Juve-Milan l’ha vinta Pjanic

di Davide Rovati |

Una delle sensazioni più belle per un appassionato di calcio è quando i nomi che ritrovi sul tabellino, quindi quei nomi che passeranno alla storia per aver risolto la partita, sono gli stessi che hai in testa quando pensi agli uomini-chiave che hanno determinato l’andamento della gara. Questo allineamento, per la sua rarità (pensate, ad esempio, a quante volte Chiellini non è finito sul tabellino pur essendo di gran lunga il più determinante), ci restituisce un illusorio senso di giustizia, che poi risiede molto più nella nostra testa che sul campo di calcio.

In questo Juve-Milan si è verificato in modo clamoroso uno di quegli allineamenti: partita decisa da un gol di Kean, su assist di Pjanic. Due subentranti a firmare l’ennesima rimonta stagionale di una Juve che spesso viene premiata quando decide di trasformarsi – a tal proposito si veda e riveda Juve-Atletico.

In particolare è stato l’ingresso del nostro cervello bosniaco a cambiare l’inerzia della contesa. Pjanic è entrato quando la Juve aveva appena segnato, nell’unico modo in cui poteva segnare con quella formazione, cioè saltando il centrocampo e trovando il movimento verticale (bravo Dybala nell’occasione) di una punta.

La nostra mediana, infatti, dopo l’uscita del guerrigliero Can, era stata terra di facile conquista per Kessié e soprattutto Bakayoko. Khedira ha abbandonato completamente il povero Bentancur, falloso per scarso tempismo e per necessità, ma almeno sempre presente nella partita, nonostante le difficoltà. Questo dominio fisico e tattico del centrocampo rossonero è stato interrotto dall’ingresso regale di Pjanic, che ha dato spaziature più intelligenti, maggior dominio del pallone e anche più ordine in fase di non possesso.

Pochi minuti dopo, il cambio Kean-Dybala ha completato l’opera, un po’ perché il nostro talentino è davvero in un momento d’oro, è estenuante da marcare perché sembra seguire tutte le azioni nel posto giusto, un po’ perché l’uscita di Dybala ha risvegliato finalmente un Bernardeschi fin lì avulso dal gioco.

La convivenza fra Paulo e Bernardeschi è un rebus di difficile risoluzione per Allegri: le partite in cui i due hanno giocato bene in coabitazione si contano sulle dita di una sola mano e sono state contro avversari modesti (mi viene in mente lo Young Boys). La mia sensazione è che tutti e due fatichino a trovare la posizione e a muoversi fra le linee, uno in funzione degli spazi lasciati liberi dall’altro. Con una punta di movimento come Kean, che ha impegnato la retroguardia milanista, Bernardeschi ha trovato molte più ricezioni e ha cominciato a puntare l’uomo, creando situazioni sempre interessanti.

Ci rimane dunque negli occhi la Juve dell’ultima mezz’ora, una Juve forte, convincente e soprattutto convinta, che ha corso in avanti e alzato il ritmo fino a forzare l’errore decisivo grazie a una lettura da fuoriclasse di Pjanic, uno che capisce il gioco un quarto d’ora prima. E possiamo serenamente dimenticarci dell’ennesimo brutto primo tempo della squadra, ma anche della scarsa verve di chi si giocava una chance importante, come lo stesso Dybala, il deludente Spinazzola o un Rugani fresco di rinnovo che non ha mai visto Piątek.

A proposito di Piątek, due parole sulla sua partita pazzesca: un gigante vero in mezzo a due spilungoni impacciati, un centravanti elettrico in grado di calamitare tutti i palloni, vincere i corpo a corpo, sparare in zero secondi verso la porta, prendere falli anche buttandosi per terra – saper simulare è pur sempre una dote importante. Un giocatore di sicuro spessore, che poteva essere l’uomo-copertina di questo Juve-Milan, prima che Pjanic e Kean decidessero di vestire i panni dei killer spietati.