Una Juve operaia mette un piede agli Ottavi: mica male

di Leonardo Dorini |

Per una rubrica che vuole parlare del romanzo della Champions, commentare una gara svolta nella città dove è nata la grande letteratura russa è davvero una pacchia; già dalla vigilia arrivano le immagini di una San Pietroburgo fredda e piovosa, e fa nulla se, effettivamente, il moderno (e costosissimo) stadio dello Zenit ha poco a che vedere con le strade e le piazze dove si sono mossi Puskin, Gogol’ e Dostoevskij: la città è romanzesca di suo, così come il fatto che qui si svolgerà, il prossimo 28 maggio, la finale di questa competizione (qualcuno ha detto “Finale di Champions”?).

La Juve si presenta nella terza gara del girone a punteggio pieno, con 4 gol fatti, nessuno subito, quattro vittorie consecutive in campionato ed una ritrovata solidità difensiva: un buon viatico per provare ad arrivare a 9 punti e mettere un piede negli Ottavi, come avverrà.

C’è Szczęsny in conferenza stampa con Allegri, con il “dolcevita della nonna” che spesso sfoggia anche in partita: capelli scolpiti, parla come un ingegnere teutonico trapiantato in Italia, gli chiedono del rigore parato e dice “Non ero scarso prima, non sono un fenomeno ora”; riesce anche a rispondere alla domanda di Fabiana della Valle con due parole secche: “No, mai” (indovinate voi quale fosse, la domanda).

Allegri appare tranquillo, parla delle condizioni fisiche dei giocatori, dice che immagina due centrocampisti a mettere ordine (fra Arthur, Locatelli e Bentancur) e uno a fare incursioni (fra McKennie, Rabiot e Bernardeschi); insiste su marzo, quando si “decide la stagione” e sul “match-point” per passare il turno di Champions; punta a queste sette partite prima della sosta: “dopo, vedremo come siamo messi”.

Certo, noi tifosi siamo abbastanza tranquilli: potremmo davvero ipotecare il passaggio del turno, ma insomma, in caso di passo falso, nulla sarebbe compromesso; forse questa spensieratezza l’hanno anche i giocatori? E’ forse questo il rischio, ma alla fine arriva un’altra vittoria di corto muso, senza esaltare, ma con praticità e cinismo.

La formazione, con una difesa a quattro in cui viene confermato Mattia de Sciglio, presenta ben 5 centrocampisti (Chiesa e Bernardeschi oltre a Bentancur, Locatelli e McKennie), e una sola punta di ruolo, Alvaro Morata…c’è curiosità, sarà un 4-3-3? Un 4-4-2? Ci sarà un’”allegrata”?

Effettivamente, Allegri sembra aver scelto la superiorità numerica a centrocampo, ma con ben 3 incursori, Chiesa a sinistra, Bernardeschi a destra e McKennie che si butta dentro; loro difendono con tre centrali, la Juve tiene palla, recupera tanti palloni, ne perde qualcuno, ma le occasioni sono poche, non ci sono molte idee; serve pazienza, direbbe il Mister.

Nella ripresa la Juve prova a partire forte, ma è difficile penetrare: il proverbiale “tutto chiuso!” di Piccinini diventa il mantra della sua telecronaca; Allegri ridisegna la squadra, entrano Cuadrado, Arthur e Kulusevski; il brasiliano disegna un assist celestiale per Cuadrado che a momenti la mette, ma è lo svedese che, finalmente, è decisivo: spizzata di testa su un altro cross perfetto di Mattia de Sciglio, autore di un’altra ottima prestazione.

Inutile ripetersi: è una Juve bruttarella, che però vince e mette a segno il match-point, come voleva Allegri; 9 punti, 5 gol segnati, zero subiti; il girone si mette bene, i russi vengono a Torino il 2 novembre e basterà un pareggio per essere qualificati matematicamente: mica male.