La Juve che pareggia: troppi luoghi comuni e troppa poca fatica

di Luca Momblano |

Alla fine gli scontenti hanno apparentemente sconfitto i realisti. Le abitudini sono da sempre il peggior nemico dell’uomo, soprattutto quelle più gratificanti. Per di più, nei dopogara la pancia mediamente seppellisce la testa. Eppoi a Udine funziona poco della Juventus che abbiamo conosciuto a un certo punto di questo 2017. Funziona almeno la leadership di Bonucci, da qualche anno imbattibile per scatti d’orgoglio, che è poi l’elemento che permette il primo pari stagionale in Serie A della Juventus.

 Il racconto della partita sarebbe di per sé presto fatto. L’Udinese cerca di riprodurre la gara del Genoa, ma checché se ne dica centralmente siamo meno vulnerabili e per lo meno i centrali di centrocampo, dovendo scegliere tra mezza fase difensiva e mezza offensiva, scelgono la prima. Si resta a galla, ma si naviga a vista. Mano protesa davanti agli occhi per cercare Higuain, forse con la convinzione che sugli esterni si potesse vincere la partita attraverso uno strappo o per logoramento. Non sarebbe stata la prima volta.

E invece, ne è uscita la domenica dei luoghi comuni. Che un po’ ci mancavano. Una collezione che neppure in partite ben peggiori, quei due o tre psicodrammi vissuti male per il nome delle avversarie e per il contesto (vuoi ambientale, vuoi tattico) e per il fatto che se alzi la cilindrata alcuni tombini fanno più rumore.

Il tutto con un grandioso problema a monte: con la formazione che è scesa in campo nessuna dietrologia possibile. Resta dunque la realtà della Serie A, campionato che propone ricette ad hoc per ogni partita, mutazioni genetiche costruite per mettere il bastone tra le ruote, anche nella sua presunta pochezza. O svolti tu, sconvolgendo il piano delle partite (Allegri lo ha fatto almeno due volte quest’anno, e mai per europeizzare la Juve, fateci attenzione) oppure (sempre tu) hai bisogno che l’asticella qualitativa complessiva resti sempre a livelli piuttosto elevati.

 Li avete sentiti, pensati, letti, abbracciati e/o rigettati tutti, questi luoghi comuni. E’ stata come una domenica di quelle antiche, alla radiolina, dove l’immaginazione iconica spiegava il perché la Juventus non fosse riuscita a vincere. Prima ancora di guardare le azioni a Novantesimo Minuto e ritoccare appena quelle figure mentali. Fino a quando non arrivava colui che allo stadio c’era andato veramente, in casa o in trasferta, e toccava fidarsi. Tempi in cui i giornali che nel “giorno dopo” davano veramente qualcosa di più. Erano oggetti da fiducia cieca. Non avevano secondi fini. L’approfondimento era il racconto stesso.

 Oggi siamo oltre nel rimuginare, siamo a Udine nel 2017 e la partita, stringi stringi, è stata quindi un coacervo di queste dicerìe qui:

·         Bicchiere mezzo pieno (classifica).

·         Match-point fallito (a undici giornate dalla fine… poi spunta quello che allo stadio, a quei tempi, ci andava veramente, e snocciola una sequela di scudetti persi che ancora stringe i pugni fino a far diventare le nocche viola).

·         Squadra demotivata (vedi Roma-Napoli).

·         Bonucci vulnerabile e leggero negli uno contro uno.

·         Bonucci gladiatore.

·         Bonucci aveva ragione (su Allegri).

·         Bonucci rinato dopo la panchina di Oporto.

·         Buffon non è più reattivo.

·         Dani Alves non capisce il calcio italiano.

·         Chiellini sempre rotto.

·         Khedira passeggia.

·         Pjanic senza palle.

·         Higuain avulso dal gioco.

·         Non c’è gioco.

Ne seguirebbero parecchi altri, più d’uno ancora per ogni singolo. Bisogna sapersi prendere i pareggi, diceva il più saggio dei luoghi comuni. Un punto può anche spostare l’eventuale festa scudetto di un turno, se proprio questo è il tarlo di chi vorrebbe vincerlo a tutti costi con largo anticipo (con presunto beneficio sulla Champions League se e qualora si sia ancora in corsa). Un punto è classifica. Un punto può anche essere strategico.

E se proprio si vuol parlare di campo, di meccanismi, di massimi sistemi, di catene e combinazioni, allora la partita della Dacia Arena sarebbe tutta da studiare davanti. Perché i dati dicono che la Juve ha fatto il suo nelle statistiche di larga veduta (possesso oltre il 65%, 2 contrasti su 3 vinti e 86% di percentuale passaggi riusciti) senza però trovare soluzioni nei 30 metri finali. Idee le chiama qualcuno, ovvero soluzioni che sono anche affidare a chi va in campo. Frutto di brillantezza, decision-making, intesa, voglia, giocate a memoria. Anche per tutto questo ci vuole “fatica”, anche se da fuori non sembra. Ecco, direi che se davanti ci sono piccole colpe o grandi responsabilità allora assocerei il tutto a una carenza di voglia di sudarsele, le occasioni. A volte ce n’è un dannato bisogno, e altrettante volte la squadra ha vinto esattamente seguendo questo diktat costruito sulla necessità.

Ancora più nel particolare, osservando il flusso, la Juve ha fatto la Juve nella distribuzione, nel cercare fianchi e corpo dell’Udinese, magari anche in maniera lenta o macchinosa, ma comunque articolata (fin troppo, verrebbe a dire). A Udine siamo mancati nei Fantastici Quattro, più quel Pjanic molto cercato che ha preferito restituire orizzontalmente, condizionato dallo start aggressivo uomo su uomo del cavernicolo Halfredsson.

Cattura

Deduzioni, con il beneficio del dubbio, tratte dal 4-2-3-1 di stampo allegriano:

·         Se non funziona il raccordo su Mandzukic, ne paga Higuain.

·         Dani Alves-Dybala o diventa di un’altra dimensione o diventa prevedibile.

·         Cuadrado corpo che resta estraneo e estemporaneo (occhi a cuoricino).

·         Higuain-Dybala non può essere solo tanta roba in campo aperto.

·         Asse Pjanic-Dybala ancora in generale troppo timido.

Insomma, sappiamo anche qui da dove poter ripartire. Mettendo istinto e rapidità nello stretto combinato, ovviamente “fatica”. Per non limitarci alle sportellate e torri di Mandzukic, alle folate spesso individuali di Cuadrado e Alex Sandro, alle punizioni, alle palle ferme. Al che non saremo la squadra perfetta, ma almeno la squadra pronta per ogni situazione. Che ci sia da attaccare una difesa uomo su uomo dentro l’area o due linee compatte oltre la lunetta, di posizione. Buon lavoro. Con calma. Tanto né il Milan né il Porto rientrano nelle due categorie di cui sopra.