Juventus-Napoli ai tempi dello Stadium

di Alex Campanelli |

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La Juventus, il Napoli, lo Juventus Stadium. Un trittico che non può che riportare ogni tifoso a momenti di gloria, di festa, di dominio su un avversario che, risalito assieme a noi dalla Serie B, sembrava averci drasticamente superato nelle due stagioni precedenti l’esordio nel nuovo stadio. Quei giorni ora sembrano lontani anni luce, ma non va dimenticato che nel biennio di Ferrara-Zaccheroni-Delneri il Napoli è arrivato davanti alla Juve, rispettivamente con 4 e 12 punti di distacco. In entrambe le occasioni inoltre, la Juve non è riuscita a battere i partenopei tra le mura amiche: al clamoroso 2-3 del 2009 con Ferrara, una rimonta impensabile dopo il 2-0 dei bianconeri, è seguito l’ancor più umiliante 2-2 nell’ultima giornata della stagione 2010/11, un pareggio agguantato a fine gara contro un Napoli che schierava riserve delle riserve quali Cristiano Lucarelli, Cribari, Victor Ruiz, Maiello e Mascara.
La musica è decisamente cambiata da quando la Juve ha potuto contare sul suo nuovo tempio: 6 vittorie su 7 in campionato, 14 gol fatti e tre sole reti subite, unica pesante quella di Koulibaly dello scorso anno. In attesa dell’ottava sinfonia, godiamoci tutte le sfide tra i bianconeri e gli azzurri allo Stadium in campionato, un’epopea un po’ Star Wars e un po’ Le Cronache Di Narnia che non vediamo l’ora di aggiornare con un nuovo, entusiasmante episodio.

 

Episodio I – La genesi, il capolavoro, il “core n’grato”

 

Primo aprile 2012, allo Stadium non si scherza: la Juventus vuole approfittare del passo falso del Milan, fermato a Catania dalla zampata di Nicolas Spolli, per portarsi a -2 dalla vetta. Davanti agli uomini di Conte si staglia il Napoli di Mazzarri, forse la squadra che nel girone d’andata ha messo più in difficoltà i bianconeri, i quali sono usciti dal San Paolo con un rocambolesco 3-3. Il modulo base della Juve è ormai quel 3-5-2 che l’allenatore avversario sembra aver inventato, la formazione non riserva sorprese con l’eccezione di Borriello preferito a Matri come partner di Mirko Vucinic. Dall’altra parte i decantati e temuti “tre tenori” partenopei, Hamsik, Lavezzi e Cavani, guidano l’assalto borbonico in terra sabauda, o almeno questo è quello che sentono i tifosi (ma anche gli addetti ai lavori) partenopei ogni volta che salgono in Piemonte. La prima frazione è tesa, con un paio d’occasioni per la Juve, eccezionalmente in maglia rosa, e mezza per il Napoli con Hamsik, ovviamente definita da Caressa “la più grande della gara”. Pirlo fa le prove su punizione, e proprio su calcio da fermo la Juve trova il vantaggio, con Vucinic che nella mischia batte a rete trovando il ginocchio di Bonucci, che spedisce il pallone alle spalle di De Sanctis. Mentre tutta l’Italia non bianconera maledice la Dea Fortuna, incurante della supremazia territoriale della Juve e di un gol regolare annullato a Vucinic, Arturo Vidal si mette in proprio e decide di mostrare all’Italia e all’Europa chi è e cosa sarebbe diventato di lì a venire: il cileno prende palla sullo spigolo sinistro dell’area, con una serie di doppi passi manda al bar Campagnaro e Caressa , quindi col sinistro scarica in porta una bordata imprendibile che vale il raddoppio bianconero. Il Napoli inizia a mollare la presa, Mirko sfiora il gol da distanza siderale, ma a chiudere la pratica è Fabio “‘core ngrato” Quagliarella, l’uomo che vantava il maggior numero di minacce di morte in napoletano prima dell’affare Higuain. Nessuna vendetta, nessun riscatto, nessuna esultanza: dopo aver segnato il 3-0 Fabio non si scompone, rispettando la sua terra e il suo popolo. Uno dei tanti segreti delle vittorie bianconere che al San Paolo non capiranno mai.
(Ci sarebbe anche un rosso a Zuniga a fine gara, ma non merita più spazio di quello che gli stiamo concedendo tra queste parentesi, né può sognarsi di stare nello stesso capoverso del bel gesto di Quagliarella).

 

Episodio II – Panchina rovente, il predestinato, Walter il mago

 

20 ottobre 2012, in sei mesi il mondo si è capovolto. Il Milan ha ceduto lo Scudetto alla rinata Juve, galeotto il gol di Muntari, e ha iniziato uno smantellamento che avrà conseguenze catastrofiche, i bianconeri sono diventati la squadra da battere ma hanno temporaneamente perso Antonio Conte, sostituito in panchina da Carrera prima e da Alessio poi, a causa del farsesco scandalo scommesse, inoltre le acredini col Napoli si avvicinano ai massimi storici dopo le due espulsioni comminate ai partenopei in Supercoppa Italiana, partita più di calci che di calcio per lunghi tratti. Alessio deve rinunciare a Buffon e Vucinic, sostituiti da Giovinco e Storari, mentre a sinistra un sorprendente Asamoah ha stabilmente rubato il posto al buon Paolo De Ceglie; dall’altra parte Mazzarri ha visto partire il Pocho Lavezzi, per l’occasione sostituito da un Pandev che quando vede bianconero ha più o meno la stessa reazione di Cruz e Icardi. Le due squadre arrivano all’ottava giornata in vetta a pari punti, in un campionato che come ogni anno si prennuncia “il più equilibrato degli ultimi tempi”. La partita è più intensa che bella, la Juve crea due mezze palle gol non concretizzate da Giovinco (sarà un fastidioso leit motiv per tutta la stagione), il Napoli non riesce a impensierire il bunker bianconero se non su piazzato, con una punizione magistrale di Cavani che si stampa sull’incrocio dei pali. Sarà praticamente l’unica occasione ospite del match. Come nella stagone precedente, la ripresa vede una progressiva scomparsa degli azzurri; la Juve scalda le mani a De Sanctis in più riprese, ma le polveri di Giovinco, Quagliarella e in seguito Matri sono più che bagnate e il risultato resta in equilibrio fino all’ottantesimo. A far saltare il banco è Martin Caceres, che da uomo della provvidenza e killer delle big si alza dalla panchina e alla prima occasione corregge in porta con una perentoria inzuccata un corner di Pirlo. Neanche il tempo di esultare che arriva il colpo del KO da parte di un ragazzo di 19 anni, altro subentrante e altro eroe inatteso, che con un sinistro al volo di rara precisione e potenza (non parliamo di piede debole, dai) punisce la superficialità di Campagnaro nel disimpegno e recita il De Profundis per i partenopei. Viene da Manchester, l’ha portato Mino Raiola; ne sentiremo parlare. L’uno-due micidiale stende il Napoli ma non Mazzarri, che nel postpartita ha il tempo e la freddezza di giustificarsi affermando che i suoi stavano comandando la gara, che la Juve non ha fatto grandi tiri in porta e che il gol è arrivato perché “ci aspettavamo Barzagli e non Caceres”. Un ottimo dessert al termine di un lauto pasto.

 

Episodio III – Il ruggito, l’ascensore, la “fortuna”

 

10 novembre 2013, in poco più di un anno la squadra da battere è diventata la mirabolante Roma di Garcia, novità più bella dell’ultimo lustro di calcio italiano, una squadra che inanella 10 vittorie nelle prime 10 giornate e sembra davvero imbattibile, fermata solo dalla sfortuna e dagli arbitri “poco asserviti” nelle successiva due uscite con Torino e Sassuolo. Una Juventus in crescita dopo il crollo di Firenze (4-2, tripletta di Rossi, funerale di Buffon e della Juve tutta) marca stretto i giallorossi, a 4 punti di distacco con una gara in meno, per l’appunto quella col Napoli, che a sua volta segue i bianconeri tre lunghezze più in là. Coi partenopei Conte deve fare a meno di Chiellini e Lichtsteiner, al loro posto i titubanti Ogbonna e Isla, mentre davanti il tecnico può contare su una coppia d’attacco nuova di zecca, il grasso e bollito Tevez e il bel lungagnone Llorente, i quali a fine stagione metteranno insieme qualcosa come 35 gol in due nel solo campionato. Di fronte alla Signora non c’è più Mazzarri ma Rafa Benitez, un tecnico europeo che fa giocare il suo Napoli con il più europeo e spettacolare dei moduli, il 4-2-3-1, col trio delle meraviglie Callejon-Hamsik-Insigne dietro a Gonzalo Higuain, che ha già fatto dimenticare Cavani e che a differenza del predecessore sembra pronto a piantar radici in riva al Golfo. Gli ingredienti per la tanto attesa vittoria del bel calcio europeo sul noioso vecchiume italiano ci sono tutte, ma a un centinaio di secondi dal via è la Juve a passare: Vidal tira da fuori, Tevez devia col tacco, il Re Leone Llorente è appostato meglio di tutti e con la punta del piede mette alle spalle di Reina (portiere europeo, va detto). Sui 20cm della scarpa di Llorente oltre la linea del fuorigioco, menzionati a più riprese da tutte le testate sportive del Belpaese, i tifosi partenopei ricameranno storie e storielle per buona parte del campionato, com’era lecito attendersi. Il Napoli però si rivela meno arrendevole rispetto agli incontri precedenti e si affaccia spesso dalle parti di Buffon, soprattutto con Insigne, anche se a dover fare gli straordinari è il dirimpettaio Reina, miracoloso su Pogba e su un colpo di testa da zero metri di Bonucci. La partita va avanti su questo spartito fino a un quarto d’ora e rotti dalla fine, quando Andrea da Brescia decide di chiudere tutto: il suo destro su punizione non gira, non ha effetto a entrare né a uscire, è una sorta di pallonetto dannatamente potente che s’impenna scavalcando la barriera e va a morire nell’angolo non coperto da Reina. Un capolavoro che chiama un altro capolavoro, quello di Paul Labile Pogba, il ragazzino che vi avevamo presentato nello scorso episodio; il francese si alza il pallone al limite dell’area e lo colpisce con un esterno destro, il suo sì, carico d’effetto, che mette letteralmente in ginocchio Reina e chiude i giochi sul 3-0. Mentre mezzo mondo riguarda il replay ammirato ed estasiato, un cronista napoletano il cui nome non è assolutamente importante, commenta “ma quant’è fortunato questo ragazzo”. Parlavamo di stile?

 

Episodio IV – Superiorità, prima volta, addio

 

23 maggio 2015, lo Juventus – Napoli meno sentito della storia dello Stadium, forse anche per questo uno dei più divertenti e goderecci. La Juve di Allegri che ospita il Napoli è una squadra proiettata al sogno europeo, che approfitta dell’ultima stagionale in casa per festeggiare lo Scudetto, mentre gli uomini di Benitez devono assolutamente portare a casa punti preziosissimi per la qualificazione alla Champions League. Tante riserve per la Signora, da Padoin a Sturaro passando per Ogbonna e il giovane Coman, gli ospiti invece sono in formazione tipo fatta eccezione per Inler e Hamsik, quest’ultimo fuori per scelta tecnica. Le maggiori motivazioni del Napoli emergono fin da subito, con la squadra che si riversa in avanti, venendo però punita alla prima occasione utile per la Juve: Coman inventa un bel lob per Pereyra, un attacco di amnesia folgorante colpisce tutta la retroguardia azzurra e l’argentino è liberissimo di depositare il pallone alle spalle di un attonito Andujar, che fa anche un po’ tenerezza. La squadra di Allegri gioca con quella di Benitez come il gatto col topo, nascondendo il pallone e concedendo di tanto in tanto qualche azione rabbiosa ma disordinata che non può impensierire Buffon. A mettere un po’ di pepe (e non sarà la prima volta…) alla ripresa ci pensa Banti, che punisce Asamoah in quanto dotato di arti superiori e fischia il penalty per il Napoli. Dal dischetto si presenta o’scugnizzo Insigne, Buffon intuisce e respinge ma David Lopez si avventa sul pallone e segna il suo unico gol stagionale, provando a dare un senso al suo inatteso approdo a Castelvolturno (spoiler: non ci riuscirà). Benitez torna a crederci e inserisce Hamsik per aumentare la pressione, con poche e confuse e idee gli ospiti si affacciano più spesso dalle parti di Buffon, deciso a non regalare ulteriori gioie agli avversari, mentre la Juve ci prova da fuori ma senza eccessiva fortuna. Nel momento migliore del Napoli, è il turno di Stefano Sturaro di infrangere i sogni borbonici: con un movimento tanto rapido quanto semplice, il numero 27 bianconero beffa un Albiol in versione statua di sale, s’incunea in area di rigore e scaglia un sinistro che, deviato, batte Andujar. In casa Napoli a qualcuno inizia a tapparsi la proverbiale vena, nella fattispecie al centrale greco Britos, che senza apparente motivo colpisce Morata con una testata in area a palla in gioco, lasciando i suoi in 10 e regalando un calcio di rigore alla Juve. Allegri, i giocatori e il pubblico mandano a gran voce dal dischetto Simone Pepe, mai dimenticato protagonista della cavalcata della prima Juve di Conte, che saluta il suo stadio realizzando il suo tredicesimo e ultimo gol con la maglia della Signora. Grazie Britos.

 

Episodio V – Simone, Zaza, 88′

 

Se il campionato 2015/16 fosse un poema epico, o se preferite un videogioco d’azione, Juventus – Napoli del 13 febbraio 2016 sarebbe la battaglia decisiva tra protagonista e antagonista (intercambiabili a seconda dei punti di vista), lo scontro all’ultimo sangue che tutti attendevano. Le premesse per una gara dall’alto tasso emozionale ci sono tutte: una Juventus data per spacciata a inizio stagione, caduta troppe volte, e in seguito protagonista di una clamorosa rimonta, un Napoli mai così vicino allo Scudetto che può contare sul miglior Higuain di sempre e sullo spettacolare ed efficace gioco di Maurizio Sarri. Tra i partenopei i protagonisti ci sono tutti, da Hamsik a Insigne passando per il già citato Pipita, nella Juve manca invece Giorgio Chiellini, così Allegri passa al 4-4-2 in linea con Cuadrado davanti a Lichtsteiner e Pogba finto esterno sinistro con licenza di accentrarsi. Juan inizia da subito a seminare il panico nella trequarti ospite, la Juve tiene il pallino del gioco ma il Napoli mette in difficoltà la retroguardia bianconera quando parte in contropiede in batteria. Proprio in occasione di una ripartenza arriva la più nitida occasione da gol per i partenopei: Hysaj va via sulla fascia destra e mette in mezzo un cross al bacio, uno di quelli che un killer come Gonzalo Higuain non potrebbe che mettere in rete. Potrebbe, per l’appunto, se sul pallone non arrivasse una frazione di secondo prima dell’impatto la punta dello scarpino di Leonardo Bonucci, a deviare la sfera quel tanto che basta per toglierla dalla portata dell’argentino. L’espressione “un intervento che vale un gol” è sin troppo abusata, ma mai come in questo caso esatta. Nella ripresa le occasioni latitano ancor di più, la paura di perdere sembra prevalere sulla voglia di vincere, fino all’87’ contiamo solamente un rasoterra di Insigne dalla linea di fondo e una conclusione in corsa di Dybala dal limite dell’area. Poi arriva il minuto 88. Cuadrado parte in progressione nella propria trequarti, il colombiano subisce fallo ma l’arbitro fa proseguire perché la sfera finisce sui piedi di Khedira, il tedesco sventaglia a sinistra per il subentrato Alex Sandro, il brasiliano svetta di testa in mezzo a due maglie rosse e serve Evra, che appoggia al centro per l’altro nuovo entrato, Simone Zaza. Il numero 7 riceve il pallone spalle alla porta, ai 25 metri, aggira con facilità un distratto Koulibaly e scaglia un potente sinistro verso l’angolo lontano della porta, il tiro viene deviato da Albiol quel tanto che basta per diventare imparabile, battere Reina e scatenare l’urlo dello Stadium. La Serie A 2015/16 finisce lì, sul pallone beffardo di Simone, con la Juve che supera il Napoli in classifica ma soprattutto uccide le velleità di Scudetto dei partenopei, che naufragheranno definitivamente in seguito all’espulsione di Higuain a Udine. Episodio V, da “io sono tuo padre” a “il gol di Zaza” il salto è dannatamente breve.

Episodio VI – Il furto, il Pipa, il silenzio

Se pensavate che l’epica torino-partenopea non potesse annoverare episodi più sanguinosi e drammatici di quello precedente, non proseguite con la lettura. Dal gol di Zaza al 30 ottobre son passati poco più di 7 mesi, nei quali si è consumato il Grande Scippo della Signora nei confronti dei “sudditi impotenti”: per 90 milioni di euro, mica spicci, la Juventus si assicura le prestazioni di Gonzalo Gerardo Higuain. Esatto, proprio quel Pipita che dopo aver visto da vicino lo scarpino di Bonucci ora si ritrova ad affiancarlo, colpo di mercato ad effetto assieme a Pjanic per ribadire l’egemonia bianconera sul suolo italico e dare ancora una volta l’assalto all’Europa dei grandi. All’11^ giornata già 4 punti separano Allegri da Sarri; il tecnico bianconero si rifugia nel comodo abito (di lì a poco diventerà stretto) del 3-5-2, affidandosi alla doppia regia di Pjanic e Hernanes (!) e alla coppia d’attacco in HD tutta argentina, il suo omologo azzurro risponde col Napoli dei titolarissimi, fatta eccezione per Chiriches in luogo dell’indisponibile Albiol e Diawara preferito a Jorginho. Pronti-via ed è subito Dybala a rendersi pericoloso, la gara è equilibrata ma spicca quella voglia, fors’ancora un po’ timida e inconsapevole, del ragazzotto col numero 9 di far del male ai poveri, vecchi compagni. Le scintille vere sono tutte nella ripresa: il gradito regalo arriva da Ghoulam, quello che “con la sua assenza sta facendo perdere le Scudetto al Napoli“, che con gli scarpini montati al contrario offre un assist irrinunciabile a Leonardo Bonucci, al quale non pare vero di poter scaricare la bomba alle spalle di Reina e fissare così l’1-0. La gioia bianconera dura pochi minuti, il tempo per Insigne di calibrare il fendente per il gemello Callejon, in un’azione sempre uguale, sempre ripetibile e (quasi) sempre letale; il pareggio, per quanto visto in campo, sembra il risultato più giusto. Sembra, sembra un po’ a tutti, ma a qualcuno un po’ meno; già, parliamo ancora del ragazzotto con la maglia numero 9, che dovrebbe far la punta e invece da trequartista s’inventa un lob per l’inserimento di Khedira, mal respinto da Ghoulam. Il resto è una serie di flash: il Pipa che conta i passi e s’avventa sul pallone, il sinistro che lascia Reina impietrito, l’urlo dello Stadium a celebrare il suo nuovo campione, il silenzio del killer argentino, conscio di aver pugnalato definitivamente il cuore della sua vecchia famiglia. La corsa Scudetto del Napoli termina all’undicesima giornata, quella della Juventus invece avrà il solito, tanto monotono quanto esaltante, epilogo. Non sempre vincono i buoni.

Episodio VII – La furbizia, l’impotenza, la fine

“Queste gioie violente hanno fine violenta”, recita Dolores nell’ultima puntata della prima stagione di Westworld, prima di sparare in testa al deus ex machina Robert Ford (il sempre magistrale Anthony Hopkins) e dare via al caos più totale. Così, la prima caduta allo Juventus Stadium contro l’odiata Partenope non poteva non avvenire in maniera fragorosa: non nel punteggio, quanto nella dinamica e nelle conseguenze derivanti da tale epilogo, o meglio, da quelle che ne sarebbero potute derivare. Nella memoria del tifoso juventino medio, Juve – Napoli del 22 aprile 2018 assomiglia tanto a una lenta agonia, uno di quegli stillicidi che sai già come andrà a finire ma speri non arrivi mai al triste epilogo. La squadra di Sarri giunge al sin lì maledetto Stadium a 4 lunghezze dalla Juventus per quella che assomiglia moltissimo a un’ultima spiaggia, soprattutto per il tecnico già da tempo tentato dalle sirene estere; di fronte agli azzurri Massimiliano Allegri presenta una Juve ripiegata su se stessa fino all’ossessione, una versione ancor più rinunciataria della non certo spettacolare squadra giunta sin lì con un calcio tanto sparagnino quanto efficace, definito “dei furbi” dal nostro lider maximo nel post gara. La Juve di quella sera è tutta in un palo casuale su punizione deviata di Pjanic e in una semirovesciata del Pipita messa fuori da Callejon; il resto è un estenuante monologo della Sarri Band, meno ficcante ed efficace del solito ma ugualmente stordente per una Signora già annebbiata di suo. La preventiva rinuncia a Dybala somiglia tanto a una resa preventiva, nel secondo tempo il predominio azzurro è addirittura schiacciante e a tenere in piedi la baracca bianconera deve pensarci l’immarcescibile ragazzone con la maglia numero 1, preziosissimo in più occasioni. Quando tutto sembrava doversi concludere a reti bianche, ecco il contrappasso dantesco del gol di Zaza: se Simone ai tempi fu Darth Vader per i partenopei, ora è Koulibaly ad assumere le fattezze di Kylo Ren e a trafiggere il Solo Buffon, abbandonato per una frazione di secondo dal suo fortino quasi inespugnabile, portando il Napoli a un solo punto da una Juventus attesa da un calendario più che complicato. Il resto, la serata delirante di San Siro e lo Scudetto perso in albergo a Firenze, è un’altra (ben più allegra) storia. Vincere una battaglia non significa necessariamente vincere la guerra.