Juve-Milan senza titolo. Almeno fino a martedì…

di Luca Momblano |

bentancur

Lo ammetto candidamente: per un attimo ho sperato, e pensato, che a concludere l’azione del 3-1 fosse stato Rodrigo Bentancur. Perché sono un romantico, attaccato ai simbolismi assoluti del calcio, affamato di titoli che facciano da spartiacque nella carriera di una squadra o di un calciatore. Meglio se riguardano la Juventus, visto che è il vertice della piramide di un percorso, ben allenato sul lavoro da centinaia di dimenticate, e per me indimenticabili, pillole di calcio del sottobosco a.C. (avanti Conte).

Sul lato squadra però lo spirito di cui sopra si è gradualmente perso, ci si appende unicamente più ai record, a far la punta ai missili circa le differenze dall’anno prima e dall’anno fatidico 2011, da una Juve di Allegri all’altra. Ma è proprio il tecnico delle agrodolci divisioni interne tra juventini, puntualmente rappresentate dentro ogni micromondo dialettico (il marciapiede, la televisione, il bar, i social, le tavolate), a illuminarci ogni volta: non sul campo, quello “tira” per definizione perché ogni partita che finisce bene è una scatola sessuale a sé stante, ma nella comunicazione a chi come noi sta dalla parte del pubblico. C’è sempre la prima persona plurale, ci sono sempre i 7 anni, la banda della BBC quando serve per la memoria, le buone parole per tutti, le rarissime smorfie, le zero esitazioni. Illuminazione perché Allegri aveva fatto intendere già prima di questo Juventus-Milan, e del prossimo Juventus-Real, quanto fosse inutile confidare in un titolo di rottura, ovvero della necessità (al 30 marzo) di un nuovo inizio come concetto di squadra. Deluso non più io, delusi una volta e più i calciofili. Pari e patta.

Ed ecco allora che avevo visto Bentancur strozzarla dentro, e invece non era lui. Aveva perso un pallone maldestro là in avanti dove non lo si era ancora mai visto, aveva inseguito il primo avversario, retrocedeva ancora, lucido, inseguendo il secondo. “E’ il tuo dovere, cacchio, è così che la perdiamo…”. Palla al terzo avversario, ancora in verticale, che per l’uruguagio vuol dire riavvolgere il nastro per 60 metri di campo, tagliarlo da sinistra a destra, sapendo che se ci vai e la chiudi con un calcione allora per Allegri hai quasi peggiorato la situazione. E invece un altro no, non è ciò che ti aspetti: palla rubata, senza tackle, come piace al mister e per far pace con il mister con una azione profonda e caparbia che quest’anno non fa neppure più Mandzukic (la prima sì, quella di accartocciarsi con la palla nei piedi ai 25 metri, accade un po’ a tutti a turno, senza figli e figliastri).

Non era però lui a chiudere quel destro nell’azione del ribaltamento. Nessun titolo in prima pagina. Nessun astro nascente. E’ Khedira, l’emblema della normalità, uomo dei titoli che non puoi fare, esponente in campo di ciò che Allegri assume come responsabile unico del secondo straripante volume (costellato di un’incredibile serie di colpi di scena individuali) della saga iniziata in uno strano pomeriggio estivo nella sconsolata Bardonecchia. Da giornalista devi quindi sospendere lo slancio, riavvolgere come è stato capace di fare quel Bentancur là, ripescare Cuadrado e la storia che ancora una volta nessuno avrebbe saputo scrivere prima.

Sai quanti luoghi comuni? Sai quanti gol decisivi? Sai che sembrava non rientrare mai più? Sai che i sudamericani hanno soltanto in testa il mondiale? Sai che è sudamericano anche Douglas Costa? Sai che ha cambiato la partita? Sai che a Cuadrado l’ha proprio data Khedira? Sai che…
No. Non so niente.
Dall’andata contro il Real Madrid in avanti bisogna viverle cambiando registro.
Loro sanno.
Noi no.
Non più.
A meno che non abbiano sadicamente rinviato il mio titolo su Bentancur di 72 ore…

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