Pronti per una Juve che pende in avanti?

di Luca Momblano |

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Non c’è verità, c’è sempre e solo l’idea che ci si fa immaginando il futuro prossimo di una stagione che viene percepita, da chiunque (tranne che da Allegri probabilmente, lui ha questa capacità di guardarla sempre così…), come un tutt’uno, un monoblocco, una statua con una forma ben definita e il solo cesello dell’allenatore che può renderla eterna. Un approccio che vale anche per la Juventus, quantomai per la Juventus, dove il piedistallo è il campionato italiano e ciò che si libra verso il cielo, con lo sfondo da photoshoppare con le stelle della Champions,  è il vero banco di prova.

Ovviamente, questo modo di porsi al cospetto dell’anno che verrà (perché si può dire che lo zoom sarà solo e soltanto lì appena si concluderà la finestra di mercato, con quella straniante sospensione affidata al mondiale sì o mondiale no della Nazionale) è del tutto limitato e limitante. Il gioco, che molti non vivono assolutamente come un gioco, può valere la candela là dove si soffermano le emozioni. Non Kiev, non l’invidia per Neymar, non la dieci o la otto o la quattordici, bensì l’intera considerazione del pacchetto offensivo nato sulla continuità di quello che si è fermato a 45 minuti dalla Coppa dalle Grandi Orecchie.

Quanto incidano le partenze di Bonucci e Dani Alves in questa aspettativa, e quanto il mercato di massima scelto da Marotta e collaboratori, non è dato valutare. Conta la realtà dei fatti, il centrocampo che prova a rinascere come concetto di reparto (che fa la differenza) resta ancora indietro, oggi, nell’immaginario collettivo. E quindi l’attacco, oltre al simbolismo de “l’ultimo viaggio di Gigi Buffon” (cit.). Quasi da sentirsi fuori posto: la Juve degli sfarzi in zona-gol, della trazione anteriore, un po’ ci fa paura. Anche qui: non sono le cinque (anche sei) stelle mal gestite, trattate e disperse del Trapattoni-bis; non sono neppure quelle atomiche, con le bollicine, di Maifredi. La Juve offensiva è solo il rimasuglio di Lippi-uno e Allegri-tre, messe in piedi senza quasi ricambi, per necessità di stretta attualità più che progettuale.

Il 2017/18 nasce però con basi diverse. La Juve ha le punte, le mezzepunte, le ali, funamboli che guardano negli occhi l’avversario per dribblarlo, persino un fuoriclasse da crescere ancora e lisciare ancora. C’è qualcosa di strutturato in tutto questo. E allora ecco che torna la paura. Ci siamo a lungo goduriosamente appoggiati dietro, al sedile, alla nostra difesa, quando stanchi, apatici, fuori forma e fuori sostanza. E’ accaduto magari poche volte, ma lo abbiamo fatto. Una volta o due siamo anche caduti. E’ il calcio dei grandi numeri, è il calcio in cui ci sono anche gli avversari.

Il concetto apparente, vista appunto la costruzione della rosa, è che le mani non dovranno mollare mai il volante. Per farlo, serve sviluppare muscoli nuovi a centrocampo (o relativamente vecchi, se si guarda al triennio di Conte). Servirà più fiato, per ogni volta rilanciare. Perché si può anche rilanciare ragionando. La calma di Allegri sarà sempre più sinonimo di lucidità e meno di surplasse, questo è l’indicatore (stando sempre alla teoria del monolite).

Così, sui nomi e sulle caratteristiche, la lista si fa interessante, corposa, tutta da decifrare: Higuain, Dybala, Mandzukic, Douglas Costa, Bernardeschi, Cuadrado e Pjaca o chi per lui. Non c’è trucco, non c’è inganno. Ci si aspetta il miglior Allegri “gestionale” di sempre, considerata la virtù che gli viene attribuita e riconosciuta. C’è però un dettaglio che, a conti fatti, potrebbe fare la differenza per l’augurata consacrazione di un ciclo che non vuole smettere mai: se alla fine, ma proprio alla fine-fine, ognuno di questi avrà brillato di luce propria, allora si potrà parlare di soluzione di reparto quasi senza precedenti, almeno per noi. Ricordate Del Piero e Trezeguet, complementari ma mai subalterni? O pochissimo tempo fa Messi-Suarez-Neymar? Gullit-Van Basten? Chi giocava per chi? Siete proprio sicuri?

Detto e ribadito che prima viene sempre la squadra, che Douglas Costa dovrà amalgamarsi, Dybala responsabilizzarsi eccetera, eccetera, eccetera, il gioco davanti si fa proprio duro. In senso buono. Senza più fermarsi al classico pensiero della coppia-gol, del fantasista da cui tutto dipende, del dodicesimo uomo. Perché il calcio di questa generazione non è più costruito su somme (di gol), o moltiplicazioni (due giocatori per ruolo o superati progetti di turnover scientifico), quanto invece su valori esponenziali. Ovvero su benefici effetti a catena tra coloro che vanno in campo. Un reticolato che, in questa Juventus, pende verso la porta avversaria. Con i difensori, per carità, che dovranno fare i difensori. Anzi, dovranno farlo meglio ancora di prima. E tutti sappiamo perché…

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