Juve, per rinascere bisogna un po’ morire

di Valeria Arena |

La prima volta che mi allarmai, anche se forse allarmare non è il termine più corretto, diciamo piuttosto che ebbi una sorta di fastidio all’anima manifestatosi sotto forma di brivido lungo la schiena, fu quando stavo guardando per la prima volta la serie Netflix dedicata alla Juve: qualcuno, o forse più di uno, si lasciò sfuggire dalla bocca la parola maledizione e io sgranai gli occhi.  Non poteva essere reale il fatto che giocatori, staff e dirigenza credessero davvero che la Champions fosse stregata e che esistesse un sortilegio malefico che tutt’oggi non si sa bene come estinguere. Eppure il clima era quello e parlarne non solo legittimava un pensiero perverso, ma gettava ombra su quelli che erano i veri problemi di una finale disastrosa. Mi convinsi allora che ero io il problema, io che avevo capito male e frainteso, e sempre io che avevo ingigantito la questione; d’altronde da Cardiff erano passati solo pochi mesi e probabilmente ero ancora in pieno shock post traumatico.

La seconda volta che il fastidio si manifestò fu quando Nedved disse pubblicamente e senza imbarazzi che non avrebbe dormito serenamente fin quando non avesse vinto la Champions. Ora, che Nedved non riposi tranquillamente da quella primavera 2003 mi pare già abbastanza chiaro, ma che addirittura dichiari, da vicepresidente della Juve, che da oltre quindici anni si divora i gomiti a intervalli regolari, è un campanello di allarme che francamente non può passare in secondo piano: ai piani alti aleggia lo spettro dell’ossessione, che poi è lo stesso che mangiava il cervello di Macbeth e abbiamo visto tutti com’è andata a finire.

La terza volta è stata la scorsa estate, quando non si capiva ancora bene chi avrebbe sostituito Allegri e Agnelli tirò fuori dal cilindro Sarri. Attenzione, non mi allarmai mica per Sarri, mi allarmai perché le motivazioni della scelta le avevo già lette qua e là su tutti i social, me le aveva addirittura sciorinate il mio salumiere, le avevo anche perversamente pensate più volte io, per poi pentirmene dopo un quarto d’ora. Le avevo sentite dai tifosi, ecco, e la sensazione, oggi più forte che mai, è quella decisione fu presa da tifosi prima ancora che da dirigenti.

La dinamica è chiara, la conosciamo ormai alla perfezione: si chiama Sarri, si chiede di continuare la tradizione nel segno del suo nome, della sua filosofia calcistica, dei suoi ideali, ma gli si chiede pure di portarsi la bacchetta magica da casa, ché la squadra e quella che è su quella deve lavorare. Sarri accetta, mette la mani avanti spiegando bene che non può mica gettare nell’umido quello che ha costruito Allegri e inizia a lavorare su un collettivo che cola a picco da Cardiff, perché sono quasi tre anni che la Juve tanta di tirarsi su dal qual buco nero per inerzia, mettendo toppe che non reggono qua là, con giocatori che fanno avanti e indietro neanche fosse il villaggio vacanze Valtur.

Ho fatto i compiti a casa e la formazione di Roma conta sei giocatori che presenziarono a Cardiff, otto se guardiamo anche i mutilati di guerra in panchina o in tribuna, uno se vogliamo piangere pensando che giocava con gli avversarsi. Nessuno lo dice espressamente, ma, a un occhiata superficiale, si sente solo un urlo di disperazione: l’allenatore di prima ero un fesso e quello attuale un mago, perché sostanzialmente è cambiato poco e la tavola sembra quella di sempre. 

In verità ce lo siamo ripetuti centinaia di volte, ma le vittorie e i trofei tengono vivi più di certe speranze, e quindi andava bene così. Poi è arrivato Ronaldo, l’euforia ha preso il sopravvento e si è presto dimenticato che la Juve somigliava, e somiglia tutt’ora, a un cimitero degli elefanti, il che porta a pensare che forse il vero miracolo di Allegri è quello relativo agli ultimi due anni di panchina e non ai primi tre.

E si arriva così al quarto brivido, che non è la sconfitta contro il Napoli o la perdita della Coppa Italia, alla quale possiamo sopravvivere senza drammi in totale serenità, ma l’ennesimo sintomo di malattia che ormai dilaga da anni, malattia che, se avessi accesso alla stesura del DSM, sintetizzerei in “Rifiutare prepotentemente che un ciclo si è socchiuso e non chiuso, e sappiamo tutti cosa significa, e ostinarsi a riproporre una versione di sé stessi opaca, indolente, spenta, rotta e soprattutto vecchia”, di cui le urla strazianti del quarantaduenne Buffon ne sono l’emblema. In sostanza, una Juve che guarda ancora al passato perché da quello che non riesce a liberarsi e con quello vorrebbe chiudere un discorso ancora aperto, roba da fantascienza o da GiroTempo di Harry Potter. E qui il nuovo allenatore non c’entra nulla, anche se non è esente da colpe.

Non sarò certo io a dire che Sarri è stato messo lì per scacciare mali umori e che non potrà portare a termine quello che gli è stato chiesto, ossia deliziare i nostri occhi vincendo, perché non gli sono stati forniti i mezzi per farlo, anche perché lo hanno già ripetuto a pappagallo un po’ tutti – poi che, per me, la mancanza di duttilità e concretezza e l’assenza di piani B, C e D nella vita sia un difetto e non un pregio, è un’altra storia – ma una precisazione bisogna farla, una precisione effettivamente un po’ invadente nella sua presunzione di spiegarne la psiche non avendone gli strumenti e le competenze adatte. Tralasciando il fatto che spesso, quando c’è da mordere, lui non morda, anzi, a sua volta venga morso, sono giorni che ripenso all’intervista in cui, per zittire chi lo accusava di non aver vinto nulla in carriera, almeno in Italia, ha precisato, con un’ingenuità quasi commuovente, che lui ha portato a casa otto promozioni. Esatto, otto promozioni.

Con un autogol clamoroso, ha dato ragione, pur non rendendosene conto perché fiero, giustamente, della sua background e della sua carriera, a quanti lo considerino ancora un allenatore da trofei poco importanti. Poi è sceso in campo e ha cannato un altro successo, questa volta contro un allenatore più novello di lui, quello che De Laurentiis ha ufficialmente eletto come dotato di cazzimma. E con un gioco di prestigio la batosta in Coppa Italia si è trasformata prima nella sconfitta del mister, perché è così che ci hanno abituati, e poi in quella di Juve, quando in realtà è esattamente il contrario.

Ecco allora cosa manca a Sarri, la presunzione del vincitore. Chi vince, pure se lo fa male, può fare quello che vuole. Così facendo alla Juve abbiamo perdonato quasi tutto in questi ultimi anni, mentre a Sarri, capo espiatorio, suo malgrado, di una fine lenta con cui non c’entra nulla, praticamente niente.


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