A CALDO / Juve-Napoli 3-1: la partita raccontata come una volta

di Luca Momblano |

Nella gara d’andata della prima semifinale di Tim Cup, da pluridetentrice, la Juventus fa come fosse campione d’Europa (ciò a cui ambisce) e imita il Real Madrid del Bernabeu.

 

La differenza è che non subisce dal solito Napoli, che gode di un’ottima messa in campo, il gol a freddo che può far saltare schemi di gioco e mentali. Però va sotto, porta sul terreno di gioco un eccesso di rispetto (che Sarri evidentemente si è conquistato nella platea internazionale) e gioca al piccolo chimico.

 

E’ Allegri, da allenatore quale è, ad assumersene le responsabilità, intuendole forse anche con una certa dose di veggenza. Sono quasi dieci i minuti che il tecnico impiega, a metà della prima frazione, prima di far capire a Barzagli e Mandzukic che la nouvelle del 3-4-3 non era cosa. Un’aria strana allo Stadium, una scena in qualche modo eloquente. Aria che i partenopei colgono nonostante due spaventi di lunga gittata, prima Bonucci che pesca il suo asso profondo per Dybala (imperfetto lo stop col destro, imprudente ma furbesca la manata di Strinic sull’argentino al momento di provare a battere a rete: sunto, Reina c’è e palla fuori di poco) e poi Mandzukic che chiama lo stesso Reina alla ditata sopra la traversa su calcio d’angolo di Pjanic (i rischi della zona integrale sarriana nelle marcature da corner in una sola fotografia).

 

Aria di cui gli ospiti approfittano, aria che li aveva portati almeno tre volte a concludere dalla media distanza, fino alla giocata veloce, memorizzata, palla dentro e palla fuori, assist tagliato veloce sul lato debole. A lasciarsi le penne è Asamoah, ma con questa dimestichezza la brutta figura contro il Napoli l’hanno fatta e la faranno in parecchi.

 

Allo svantaggio, con inchino di Callejon sotto l’educatissima Nord (a proposito: minuto di silenzio come non se ne sentivano da anni in Italia, per l’ex presidente partenopeo Fiore), la Juve reagisce cercando soprattutto Mandzukic. Nel provvisorio 4-4-2, che durerà per logica evidente non oltre il riposo, ci sono d’altronde Lichtsteiner davanti a Barzagli dall’altra parte. Dybala inizia a incaponirsi, Higuain doveva giocare d’astuzia tra Albiol e Koulibaly ma tenerlo ancora fuori dal gioco può inceppare i bianconeri che devono metterci adesso sì la tecnica, ma anche tanto tanto sangue.

 

Così la ripresa è un lampo. 23 minuti per rigirarla e allungarla, con Sarri che sull’1-1 toglie Hamsik perché la sua logica da geometra del calcio applicato non prevede scaramanzie. Lo slovacco borbotta, forse perché ha buona memoria, perché con Zaza finì poi male. Nel frattempo, dopo un minuto appena, Dybala l’aveva già pareggiata freddando dagli undici metri Reina con lo stesso piede appena calpestato da Koulibaly in area di rigore.

 

Succede ben di peggio per il Napoli, a cui non può bastare aver servito i luccichii di Diawara (non è una novità, ma “picchiare” Dybala e arruginire Khedira non è cosa da tutti) e di un Rog che non ti aspetti. Sarri magari rispetta la Juve, ma la sottovaluta anche. Mette ancora dieci uomini nel centrocampo avversario e fa una fine (per questa prima puntata per la qualificazione alla finalissima di Roma) a metà tra Simoni e Guardiola. A ognuno la propria interpretazione.

 

Ancora da palla ferma, su punizione laterale, le collocazioni da scacchista dimenticano il re avversario. E’ Higuain a depositare. E, diciamola tutta, non è dietrologia, anche a esultare. Poi da angolo a favore lo schiaffo del coast-to-coast bianconero, tre passaggi e via, con Cuadrado sempre più in versione Willy Coyote steso sul più bello. Gol del definitivo 3-1 che è per metà ancora del Grande Ex, lesto e micidiale nel pescare Dybala con un rasoterra che colpevolizza gli eccessivi rischi, forse presuntuosi, di un Napoli che non sopportava di perderla ancora. Magari perdendola veramente.

 

Ma questa è un’altra storia, da scoprire nel secondo capitolo. C’è che il primo lo ha letto meglio un Allegri cervellotico ma redento. Che può essere fiero di ciò che ha reinventato in un grigio giovedì torinese in cui l’Avvocato avrebbe comunque chiamato, puntuale, alle 6 di mattina chiedendo di parlare di quel “quadvado”, “ala come una volta”, “bei tempi”, “potvebbe fave al caso nostvo”…