La Juve nuoce gravemente

La Juve nuoce gravemente alla salute, di chi la fronteggia. Soprattutto di chi la denigra, deride, ridicolizza per poi essere sistematicamente battuto, soprattutto di chi fa proclami di superiorità, morale o sul campo, per poi essere ineluttabilmente sbugiardato.

Almeno così è stato per 6 anni in Italia, e così è stato anche “oltre il confine” nei confronti delle altre italiane già fuori ai sedicesimi di Europa League.

Tra le mille scuse, lamenti e alibi lanciati sul tavolo delle polemiche preventive, Sarri l’aveva detto “la Juve che gioca prima ci mette pressione“. Non “una squadra qualsiasi” che gioca prima, ma questa Juve che vince, con poco scarto, senza dominare, con apparente fatica eppure leggerezza mentale. La Juve non batte ciglio se deve inseguire una squadra che ne vince 8 di fila a suon di 5-0. Al contrario alle rivali, in questo caso al Napoli, tremano gambe e ginocchia se la Juve vince, inesorabilmente, col solito stentato 1-0, al 93°.

Se non sei abituato ti ammazza. Se non sei esperto la Juve ti logora mentalmente.

Questo è il quid in più. Non la lotta tra la tattica ariosa, fluida, schematica e rapidissima del Napoli contro quella attendista, avvolgente e cinica della Juve, non è la sfida tra la tecnica dei piccoletti azzurri contro i lungagnoni dietro della Juve, non sono i colpi di prestigio di Dybala contro quelli di Mertens. Non è la fame eternamente rinnovata dei bianconeri contro quella stimolata da decenni di digiuno dei rivali. Questa è la consapevolezza, l’attitudine alla costanza, la capacità di ordinare in una fila infinita tutte le gare da affrontare una dopo l’altra, senza strafare, solo vincere.

Una ciclica routine quasi sovra-umana di primeggiare sulla rivale quel tanto che basta, una montagna invalicabile o tsunami calmo di vittorie da avvitare meccanicamente come bulloni: preparare la gara, gestirla, esserci, starci dentro, vincerla, gestirla, esultare, resettare, ripartire, preparare la gara, gestirla, vincerla. E così via, senza sbandare.

La Juve non è disarmante come il City in Premier, non è inavvicinabile come PSG e Bayern nei loro tornei o ingiocabile come il Barcellona attuale. La Juve è più snervante per la diretta rivale, perché pare vicina ed umana, troppo umana: c’è il Verona che le tiene testa un tempo, la Fiore che la mette sotto, il Toro se la gioca, l’Atalanta che quasi quasi…reteeeee, no, PALO!

La Lazio che l’ha fermata. E’ fatta, è finita 0-0! Come volevano i gufi, festeggiamo! E invece no, ha segnato la Juve “ma come si fà?“. Questo ti logora, ti consuma. Ti distrugge i nervi perché ti illude, molto più di avere a che fare con macchine perfette e spettacolari come quelle di Guardiola o Valverde.

In uno scambio di battute di grande potenza evocativa, dopo Napoli-Inter, Bergomi (pure giocatore di straordinaria esperienza) e Vialli (così tanto paragonato all’Higuain ora), sintetizzano questi 10 giorni:

Bergomi: Io immagino i giocatori del Napoli, ti stai allacciando le scarpe, sei pronto a giocare e all’improvviso ti dicono che la Juve ha vinto, ancora, al 93°. Questo ti ammazza!

Vialli: Per me è il contrario. Se sento una notizia così io ho ancora più voglia di giocare e vincere!

Non era così la Juve. Conte ha riforgiato questa mentalità in chi c’era già il primo anno. La società è stata brava a scegliere ogni volta giocatori non solo forti ma vincenti mentalmente, i Khedira, i Tevez, i Dani Alves, i Matuidi che, assieme allo zoccolo duro, per osmosi e per esperienza sul campo, hanno trasferito questa meccanica della vittoria agli altri arrivati, aiutati dall’ambiente, da quel retoricissimo ma efficace clima che si respira a Torino: lo Spettro della Superiorità. La furia della ricerca della vittoria, quella per cui Conte era incazzato nonostante un sorprendente 2° posto, con Allegri diventa pazienza consapevole della normalità: siamo più forti, vinciamo. Tutto qui.

Snervante per i suoi stessi tifosi che guardano al potenziale sprigionato a sprazzi e non capiscono come la Juve non possa vincere dominando e mettendosi al sicuro dopo 15 minuti. La Juve sa quando poterlo fare e sa quando non è possibile. Quasi si imbruttisce e provincializza per istinto di sopravvivenza. E resiste.

Eccola la Juve. Bassa e coperta contro una Lazio vivace per un’ora. E poi “tac“! Avvita il bullone.

Eccola la Juve. Guardia alta sotto i colpi degli Spurs. E poi “bam bam“, KO con due colpi, l’avversario barcolla, perde lucidità e ancora guardia altissima.

Quante volte in questi anni abbiamo sentito a fine gara gli avversari e i commentatori dire “gara equilibrata, c’eravamo quasi, episodi, colpi dei singoli, ce la siamo giocata, meritavamo…ABBIAMO PERSO”. 

Puoi stare a +7, +4, +1, la Juve penserà a sé stessa ed avvitare i bulloni, fiaccandoti. Illudendo tifosi rivali, opinionisti, esperti e tuttologi. Puoi stare dietro, starle col fiato sul collo e la Juve penserà a stringere ancora di più le viti e deludere le chance di sorpasso.

A quel punto non ti rimane che denigrarla su altri fronti: gli arbitri, con episodi da cercare sempre di più col lanternino, arrampicandosi su specchi disseminati di contraddizioni e doppiezza; il fatturato e la rosa, argomenti che però ti fanno rimettere nel fodero la supremazia del belgioco, dello staff atletico, della fame, della scelta consapevole di puntare solo allo Scudetto, abbandonando le Coppe.

La Juve non vincerà sempre, perché niente è eterno, incluso il complesso di inferiorità nelle finali di Champions.

Eppure finirà sempre per ammazzarti mentalmente, perché non c’è nulla di così ossessionante dell’illusione di poter sconfiggere il tuo nemico mortale che, però, di te si cura ben poco.

Perché ha un’altra ossessione: stringere il prossimo bullone.

 

Al Barça giocavamo a memoria. Alla Juve è diverso. È la mentalità del gruppo che ci ha portato in finale di Champions. Quando l’arbitro fischia l’inizio della partita, troviamo un modo di vincere, sempre. Vincere non è solo un obiettivo qui alla Juve, è un’ossessione. Dani Alves