Juve razzista e fascista: scudetto e moschetto

di Mike Fusco |

Dopo le (esagerate) accuse di apologia di razzismo a Bonucci e le bacchettate di Leo ed Allegri al giovane Kean, proviamo a stemperare un tema serissimo e delicato come il razzismo e l’educazione professionale, immaginando il resoconto di Cagliari-Juventus come un cine-giornale di epoca fascista.

Il prode squadrone bianconero giunge in terra sarda dopo un’estenuante trasvolata decimato nei ranghi ma non nell’orgoglio.

Gli impavidi difensori del bicolore e pluristellato vessillo sabaudo non mostrano paura già dalle parole del suo gerarca Maximo che, alla stampa che si faceva beffe dei pochi superstiti abili e arruolati, rispondeva con un sonoro quanto imperituro “Me ne frego!” con la consapevolezza che chiunque avesse indossato la giacchetta bianconera, non avrebbe fatto rimpiangere i lungodegenti e i caduti con orgoglio servendo la patria durante la sanguinosa campagna mitteleuropea.

 

E così fu.

Fin dalle prime battute il capitano, dopo aver urlato l’ “obbedisco!” di ordinanza nei confronti del gerarca arringava i suoi uomini: “Avanti, gloriose schiere, non facciamoci intimorire, siate fieri e sereni” una potente voce di sprono che mandava in visibilio i tanti affezionati balilla giunti sul posto a sostenere le imprese della vecchia, incerottata ma sempre arzilla signora del calcio italico.
Al minuto XXII la tenzone si sbloccava grazie ad un imperioso balzo del nostro Bonux che svettava lassù dove osano soltanto i rapaci e i conquistatori, dominando tra le milizie sarde e insaccando la sfera alle spalle dell’ itterica maglia dell’ estremo difensore isolano.

La gara continuava con la spropositata vigoria della compagine dei quattro mori che, con indomito ardore, cercava invano di arginare lo strapotere del nostro squadrone determinato a ristorarsi per l’ ennesima volta all’insaziabile desco della Vittoria.

Come un lampo nel buio, al minuto LXXXV, il tanto vituperato e accompagnato da beceri ululati nostro figlio di Abissinia ma italianissimo Mosé Chen, chiude ogni velleità sarda di negare ai nostri la fulgida vittoria. Al culmine di una gara senza orpelli, il prodotto della colonizzazione e selezione della Giovine Italia Bianconera apportava nuovamente il suo determinante contributo alla causa della terra che lo rese balilla, ragazzo, uomo e infine servitore della Patria.

Sfortunatamente nella dimora cagliaritana serpeggiava il veleno di un atavico astio mai sopito, riscontrabile anche nell’avversione all’assoggettarsi al volere del Partito Bianconero, così partivano all’indirizzo dei nostri atleti fortemente pigmentati, moti ingiustificati di dissenso e scherno. Parole e suoni che come dardi ferivano i cuori dei nostri, buttatisi nell’arena con impeto e senza timore alcuno.

Ma ecco che all’improvviso, sopraggiungeva dalle retrovie il nostro Bonux Mea Lux che calmava gli animi esacerbati dei tifosi astanti grazie all’inconfondibile e universalmente noto segno di pace:

 

Patria, Famiglia, Juventus” si leggeva nel gesto del figliol prodigo viterbese mentre il braccio destro andava dritto e alto al cielo. Categorico e solerte univa i cuori dalle Alpi alla Trinacria senza esitazione, ben conscio di attirare gli strali del mondo intero e si sacrificava in virtù del fine ultimo.

Null’altro vi era più da aggiungere, senza non alzare di nuovo forte il sempiterno grido che accompagna ogni conquista: le chiacchiere a voi, la Vittoria A NOI !!!