radiolina sempre attaccata all’orecchio, non volevo perdermi un minuto di quel campionato. E ogni istante che passava, cresceva in me la certezza che anni e anni di sofferenze ci attendevano anche se fossimo ritornati in Serie A, che forse saremmo diventati una Pro Vercelli degli anni 2000, che mai più avrei visto rivincere la Juve. Eppure per me le vittorie non contavano, l’unica cosa importante era che quei colori continuassero a correre su un prato.

Poi infine l’agognato ritorno, i primi anni di quella sofferenza che avevo previsto, poi, quasi inaspettatamente siamo tornati; dominiamo di nuovo, ma più ferocemente, con quella rabbia e quella voglia che si può portare dentro solo chi ha subito una colossale ingiustizia. E ora incontriamo alla pari, pur con qualche débâcle, le più forti squadre mondiali. E dopo quell’esperienza, la certezza è l’amore incrollabile per la Juve, al di là di ogni vittoria, anzi al di là di ogni partita: altro che Real Madrid, per me incontrare l’Albinoleffe o l’Inter, il Rimini o il Milan, è esattamente la stessa cosa; e, visto come va di solito, forse veramente è la stessa cosa.

 

Di Salvatore Calanna