La Juve di Sarri deve innamorarsi del pallone

di Davide Rovati |

C’è una grande somiglianza filosofica fra Maurizio Sarri e Massimiliano Allegri. Nella partita ideale che si gioca nella loro testa, la squadra che allenano ha sempre il controllo dello spartito e non deve mai perdere le briglie e abbandonarsi all’improvvisazione. Una tendenza sempre più radicata – Ajax a parte – anche in ambito europeo, dopo anni di sbornia “tremendista”: si pensi ad esempio al percorso del Liverpool di Klopp diventato campione quando ha saputo integrare il gegenpressing e le folate del trio offensivo in un contesto equilibrato, solido, talvolta persino attendista.

Le somiglianze nella filosofia, però, appena si indossano gli scarpini e si scende sul campo di allenamento, cedono al passo alle differenze negli strumenti. Laddove per Allegri mantenere il controllo di una partita era un concetto legato all’interpretazione emotiva e mentale, che si traduceva spesso e volentieri in una strategia a rischio zero nella gestione del pallone e nella riconquista dello stesso, per Sarri è proprio il pallone lo strumento di controllo fondamentale.

Il neoallenatore juventino ha già avuto modo di spiegare che non gli piace vedere la sua formazione abbassarsi troppo, perché così diventa più difficile gestire il possesso. Il percorso di cambiamento però non è facile perché coinvolge ogni dettaglio del modo di stare in campo dei giocatori, dalla velocità di pensiero ai gesti tecnici più elementari. Per questo abbiamo visto fin qui delle Juve di compromesso, che hanno saputo interpretare anche gare di sofferenza alla vecchia maniera.

La partita di Firenze ha mostrato tutti gli impicci di una squadra che deve imparare a innamorarsi del pallone. Orfana per 90’ del suo metronomo, prima marcato a uomo e poi uscito per infortunio, e per 85’ del suo creativo di riferimento nell’ultimo terzo di campo, la Juve ha dato l’antica impressione di non sapere che farsene del possesso di palla.

I tentativi di costruzione bassa sono naufragati sotto i colpi del buon pressing viola, complice anche l’atteggiamento dei nostri un po’ distratto e superficiale (o forse ancora troppo “cerebrale”?). Si sono visti di nuovo tanti lanci da parte di Bonucci – ben 6 a fine gara – il cui esito modesto ha lasciato pensare a una soluzione estemporanea più che a una richiesta esplicita dell’allenatore. E ogni volta che la squadra riusciva a consolidare il possesso nella metacampo avversaria, la sensazione era di assistere a un giro palla conservativo, con i giocatori che sono sembrati privi della fiducia e della personalità necessaria per tentare di scardinare la difesa avversaria con una giocata.

Contro il Napoli, è vero, si era vista una squadra ben più pericolosa. Uguale però era stato l’imbarazzo dell’ultima mezz’ora, quando le energie erano finite e la Juve non è riuscita a fare quello che deve fare una grande squadra quando va in riserva: congelare la partita, riposarsi col pallone. E lo stesso copione aveva “sporcato” l’ultimo quarto d’ora di Parma, vissuto un po’ in apnea.

Ripetiamolo: Sarri e i suoi uomini hanno tutte le giustificazioni del caso se in questa fase della stagione le cose provate in allenamento non riescono. L’importante è continuare a lavorare sulla strada intravista nelle prime due uscite stagionali, senza sacrificarla alle prime difficoltà in nome di un pareggino o di una vittoria in trincea.

La Juve ha bisogno di desiderare ardentemente il pallone, di provare cose nuove e difficili, di volersi divertire tenendo il possesso della sfera. Allora si divertirà un po’ di più anche Maurizio Sarri, e ci divertiremo anche noi tifosi.


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